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Archivio per agosto, 2009

LA RIFFA

La RiffaUn film di Francesco Laudadio.

Con Monica Bellucci, Massimo Ghini, Giulio Scarpati, Marino Masé, Carla Cassola.


Commedia, durata 92 min. – Italia 1991.







VOTO: 3,5


Monica Bellucci  non e’ una grande attrice ma le do’ il merito di aver gestito in maniera egregia la sua carriera. Una ragazza bellissima, nata a Citta’ di Castello che se ne va a Milano in cerca di fortuna e diventa una modella famosa. Molte si sarebbero fermate li’, invece la ragazza e’ ambiziosa e tenta la carta del cinema. Film belli, film brutti, come tutte le carriere. E lei e’ decisamente coraggiosa scegliendo a volte film tremendi come “Irréversible”. Ora mi chiedo: si puo’ mai far stuprare la Bellucci per nove minuti? Una creatura cosi’ bella? Qualcuno c’e’ riuscito… e il demente si chiama Gaspar Noé… Giulio Scarpati

Comunque inzuppiamo il nostro biscotto e andiamo indietro nel tempo. Nel 1991 l’esordio arriva con questa “Riffa” e li’ ci vien da ridere. Lei in questo film e’ bellissima come non mai e il film si ferma qua, come ad una fermata di un autobus… La storia e’ buffa: una giovane e bella signora borghese, morto il consorte, si ritrova piena di debiti e di ipoteche. Siccome tutti gli amici sono disposti a portarsela a letto, organizza una lotteria nella quale lei e’ il premio finale. Costo del biglietto 100 milioni. Ma la disponibilita’ e’ molto scarsa: solo 20 biglietti.

Si vuole criticare un certo mondo borghese e la sua ipocrisia di fondo ma il risultato rasenta il ridicolo e a volte l’osceno. E il film alla fine risulta ripetitivo con una sceneggiatura fatta al lumicino e una recitazione che non c’e’ (nel cast anche Massimo Ghini e un giovane Giulio Scarpati).

Scena cult? C’e’ ne e’ una da urlo. Lei va da un cliente… il cliente si assenta un attimo e lei vede la sua dentiera in un bicchiere. La ragazza terrorizzata scappa via per cosi’ poco.

Monica, sono gli imprevisti del mestiere…

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L’ERA GLACIALE 3 – L’alba dei dinosauri

L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauriUn film di Carlos Saldanha.

Con Ray Romano, John Leguizamo, Denis Leary, Simon Pegg, Queen Latifah.


Titolo originale Ice Age: Dawn of the Dinosaurs. Animazione, Ratings: Kids, durata 91 min. – USA 2009. – 20th Century Fox. Uscita: venerdì 28 agosto 2009.





VOTO: 6,5


La moglie di Manny, il mammut “ghiacciato” più famoso dell’animazione, sta per avere un figlio e il padre è fuori di testa per l’ansietà. Ha creato da solo un originalissimo e creativo parco giochi fatto di pezzi di ghiaccio; l’attesa della nascita è ai livelli di guardia.

Diego, la tigre dalla voce profonda e dai denti a sciabola, è fuori forma, mangia la polvere mentre rincorre le sue prede, si sente vecchio e stanco. Pensa che sia arrivato il momento di lasciare il gruppo, la fantastica ed eterogenea famiglia che si era formata negli episodi precedenti, e va alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Anche Sid, il simpatico bradipo maldestro e un po’ bruttino, è contagiato dalla voglia di maternità e indipendenza. Trova 3 gigantesche uova di dinosauro e comincia a custodirle gelosamente come se fossero frutto della propria genesi.

Perfino lo scoiattolino Scrat, alla perenne ricerca dell’ormai celebre ghianda sfuggente, si invaghisce di un’avvenente Scrattina dallo charme forse più irresistibile del frutto…

Il ritmo del cartoon è da subito indiavolato, con trovate esilaranti e divertenti. Questa volta si aggiunge l’idea non originale di aggregare i dinosauri all’interno del nucleo degli animali già esistenti. Qualche (dovuto?) richiamo all’immaginario di “Jurassic Park” e ai “mondi perduti” poteva essere evitato. D’accordo, il cosmo sotterraneo dove sono catapultati i nostri amici, ci riserva alcune tra le cose più affascinanti da vedere, come gli ornamenti floreali colorati, ma gli animali preistorici sono stati presi in affitto da tante altre pellicole.

