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IL BUIO OLTRE LA SIEPE


Il buio oltre la siepeUn film di Robert Mulligan.

Con Frank Overton, Gregory Peck, Paul Fix, Brock Peters, Mary Badham.


Titolo originale To Kill a Mockingbird. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 129 min. – USA 1962.

VOTO: 9


Siamo nel 1932, a Maycomb, nell’Alabama. Una piccola e vecchia città nel profondo sud degli Stati Uniti dove trascorrono senza troppi sussulti le calde giornate estive. Un posto dove le otto e mezza della sera significa che è già tardi ed è tempo di dormire; non ci sono altri luoghi dove andare, niente da comprare. Anche perchè manca il denaro; la crisi del 1929 ha rovinato molta gente e i contadini sono le povere vittime della Grande Depressione.

La storia di Atticus Finch (un lodevole Gregory Peck) e di un processo per molti versi clamoroso è raccontata dalla voce off ormai matura di sua figlia. Il legale è una delle persone più rispettate della città, grazie alla profonda rettitudine che contraddistingue la sua vita professionale e non. La sua realtà sembra destinata a cambiare il giorno in cui Tom Robinson, un nero della zona, viene accusato di aver violentato Mayella, una ragazza bianca, figlia di una delle famiglie più povere e malviste dei dintorni. Il giudice, conscio della situazione in cui versa Tom, decide di nominare Atticus suo difensore d’ufficio.

I figli dell’avvocato, Jeremy detto Jem, e Jean Louise detta Scout, sono orfani di madre. Soprattutto la figura di Scout emerge come quella principale tra le due. E’ una ragazzina che di femminile ha veramente poco; una scavezzacollo che preferisce correre, sudare, sporcarsi e farsi male come i ragazzi piuttosto che comportarsi come una lady e stare seduta a far niente tutto il giorno, vestita di tutto punto. Una bambina-maschiaccio poco avvezza al salotto, al thè, ai biscotti o ai pettegolezzi.

Atticus cerca di crescere entrambi insegnando loro il valore del rispetto del diverso e l’importanza della capacità di comprendere gli altri, coadiuvato dalla bambinaia di colore Calpurnia, anche lei donna saggia di sani principi. C’è una sorta di soggezione nei confronti dell’avvocato da parte dei figli: lo chiamano addirittura per nome e gli rispondono “sissignore”, come si farebbe con un comandante dell’esercito. L'usignolo strappato

L’autrice del libro dal quale il film è stato abilmente tratto, Harper Lee, si è basata su storie della sua infanzia. Attraverso i dialoghi del film sentirete il caldo di Maycomb, tornerete al primo giorno di scuola, piangerete per le ingiustizie che le persone affrontano. La penna sensibile e vivace degli sceneggiatori consente di meditare sull’umana incoerenza, in una società che maschera il suo razzismo senza affrontarlo.

Il nucleo fondante del romanzo viene da una vicenda che aveva turbato la scrittrice nella sua infanzia, più precisamente i processi di Scottsboro del 1931. Durante quei dibattiti, nove ragazzi di colore furono accusati di stupro da una donna, che si era inventata la cosa per non essere a sua volta condannata perchè stava portando una minorenne in un altro stato per scopi poco ortodossi. Uno dei nove era dodicenne all’epoca dei fatti, tutti furono riconosciuti colpevoli in un primo momento e diversi di loro furono anche condannati a morte; la giustizia fece il suo corso e i ragazzi vennero scagionati dal primo all’ultimo senza che nessuna condanna definitiva fosse stata eseguita, ma qualcuno di loro passò diversi anni in galera. Harper Lee ha reso coinvolgenti anche le ingenti parti dedicate esclusivamente alla discussione del caso in tribunale, laddove il film sembra perdere qualche colpo a causa di una scrittura piuttosto piatta e di una regia particolarmente statica.

L’attacco della pellicola è, invece, straordinario: un pianoforte dolce e una nenia canticchiata da un bimbo che apre una scatola di ricordi e giochi infantili (pastelli, una spilla da balia, biglie, una chiave, qualche moneta, un orologio a scandire il tempo che passa, due statuine fatte col sapone), una serie di dissolvenze a svelare il disegno che si sta formando sotto la mano incerta e fantasiosa del ragazzino, presto seguite dall’orchestra imponente di Elmer Bernstein che ci fa librare con l’immaginazione. Il disegno è quello di un volatile, strappato subito dopo dal bambino mentre ride compiaciuto.

