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INTRIGO INTERNAZIONALE


Intrigo internazionaleUn film di Alfred Hitchcock.

Con James Mason, Martin Landau, Cary Grant, Eva Marie Saint, Jessie Royce Landis.


Titolo originale North by Northwest. Spionaggio, durata 136 min. – USA 1959.






VOTO: 9,5


Nel mondo della pubblicità non esistono bugie, solo parecchia esagerazione. Ecco quindi che un brillante pubblicitario, Roger Thornhill (Cary Grant), dallo sguardo così sornione e seducente, grazie a un equivoco, è oggetto di uno scambio di persona. I suoi rapitori, prendendo un granchio, credono che egli sia un certo Sig. Kaplan e lo conducono presso la maestosa abitazione di Lester Townsend, nello stato di New York. Da lì, una serie di avvenimenti frenetici e irreversibili daranno da fare al nostro Roger il quale, sballottato da una situazione incomprensibile all’altra e in costante pericolo di vita, sarà costretto a cavarsela in quale modo.

Tutte le piste che proviamo a seguire, alla ricerca di tracce e indizi che possano permetterci di comprendere qualcosa sui perché della storia, sembrano chiudercisi in faccia, come le porte dell’autobus sul volto di Hitchcock all’inizio del film. Il regista si diverte a farci smarrire in questo labirinto e, tutto quello che è in grado di concedere, sono particolari futili e ingegnosamente ironici (ci fa sapere, per esempio, che Kaplan ha la forfora ed è di qualche taglia inferiore a Thornhill).

L’ironia la fa da padrona; poche volte come in questo film Hitchcock se ne è servito per sciorinare battute a raffica. Tutta la prima parte con tanto di madre al seguito (una raggiante e salottiera Jessie Royce Landis) che riprende causticamente le situazioni nelle quali si è cacciato il figlio Roger è fresca, invitante e briosa. Una signora viziata dalle partite di bridge con le amiche, che si concede di accettare i soldi del figlio per ottenere la chiave di una camera d’albergo, è un modo non convenzionale di narrazione. Si vede che il nuovo “complice” nella sceneggiatura, Ernest Lehman, ha intenzione di riportare quell’allegria sepolta dalle vicende de “La donna che visse due volte”. Il lavoro del prosatore ridà luce ai personaggi, trionfando con i suoi dialoghi brillanti e astuti. Galeotto fu il treno

Benchè molti sostengano che “Intrigo internazionale” sia un film dalla trama troppo complessa, si può smentire facilmente questa ipotesi ribattendo che è, invece, una pellicola scritta in stato di grazia, piena di spirito, sofisticata e affascinante.

E’ una spy story prettamente hitchcockiana che a tratti somiglia, viste le parentesi rosa che prendono momentaneamente il sopravvento, ad alcuni scritti della conterranea Agatha Christie. Come lei, il regista rimane apolitico e lontano dalla vera Storia; i rischi che corre il Sig. Thornhill vengono da organizzazioni criminali instabili e provvisorie. Il cinema, d’altronde, stava per accogliere le avventure di 007.

E ci si può permettere pure di far incontrare l’ironia con la suspense, visto che i rapitori sono pronti a mostrar le pistole senza tanti cerimoniali. In tal senso, la scena dell’ascensore, con Thornhill che cerca di sfuggire a un possibile attentato alla sua vita, si risolve in una fragorosa risata che rilassa solo i presenti dell’angusto spazio in movimento ma non lo spettatore che ha tutte le informazioni per capire che c’è ben poco da stare allegri. Come dice un signore a capo dell’ufficio dei servizi segreti: “è una cosa triste ma a me viene da ridere”.

Poco dopo, Hitchcock fa incocciare la suspense con la paura vera e propria, mettendo in scena un assassinio con tanto di prova “inconfutabile” ancora  a carico di Thornhill; più che un inseguimento a opera di sconosciuti, quello perpetrato ai danni di Cary Grant sembra un  pedinamento orchestrato dal suo regista che lo fa passare per ladro, alcolizzato e assassino vendicativo. Hitchcock ci mostra che noi stessi saremmo potuti diventare, con una certa facilità e pur conducendo vite ordinarie, vittime ignare di segreti, tradimenti e perfino di trame governative. Una scena memorabile

Una fuga vissuta pericolosamente quella di Roger. Indimenticabile a tal proposito, ed entrato di diritto nella storia del cinema, il tentativo di uccisione tramite il mitra piazzato sul biplano. Una concessione all’action dai risultati strabilianti. Un campo di mais battuto dal sole cocente, una strada pressoché desolata e 7 minuti di girato quasi senza dialoghi, durante i quali accadono un sacco di cose. Suspense cristallina ancora oggi insuperata, e supportata solo dal brontolio del motore dell’aereo che tallona Thornhill e che viola il silenzio del deserto.