La guida perfetta in questo viaggio al centro della terra è una donnola di nome Buck. Il mammifero comunica alla scombinata combriccola dei nostri eroi che il loro amico Sid, rapito dalla mamma dinosauro dei 3 piccoli, si sta dirigendo verso le “Cascate di lava” e, se vorranno salvare il bradipo, dovranno passare attraverso la “Giungla della tristezza”, il “Burrone della morte” e le “Placche del wow”.

Già presentato in anteprima a “Giffoni Experience” lo scorso luglio, “L’alba dei dinosauri” è un film migliore rispetto al secondo episodio e lontano rispetto ai vertici del primo. Si distingue per il fiato un po’ corto e intermittente di una sceneggiatura tutta votata alla ricerca delle pensate geniali quantunque occasionali e sfilacciate. La trama risulta, in questo modo, abbastanza prevedibile e le emozioni smorzate da un contesto paesaggistico non nuovo e da personaggi che somigliano troppo a macchiette ripetitive di loro stessi. Si insinua il timore che il difetto nasca dal soggetto.

Certo, le animazioni sono sempre impeccabili (e forse il 3D questa volta un po’ sprecato), ma ci si chiede la necessità di continuare a raschiare il barile di un prodotto che sarebbe stato così bello se fosse stato lasciato nascere e morire nel 2002. Qui non si fa altro che ripetere lo schema emotivo della prima “puntata”, cambiando il cucciolo umano in quello preistorico e lasciando all’abilità degli scrittori le battute e le invenzioni per risollevare le sorti della storia.

Da apprezzare lo sforzo nel cercare di dare un senso “alto” all’opera richiamando (in parte comprensibilmente) l’attenzione sull’importanza e la forza dell’unione, del gruppo, anche se apparentemente male assortito ed eterogeneo.

I tentativi di singletudine/solitudine perdono il confronto con quelli più classici a favore della famiglia: Diego e Sid saranno costretti a chinare il capo di fronte all’eccezionalità dell’evento del parto, il modo più efficace per chiamare a raccolta i “pater familias” clandestini e gli indipendenti pentiti. Niente fughe pertanto, l’ordine è ristabilito (un messaggio voluto dagli autori oppure una necessità per garantirsi nuovi scenari in caso di ulteriori episodi?). Corri, Sid, che la bocca è grande!

Ormai, con questa tipologia di film d’animazione, si va sul sicuro: film discreti, rivolti a un target medio, che non fanno male ma nemmeno troppo bene. Sono salati solo in superficie, come i crackers.

Da morir dal ridere la scena nella quale la donnola parla al “cellulare” e la scusa che si inventa per dire che sta perdendo il segnale (anche in questo caso si insinua il dubbio che anche il flessuoso mammifero non sia poi così solo come vorrebbe far credere). Buck è un personaggio complesso, il più interessante (forse perché l’unico nuovo) tra i soggetti che danno vita all’avventura: il suo adattamento al mondo sotterraneo e ostile è invidiabile. Furetto impazzito e contagiato da una schizofrenia indotta da una specie di avamposto perduto, sembra in perfetta sintonia con l’indole propria dei reduci di guerra.

Un’ultima annotazione la vorremmo riservare per l’idea di far ballare lo scoiattolino innamorato sulle note di “You’ll Never Find Another Love Like Mine” di Kenneth Gamble e Leon Huff. La stessa canzone viene abilmente arrangiata in diversi modi, tutti estremamente romantici e teneri. Forse Scrat diventerà, un giorno, il vero protagonista di “Ice age”: sembra essere rimasto l’unico in grado di salvare la serie dal “rischio liquefazione”.