La centralità del mondo infantile è costante in tutta l’opera cinematografica: questi “uccellini” imberbi si arrampicano sugli alberi del giardino, hanno voglia di giocare a football, si vantano di aver imparato a leggere prima degli altri fanciulli (come sono cambiati i tempi…) e si accontentano di trascorrere le giornate dondolandosi a un’altalena, tirando di fionda e misurandosi in piccole prove di coraggio. Quando arriveranno i primi giorni di scuola bisognerà dismettere i vestimenti di tutti i giorni per lasciare spazio a quelli formali e rigidi voluti per l’apprendimento, l’adolescenza bussa alle porte più velocemente di quanto essi stessi non si aspettassero.

Il pericolo dei cani rabbiosiL’importanza del ruolo fanciullesco è esaltata anche dalla descrizione e dalla caratterizzazione che viene fatta dei personaggi secondari, in particolar modo dei vicini. L’anziana bisbetica che ha bisogno di riverenze e sottili devozioni per smorzare il suo lato stizzoso e antiquato insegna ai ragazzi dell’avvocato l’importanza della mediazione, mentre il vicino silenzioso che rinchiude e incatena in casa il figlio che l’ha ferito con le forbici li educa al rispetto e all’obiettività. Elemento, quest’ultimo, fondamentale per la chiusura dell’intera vicenda.

La scelta di girare il film in bianco e nero è funzionale, soprattutto nelle scene notturne: sono ottimamente rappresentati il buio, le ombre di animali ostili e di uomini cattivi al di là delle siepi, dove si covano vendette e frustrazioni, dove il razzismo diventa uno sfogo per la troppa rabbia sopportata e mai espressa. Bianco e nero, proprio come i colori delle pelli della gente del sud. Destra e sinistra, come due opposti schieramenti politici, modi di pensare, lati antitetici ed equivalenti di una stessa fisicità. Proprio quella materialità che durante il processo sarà decisiva per capire da quale parte sta l’innocenza e dove la vera colpa.

I meschini uomini di Maycomb, vittime della povertà e dell’ignoranza, mettono a repentaglio la vita di un uomo. Il loro senso di colpa motiva il contegno di una società arroccata intorno a codici antichi e severi che sono ancora ben lungi dal poter essere superati. Con la cinica sicurezza che nessuno possa mettere in dubbio le loro parole, i loro intenti. I preconcetti sono duri a morire, è ancora troppo presto per la rigida società dell’epoca che non cerca mai di vedere le cose da un altro punto di vista. Nonostante la schiavitù non esista più formalmente, di fatto si è creata una comunità che fa dei neri degli emarginati. Chi si oppone a questa realtà deve ovviamente pagarne lo scotto.

Piuttosto che rispondere con la violenza alle prevaricazioni e alle provocazioni di una collettività che si sente troppo sicura di se’, pronta a sparare a un usignolo (“To kill a mockingbird”, come recita lucidamente il titolo originale), è meglio controbattere con lo sguardo puro di un bambino e rimuovere lo sporco con una passata di fazzoletto o con una carezza. Anche perché la violenza non può che portare, inevitabilmente, altra violenza.

La regia equilibrata ed essenziale, quasi invisibile a chi assiste alla proiezione, coinvolge lo spettatore magistralmente e lo conduce lungo un sentiero che è ben delineato, analizzando passo passo una vicenda che si fa sempre più intensa, coinvolgente, penetrante, ben scritta e foriera di riflessioni importanti.

Prendiamoci a cuore i bambini che sono al centro delle nostre vite, riconosciamo loro l’importanza che meritano, per una volta buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e, con audacia, incrociamo i loro sguardi, sentiamo cosa vogliono dirci. Alcuni di loro saranno oltremodo scaltri e vivaci, altri troppo sinceri e indolenti non scenderanno mai a compromessi. Ma appariranno tutti splendidamente genuini nella loro innocenza. A ognuno di noi è riservata una scatola dei ricordi da aprire, prima o poi. Dentro potremmo scoprire i motivi per i quali siamo ancora in vita: un candido messaggio di speranza per un futuro migliore.

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