Ambientazioni e scenografie a tratti futuristiche accompagnano questo viaggio non previsto; a parte i “soliti” titoli di testa meravigliosamente gestiti da Saul Bass e “proiettati” geometricamente sui vetri del Palazzo delle Nazioni Unite, alcune architetture sono costruite con tecniche avanguardiste e le riprese dall’alto non fanno che esaltare la loro regolarità. Anche la villa di Philip Van Damm (James Mason) nel South Dakota risulta costruita con forme ardite; edificata in pietra e provvista di grosse vetrate con vista mare è caratterizzata da una struttura rigorosa.

E’ il nuovo che si sposa con la Storia del monte Rushmore, lì a due passi. Lode al grande talento di quello scenografo che fu Robert Boyle. Nemmeno lo stile, però, può farla franca e non sfugge ai contenuti esilaranti dello script: la presa in giro si estende fino a una galleria d’asta spassosa, dove Grant offre pochi dollari per opere d’arte considerate di pregio assoluto.

L’aeroporto NordOvest (il misterioso “North by Northwest” del titolo ha, allora, un significato?) dove la Polizia di Chicago conduce Grant secondo le indicazioni dei servizi segreti, è un luogo chiarificatore di molte figure che partecipano segretamente all’intrigo. Roger, il protagonista, guada l’America da costa a costa rendendo omaggio ad alcuni siti emblematici dello Stato, come il palazzo delle Nazioni Unite e il monte Rushmore, conducendo la sua “tranquilla” gitarella nello stile del road thriller nato già ai tempi de “Il club dei trentanove” e di “Giovane e innocente”.

Ecco che l’arbitrarietà di linguaggio, espresso da Hitchcock nei suoi giochi di parole e nei futili tentativi di dare un senso preciso alle sue intenzioni, non è altro che un poderoso e illogico spunto per mettere in scena una suggestione emotiva a danno della plausibilità. Il Maestro ha una totale padronanza dello spazio e del tempo, ordini del tutto malleabili da trasformare in funzione dell’autonomia creativa.

Il romanticismo (elemento che inizia e si compie su di un treno), si diceva, stempera le corse di questi uomini malamente affaccendati in vicende che, alla lunga, sarebbero state poco interessanti. Ma anche questo elemento non fa altro che renderci vittime di continui depistaggi: quella che crediamo possa essere una vera infatuazione oppure un soccorso messo in atto dai “buoni” è solo fumo negli occhi, un calcolato corteggiamento abbinato a freddo distacco, e il risultato è che veniamo sballottati come passeggeri su un accelerato per Chicago.

A volte i baci sono avvelenati ed è impossibile non confrontarsi con l’astuzia e la bruta malvagità della squadra di donne bionde a disposizione di “Hitch”. Il corteggiamento è giunto al termine

L’ultima arrivata si chiama Eva Marie Saint, ed è inevitabile un confronto con le altre ragazze dal capello dorato quali Grace Kelly, Tippi Hedren e Kim Novak. La Marie Saint appare indecisa, con meno carisma e fascino. Non ha molte variazioni di espressività e non bastano nemmeno le pettinature sofisticate di Sydney Guilaroff o gli abiti sfavillanti scelti dallo stesso regista a salvarci da un sottile imbarazzo.

Ciononostante resterà per sempre nella nostra memoria. Quantomeno perché protagonista di una delle scene più originali e subdole richiamanti un coito. Il treno che, sul finale, entra in galleria (e che viene introdotto da un magnifico stacco, attraverso il quale Hitchcock ribalta una situazione di estrema tensione in una di maliziosa intimità) la fa’ in barba al moralista Codice Hays. Ovvia l’allusione all’atto sessuale mostratoci qui con veemenza subliminale.

“North by Northwest” è un film che ha retto alla prova del tempo. L’incomparabile regia di Hitchcock, la solida sceneggiatura di Lehman e la splendida interpretazione di Cary Grant creano ancora una magia alla quale partecipiamo, da spettatori, sempre molto volentieri.

Le avventure di questo giovanotto che resta in giro per giorni e giorni, quasi sempre con lo stesso vestito macchiato di whisky, pesticidi, sangue, impolverato a più riprese, rinfrescato da un solo cambio di camicia, che passa da una stazione di polizia all’altra, da un mezzo di trasporto all’altro (treni, aerei, autobus), che si strappa i pantaloni e sgualcisce pure gli abiti delle signorine… sono impagabili.