VIDEOCRACY – Anteprima

Videocracy

Silvio Berlusconi e’ il nostro dito nel culo quotidiano. Ormai e’ un dato di fatto.
Ha invaso tutta la nostra vita, peggio del Vaticano. E anche se voltiamo pagina, noi lo troviamo sempre li’ che con il suo privato e pubblico invade il nostro quotidiano come una zecca. Gioca con quello che ha, e la televisione e’ un mostro che plasma le coscienze: in tempi di crisi sociale il popolino non deve mai pensare e allora via alla lungagnata del divorzio con la Veronica e alle scopate con le maiale di turno. Tanto comanda lui… e il popolo sembra apprezzare stranamente come in uno strano connubio. Possono mancare?

La cosa mi inquieta ma mi apre gli occhi su una realta’ che va presa come dato di fatto. Gli italiani son cambiati e 30 anni di Berlusconismo hanno fatto danni incontrollabili e irreversibili; il bello e’ che non ce ne siamo neanche accorti ma la cancrena ormai e’ gia’ in stato degenerativo. Oggi tutto ci sembra normale e assimiliamo tutto, nessuno piu’ si incazza su un caso Corona e su Lele Mora, tanto per citare gli avvenimenti piu’ clamorosi. Tutti a proteggere il seminato e l’orto privato, tuttavia sappiamo tutti che finocchi e puttane arriviste sono ovunque e il Potere attira a se’ le malate coscienze.

Tutto oramai e’ alla luce del sole e sappiamo gia’ tutto su di lui e su cio’ che ha fatto, eppure questo film son convinto che non vedra’ distribuzione (in realtà la sua uscita è prevista per il 4 settembre prossimo, ndr) e verra’ ostacolato in tutti i modi ma anche questo non scandalizzera’ nessuno e sara’ preso come un fatto del tutto normale in un paese culturalmente oramai alla deriva. Godetevi la ridicola censura che gli spot hanno avuto sulle reti Rai e su quelle Mediaset.


BAARìA – Anteprima

Baarìa

“Baarìa” è come viene chiamata in dialetto la città di Bagheria, comune in provincia di Palermo. L’etimologia della parola risale all’arabo “Bab el gherid” (ovvero “la porta del vento”). Ed è qui che Giuseppe Tornatore ha deciso di ambientare il suo film che aprirà (ed erano venti anni che non accadeva a un film italiano), il prossimo 2 settembre, la 66.a edizione della Mostra di Venezia.

Un affresco corale che attraversa il Novecento dagli anni ’30 ai ’70 e che narra della storia d’amore tra Mannina (Margareth Medè, 25 anni, occhi verdi e un sorriso radioso, è al suo primo film) e Giuseppe (Francesco Scianna, ventiseienne di Bagheria, selezionato dopo numerosi provini), e della crescita delle loro tre generazioni. Un film confidenziale che non ha molto di autobiografico ma che si può accostare a “Nuovo Cinema Paradiso” visto che si svolge nei luoghi dove il regista ha vissuto la sua infanzia. Il regista Giuseppe Tornatore sul set del film

Girato per 6 mesi nella vera Bagheria siciliana, il set si è poi trasferito in un sobborgo di Tunisi dove gli scenografi hanno lavorato in una ricostruzione particolarmente accurata. La durata della lavorazione e il progetto da kolossal hanno fatto sì che il budget, per la produzione di Medusa in joint venture con il tunisino Tarek ben Ammar, crescesse fino ai 20 milioni di euro. Per dare un’idea di quanto si sia pensato in grande, i luoghi delle riprese sono 3 volte più ampi di quelli messi a disposizione da Cinecittà per “Gangs of New York”.

Sono stati coinvolti centinaia di falegnami, marmisti e carpentieri, 20.000 comparse e circa 200 attori tra i quali spiccano Raoul Bova, Monica Bellucci, Lina Sastri, Enrico Lo Verso, Vincenzo Salemme, Leo Gullotta, Nino Frassica, Laura Chiatti, Gabriele Lavia, Fiorello e Beppe Fiorello, Giorgio Faletti, Paolo Briguglia, Aldo Baglio e Michele Placido.

