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THANK YOU FOR SMOKING


Thank you for smokingUn film di Jason Reitman.

Con Aaron Eckhart, Maria Bello, Adam Brody, Sam Elliott, Katie Holmes.


Commedia, durata 92 min. – USA 2005. Uscita: venerdì 1 settembre 2006.






VOTO: 7,5


Esordio alla regia per il figlio di Ivan Reitman, “Thank you for smoking” promette, fin dai titoli di testa accattivanti ad opera dei creativi della Shadowplay, di essere un prodotto politicamente scorretto.

Jason, questo il nome dell’ “erede” dell’autore di “Ghostbusters”, sulla musica country di “Smoke, smoke, smoke that cigarette!” cantata da Tex Williams and the Western Caravan, ci introduce al film con una grafica colorata raffigurante aerei che danno l’idea di stare per intraprendere un viaggio. Le sigarette sembrano la cosa più naturale e sana di questo mondo; i rimandi sono al fatto che possono essere balsamiche, rinfrescanti, dotate di superfiltro (della serie: noi pensiamo alla vostra salute), leggere, al mentolo, di qualità, le cicche sono il massimo… Si respira già meglio solo a pensarci.

Nick Naylor è il volto delle sigarette. Vicepresidente dell’Accademia degli Studi sul Tabacco, la più importante lobby dell’industria del settore a Washington, è pagato per parlare. Non è nemmeno laureato, gli basta il carisma per arrivare direttamente ai potenziali consumatori. Colpisce sotto la cintura al momento giusto, cinico e spietato, faccia tosta pronta a essere ricoperta di insulti senza muovere un muscolo. Non ha paura di avere torto: basta argomentare nel modo giusto e la situazione è risolta. E’ il re della persuasione e delle pubbliche relazioni. Confessioni pericolose

Naylor viene interpretato sullo schermo da Aaron Eckhart (efficacemente doppiato da Massimo Rossi), raffinato nel rendere il suo personaggio un’amabile canaglia con un’esclusiva e umoristica opinione del sogno americano, uno spietato maneggione di sventure umane, mai così coraggioso dai tempi di “Nella società degli uomini”. Ma pure lui ha i suoi punti deboli; uomo avvenente e di prestigio è attratto dalle curve provocanti dell’altro sesso.

Anche il resto del cast è di livello: Robert Duvall nel ruolo del Capitano, lo spietato magnate della Big Tobacco dalla morale molto dubbia, Maria Bello che si presta a rendere crudele una figura alcool-amichevole, William H. Macy da’ vita all’esponente conservatore e “agricolo” del Senatore Ortolan Finistirre, e Rob Lowe, il produttore zen di una Hollywood lontana dalle problematiche serie del Paese che si sveglia solo quando sente profumo di soldi.

Nick viene incaricato dal Capitano di fronteggiare l’ultimo attacco all’industria dopo che il sopracitato Senatore trasformista dello Stato del Vermont è riuscito a vincere la sua battaglia per far stampare sui pacchetti il simbolo del veleno, messaggio esplicito di pericolo mortale. Così Nick ha un’idea: reintrodurre l’immagine della sigaretta come elemento vincente, facilitante il sesso e le relazioni sociali, nel mondo del cinema. Per questo sarà necessario un viaggio a Hollywood.

Per enfatizzare il sex-appeal delle sigarette si progetta di far ricorso a star che si accoppino galleggiando nello spazio, si pensa a Pitt e alla Zeta-Jones che fumano dopo una scopata cosmica in un film ambientato nel futuro, visto che il presente (troppi salutisti) resta tabù anche per l’industria del cinema.

E’ insolito notare come nella pellicola non compaia mai una cicca accesa; assistiamo addirittura a un tentativo di restaurazione storica del cinematografo quando in una spassosa sequenza assistiamo, ad opera del gruppo di collaboratori del Senatore, alla mutilazione dei cilindri di tabacco dalle mani degli attori più famosi fotografati insieme a una bionda.

Il figlio di Nick sembra addestrato per lo stesso lavoro del padre. Quando lo accompagna nel viaggio in California restiamo immediatamente conquistati dall’ingegno del piccolo personaggio. Joey ha, all’inizio, un ritratto disordinato del padre manipolatore il quale diventerà via via più irreprensibile e chiaro per tutti.

Una cosa che si può rimproverare al film è il fatto di raggruppare i più importanti accadimenti a ¾ della sua durata: un banale modo di costruzione drammatica dove si rispetta la regola che vuole il climax previsto proprio entro quella tempistica. Peccato modesto di una sceneggiatura altrimenti scoppiettante, scritta dallo stesso regista.

L’argomento scottante e complicato della lotta al fumo e ai danni che può provocare viene trattato con tono scanzonato e Riunione settimanalecanzonatorio, allontanandosi dai toni spesso troppo seriosi dei recenti documentari sulle armi o di quelli sugli effetti di un’alimentazione sbagliata, in nome di un’America salutista.

A tal proposito i siparietti settimanali con i principali rappresentanti dei rispettivi settori lobbistici, nonché migliori amici del protagonista, sono gustosi. La “Squadra dei Mercanti di Morte”, costituita da un difensore del mercato degli alcolici e da un rappresentante di una società per la promozione delle armi da fuoco, è quello che di meglio il film ha da offrire in fatto di dialoghi. A questi portavoce se ne aggiungeranno altri, come i membri del settore petrolifero e quello alimentare tendente al colesterolo.

La genericità degli argomenti affrontati (si parla di fumo ma si fanno troppi riferimenti ad altre problematiche massificando senza molto riguardo) nuoce al film.

E’ vero che la pellicola tende spesso a rimarcare il fatto che il fumo sarebbe solo un pre-testo per poter affrontare il tema della libertà di scelta e dell’importanza della consapevolezza delle nostre azioni. Ma si tratta di una concezione che rischia più volte di essere equivocata; meno male che siamo di fronte a una dichiarata commedia politica dove tutto è stemperato (negli USA le polemiche sul film sono state davvero poche, a dispetto del controverso periodo ossessivo e maniacale di presidenza Bush).

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