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L’ETA’ DELL’INNOCENZA


Un film di Martin Scorsese.

Con Geraldine Chaplin, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Daniel Day-Lewis, Hugh Smith.

Titolo originale The Age of Innocence. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 136 min. – USA 1993.

VOTO: 8,5


Amarsi “scandalosamente”, abbandonarsi inermi al sentimento dominante La vita, lasciare che le emozioni seguano il loro corso come lo sbocciare dei fiori i quali aprono con sequenze che raramente vediamo al cinema il film di un intenditore d.o.c. Il signor Scorsese stavolta pare rinnegare il delirante pastrocchio di “Cape Fear” e fa centro, sì proprio come la perfetta May Welland durante la gara con l’arco, con una pellicola di una scrupolosità estrema, alla faccia di chi (anch’io!) non lo credeva capace di cogliere gli aspetti più impalpabili di vicende soprattutto amorose.

Bando allo scetticismo e all’imbarazzo dunque, il cineasta italo-americano abbandona solo per un po’ il suo cinema metropolitano nervoso, urlato ed urlante per cedere a un dramma intimista e fine. Perché? Un cultore della Storia del cinema e un adoratore di New York sono le risposte. E in luogo del rumore di città troviamo il silenzio, forse più assordante, delle convenzioni della società del tempo. Un viaggio profondamente riflessivo attraverso le azioni imposte e le regole non scritte che forse ha poco da spartire con gli ordinari registri drammatici del mondo della celluloide. Un esempio, Lui che dice a Lei: “Tu mi hai fatto vedere per la prima volta che cosa sia la vera vita e in quello stesso istante mi hai chiesto di viverne una finta”. Come voler anticipare che di lì a poco l’illusione si farà da parte per lasciare posto all’infelicità.

Una storia fatta di interventi provvidenziali del Destino che prima scatena passioni impossibili, poi le soffoca impietosamente dando il via a un rapporto sterile, non consumato. Il tutto abilmente sottolineato dai movimenti di macchina: impazienti e febbrili nei primi tre quarti d’ora (memorabili le carrellate sui quadri mentre Daniel Day-Lewis attraversa i saloni dei Beaufort misurando le falcate), posati e statici in seguito.

Gli interpreti hanno compreso in blocco il senso del film, non cercando mai di invadere con tic interpretativi il campo degli altri: Lewis è un campione di perbenismo, si capisce che ha studiato a fondo la parte, efficace anche l’ingannatrice ingenuità di Winona Ryder, mentre la Pfeiffer non ha niente di eccezionale anche se avrebbe potuto essere protagonista della cerimonia degli Oscar visto il gusto dei membri dell’Academy.

Ogni cosa è filmata per un motivo ben preciso: il cibo elegante e sontuoso rappresenta insieme la potenza finanziaria e la vacuità dei protagonisti, i quadri alle pareti sono simbolo del carattere dei proprietari (non mi dite che i dipinti cinofili in casa della giudice-nonna Mingott sono lì per caso!). Alla fine arriva (?) il rimorso e la rassegnazione per quello che non è stato detto e fatto, ma è troppo tardi: il tempo ha tolto i guanti bianchi dalle mani sostituendoli con bastoni di appoggio e ha fatto cadere per le strade di Parigi gli ultimi petali dai fiori…

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