La colonna sonora della nuova pellicola del regista siciliano sarà griffata ancora una volta dal genio di Ennio Morricone il quale sta componendo la musica da oltre un anno. Il film, in uscita il prossimo 25 settembre, sarà distribuito in dialetto siciliano solamente nell’isola di origine, mentre da Reggio Calabria in su’ sarà regolarmente presentato in italiano con qualche passaggio “contaminato” dall’idioma di Bagheria.


RIPRENDIMI

RiprendimiUn film di Anna Negri.

Con Alba Rohrwacher, Marco Foschi, Valentina Lodovini, Stefano Fresi, Alessandro Averone.


Drammatico, durata 96 min. – Italia 2008. – Medusa. Uscita: venerdì 11 aprile 2008.





VOTO: 4


Nella primavera del 2007, due documentaristi decisero di girare un film sul precariato nel mondo dello spettacolo, seguendo un attore e la sua famiglia (mamma + bambino appena nato). Ma le cose andarono in modo diverso dal previsto… Ci voleva la produzione di Francesca Neri e Claudio Amendola per far vedere la luce a questo film di Anna Negri.

Quella che sembra una pellicola sul lavoro temporaneo e in bilico, vira ben presto sui legami affettivi, i quali paiono risentire (e come non potrebbero?) delle incerte condizioni lavorative. Insomma… uno, dopo un po’ che è precario nel lavoro, lo diventa pure nei rapporti sentimentali.

E’ per questo che Giovanni lascia Lucia e se ne va di casa. La regia, però, decidere di indugiare un po’ troppo e persiste a indagare e a curiosare su questa forma di rapporto, tanto che pare di assistere a una tipologia poco più che romanzata di love story un po’ anonima e scialbetta, una crisi di coppia da sbadiglio.

La retorica ci giunge a pacchi: “Dopo un figlio si perde il desiderio”, “Magari le vuoi bene ma come a una sorella o, peggio, come a una madre”, “Vedrai che è una cosa momentanea”, “No, no. Lo sapevo che sarebbe stato per sempre”. Federico Moccia, dove sei? Questi si fanno i dispetti e si mandano a fanculo come dei tredicenni. Aiuto! Ma in Italia siamo davvero così indietro anche sulle storie da raccontare al cinema? Ci dovevamo arenare proprio su una novelletta di vecchi adolescenti presi tra gli squillini del cellulare e “amoreamoreamore” gridato ai quattro venti? Una donna molto bella

Si aggiunga un commento musicale lounge e jazz che vuole essere a tutti i costi accattivante, con una tromba ben in evidenza ad agevolare i momenti intimi fatti di baci, amplessi e piedi nudi ripresi allo specchio e l’occhio vitreo è assicurato.

Tra crisi d’isteria, vere come una moneta da 3 euro, e ridicolume a fiumi, Lui, Marco Foschi, si aggira per il set compassato ed espressivo come una polpetta senza uova e pangrattato. Sia che pianga, che rida, che faccia l’amore o che fumi una sigaretta, Lui sa impostare il pilota automatico solo sull’espressione del bel tenebroso, il piacione stereotipato, quello col sorriso da furbetto, la frangia spettinata e l’occhio vispo. A questo punto sorge spontanea un’idea sul perché ci sia davvero del precariato, no?

Il suono in presa diretta non contribuisce a valorizzare le interpretazioni, prodighe di toni che vorrebbero essere drammatici quando invece risultano piatti e vorrebbero essere simpatici ma appaiono giusto ruffiani.

Tra provini, montaggi, prove di regia con controcampi da aggiustare, la Negri si crede di essere Truffaut in “Effetto notte” (e per giunta un pisolino al buio riesce pure a indurlo).

Le telecamere digitali che seguono i personaggi, che forse vorrebbero creare tanto quell’effetto di cinema nel cinema o finto documentario, risultano alla lunga tediose, rappresentative di un cinema che vuole dipingersi per forza di cose come d’Autore ma che dovrebbe invece volare più basso, senza complicazioni visive inutili e fini a se’ stesse. A riposo

I cameraman (i quali risultano anche più simpatici e abbozzati meglio di Giovanni e Lucia) si scoprono, alla fine, come i veri precari e diventano essi stessi attori e protagonisti della storia, con le loro esclamazioni, i giudizi sugli accadimenti e le loro comparsate sullo sfondo, ripresi ora dalla vera regista, ora dal loro comprimario che gira il “documentario”. Nonostante l’espediente narrativo del “mockumentary” il film rimane freddo e inospitale.