Caro Grant, impertinente scavezzacollo che non sei altro, per una volta lascia perdere la guerra fredda e ricordati che la mamma ti aspetta per cena. D’altronde “Psyco” è alle porte e ben altre figure materne sono in sinistra attesa…

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6 Risposte

  1. Sorry sorry sorry…
    Il film non merita, nel complesso, più di un 6, facciamo un 6 e mezzo.
    Il perchè è proprio da ricercarsi in quel finale che, seppur pregno di intenti e di significati, almeno nelle intenzioni, alla realtà dei fatti non convince lo spettatore, almeno quello che vede il film per la prima volta.
    Non scendo nei particolari, perchè non intendo fare uno spoiler.
    Ma i film son fatti per chi li guarda, e anche lo spettatore più smaliziato non potrà rimanere che sconcertato, confuso, dal “taglio” (è proprio il caso di dirlo) dato dal regista a finale, quasi come avessimo mangiato un “cuore di panna” (il famoso gelato) godendoci l’aperitivo delle praline, le meraviglie del fior-di-latte, la croccantezza della cialda… ma tutto questo col segreto desiderio del piccolo cono di cioccolato che ci aspetta alla fine, un misto di tutto quel che c’è stato prima, più l’inimitabile cioccolato… ecco il finale fa di questo film un cuore di panna ma SENZA il cornino di cioccolato in fondo… penso che tutti i lettori sappiano di ciò di cui sto parlando.
    A questo punto non c’è altro da dire.
    Perdonerà il Pompiere il mio ironico commento 🙂

    1 settembre 2009 alle 23:49

    • Un 6 per uno dei capisaldi del cinema di tutti i tempi mi sembra veramente poco ma, tant’è, ognuno ha i suoi gusti. Oltretutto, ridurre di così tanto il voto a causa di un finale percepito come “improvviso”, mi sembra veramente troppo.

      Comunque Hitchcock, pur concludendo in modo sbrigativo per quanto riguarda i tempi, riesce a mantenere invidiabilmente fede al tono ironico e sfuggente che pervade l’intero film. Per questo non sono stupito, tutt’altro. Ne rimango sempre più affascinato 🙂

      2 settembre 2009 alle 10:56

      • – Ho detto anche 6 e mezzo 🙂
        – “improvviso” è un eufemismo; io direi “tronco”, “monco”, “incompleto”, “deludente”, “insoddisfacente”, “disarmante”.
        Direi che il finale è una delle parti fondamentali di un film. Un film eccellente, se ha un finale “non azzeccato” (per esser buoni) perde, e perde parecchio, anche 3 voti…

        2 settembre 2009 alle 17:39

  2. Alcune ulteriori annotazioni:
    – La “maestosa” abitazione non è altro che la residenza di campagna di un diplomatico (non siamo a Versailles)
    – Le “tracce e indizi” sono forse inestricabili per il protagonista, non certo per lo spettatore che praticamente da subito capisce il marchingegno che guida la trama; difatti non è certo intenzione del regista far perno sull'”intestricabile intrigo”, sono altre le leve su cui il regista solleva l’interesse dello spettatore.
    – assolutamente IMPROPRIO il paragone con Agatha Christie (ma che dici Pompiere?!?!?!)
    – NON E’ “una spy story prettamente hitchcockiana”, anzi è del tutto originale, e direi che questo è un pregio.
    – Nella scena dell’assassinio col pugnale non c’è alcuna suspance, ma tanta (voluta) ironia.
    – La scena dell’aeroplano non è l’unica scena “action” del film, bensì ce n’è una mirabile proprio all’inizio del film, quella in auto, dove con dovizia tecnica e maniacale precisione (per quello che si poteva fare con i mezzi dell’epoca) viene realizzato un vertiginoso inseguimento che lascia col fiato sospeso.
    – Eve Marie Saint non è affatto imbarazzante; inferiore alle stellari bionde citate, certo, ma per nulla imbarazzante.
    E poi blah blah blah…
    E comunque il finale non funziona, forse nell’invenzione davvero originale e nell’intenzione, ma comunque non funziona. Dopo 2 ore di cottura il sufflè si smonta.

    2 settembre 2009 alle 00:06

    • Alcune doverose risposte:
      – Se non è maestosa una casa con giardini che si perdono a vista d’occhio, campo da golf, con decine di stanze, con un arredamento lussuoso e la servitù a disposizione… beh, non so te, ma io vorrei tanto abitarci 😉

      – Non è vero che lo spettatore capisce subito com’è strutturata la trama e l’ingegnoso ed equivoco comportamento di alcuni personaggi. Io, almeno, non sono così smaliziato e il film riesce sempre a sorprendermi, ogniqualvolta lo rivedo.

      – L’essere una spy story tipicamente hitchcockiana non esclude l’originalità.

      – La scena dell’assassinio col pugnale non è solo ironica. E’ inaspettata e, pertanto, è pervasa anche da una sensazione di smarrimento e paura.

      – La scena dell’aeroplano non è l’unica sequenza movimentata della pellicola, è vero. Mai detto il contrario.

      – L’imbarazzo per la recitazione della bionda è SOTTILE e del tutto personale. Le mie preferenze vanno verso altre tipologie di attrice, più spontanee della bella Eva.

      E adesso siamo pronti per mangiarci ‘sto sufflè :p

      2 settembre 2009 alle 11:07

  3. Papi c’ha raggione!!!!

    3 settembre 2009 alle 21:21

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