Accostare le vicende quotidiane al vissuto cinematografico e teatrale praticato sui set, poi, non aiuta l’approfondimento sul precariato in un mondo che è molto più complicato di quanto non venga descritto dal film. E la pellicola, di per se’, non vale nemmeno come ipotetica risposta al precariato perché un prodotto così irritante e autoreferenziale non è la strada per uscirne. E’ un ibrido, oltretutto discontinuo.

E le interviste fuori dal film? Con lo sfondo bluastro dove gli attori danno il loro giudizio sullo spettacolo, sul lavoro nel settore, sulle insidie che possono colpire gli affetti… patetici prigionieri di un sogno infranto e anticipatori del finale che arriva dopo un inutile panegirico. Il pistolotto illuminante della psicologa alla quale i due sposi si rivolgono lascia basiti: “Perché c’è la crescita zero? Perché siamo continuamente bombardati da immagini che ci propongono una felicità irraggiungibile”.

L’unica a risultare idonea a essere consacrata vera attrice è Alba Rohrwacher, una che recita anche con un semplice colpo di tosse, un sospiro, un urlo, un capello messo fuori posto e ciondolante davanti a un occhio. Una donna che imprime così tanta forza ed energia in quello che fa che vederla in questo guazzabuglio dispiace molto. Il suo talento risulta disperso e sprecato in un calderone costantemente sopra le righe.

“Riprendimi!” non è un film: è l’invocazione lanciata da un cinema italiano tradizionale che non c’è più e che invita quello presente a raggiungerlo. Ma l’impressione è che quest’ultimo si muova ancora troppo lentamente perché lo possa avvicinare. Adesso capisco pure il titolo originale, che era “Elettrocardiogramma”: perché non basta un defibrillatore per riprendersi.


DOOM GENERATION

Doom generationDOOM GENERATION
(UN FILM ETEROSESSUALE DI GREGG ARAKI)

CAST TECNICO ARTISTICO:

Regia, Sceneggiatura e Montaggio: Gregg Araki.
Musica: Jesus and Mary Chain, Nine Inch Nails, Porno For Pyros, Front 242, Slowdive, Belly, Curve, MC 900 FT.
Jesus, Meat Beat Manifesto, Cocteau Twins, Coil, My Bloody Valentine, Ride, Love And Rockets, The Wolfgang Press, Lush,
Medicine, Babyland, Bigod 20, Aphex Twin, God Lives Underwater, The Verve.
Produzione: Andrea Sperling, Gregg Araki,
Pascal Caucheteux (Francia).
(USA, 1995). Durata: 85′.


VOTO: 6,5


Il vostro “tromba” ha visto questo film nel lontano 1995 in una sala d’essai. Un tempo potevi andare al cinema e vedere film cosi’. Ora non piu’. Comunque questo film e’ meglio di un qualsiasi trip o bevanda forte ingerita per sballare la mente e deviare la mia coscienza malata. Eh sì, perche’ un po’ malato lo sono, diciamocela tutta. E questa pellicola mi incanto’ non poco.

Il regista ancora non lo conoscevo: era quel Gregg Araki che in seguito sarebbe diventato una punta di diamante del nuovo “queer cinema”. Egli dichiara che e’ un film eterosessuale ma in questa societa’ liquida di etero puro c’e’ rimasto ben poco…

Ero incredibilmente estasiato come in una visione mistica. Niente di cosi’ seducente avevo mai visto al cinema e per chi come me ama i rapporti multipli senza invidia e gelosia questo film e’ un piatto molto ricco e molto elaborato. I nostri tre protagonisti sono dei perdenti di fine secolo che vagano nel nulla eterno senza una causa ne’ un solo ideale. La loro vita e’ priva di ogni morale e senza un futuro; per questo vagano su una macchina e dentro stanze di motel che sono i loro rifugi da un mondo che sembra odiarli e non volerli piu’ se non morti. Chi dorme non piglia pesci

Vivono in una realtà allucinata fatta di colori, musica distorta e si nutrono di cibo che pare fatto di plastica. Sperimentano qualsiasi tipo di droga e promiscuita’ sessuale. Ma non sono dei cinici nel loro modo di manifestare, anzi, hanno un grande bisogno di amore e anche la violenza che ne sprigiona e’ un modo di autodifesa dalle insidie del mondo.  Il loro e’ un viaggio insidioso e pieno di pericoli. Sembra quasi un videogioco dove i protagonisti devono solo riuscire a salvare la pelle.

Jordan e’ il perfetto scemarello di turno un po’ di fuori e perfettamente ingenuo al punto di dire quando e’ sballato che si sente come un criceto nel culo di Richard Gere. Amy e’ la sua donna;  e poi c’e’ l’altro, Xavier, che sembra la personificazione terrestre dell’angelo Lucifero. Un trio perfetto e sperimentale.

E poi me la fate dire una cosa? Il protagonista maschile e’ molto bello ed erotico; alimenta non pochi pensieri porno. E qualcosa con i naziskin ce la farei anche io… Ardito? Guardate il film e poi me lo direte.


s. DARKO

s. DarkoUn film di Chris Fisher.

Con Daveigh Chase, Briana Evigan, Jackson Rathbone, Ed Westwick, Elizabeth Berkley.


Fantastico, Ratings: Kids+16, durata 103 min. – USA 2009. – Moviemax. Uscita: venerdì 21 agosto 2009.





VOTO: 4,5


29 giugno 1995. Sette anni dopo la brutta (?) fine del fratello Donnie, la sorella minore Samantha, anch’ella sonnambula, è in viaggio insieme all’amica Corey. Le due diciassettenni si dirigono verso le coste californiane, in cerca di un impiego come ballerine grazie all’auspicato aiuto del padre di Corey.

Ma con la famiglia dei Darko c’è da stare attenti e col naso all’insù: questa volta dal cielo cade un meteorite su di un piccolo mulino a vento in quel di Conejo Springs. E la fine del mondo è preannunciata nientemeno che il 4 luglio, festa nazionale americana.

Anche qui si sono voluti inserire (senza particolare significato, per la verità) vaghi echi politici che fanno capolino tra le maglie della sceneggiatura: si parla di “Desert storm” e si fa riferimento ai reduci di guerra. L’approfondimento si esaurisce tutto nell’esistenza di un personaggio vestito con la tuta mimetica che si chiama Iraq Jack e che è stato pettinato con i capelli sparati all’insù. In questo modo (e nella fine che gli fanno fare) i realizzatori si sono assicurati un aggancio non indifferente al personaggio principale del primo film.

Molto affascinante visivamente e con paesaggi davvero mozzafiato (che peraltro non vengono sfruttati a dovere, visto che si sarebbero sposati benissimo per definire i caratteri dei personaggi), la pellicola si districa a fatica tra scelte musicali stuzzicanti. Quello che non stimola è la sceneggiatura, la quale si sente in obbligo di richiamare continuamente il film originario; ecco che rispunta il fuoco punitivo contro la religione discriminante e non scevra di rappresentanti al limite del fanatismo, e il qualunquismo degli adulti nei confronti di adolescenti un po’ allo sbando ma non meglio definiti e analizzati. Keep in touch

Troppo spazio viene lasciato al sovrannaturale e ai viaggi nel tempo; un espediente molto di moda negli scritti degli ultimi anni che oramai ha annoiato anche il cucco.

Gli attori pronunciano le battute con un tono sempre dannatamente così solenne e definitivo tanto da sembrare sull’orlo di una consacrazione divina; il conseguente fastidio è ai livelli di guardia e risulta spossante.

E non servono i riferimenti “alti” all’Apocalisse o al cinema uscito in quegli anni (si ostentano per ben due volte titoli come “L’esercito delle 12 scimmie” e “Strange days”).

No no, “Donnie Darko” non si poteva proprio toccare. Il suo sequel, se così si può chiamare, rimarrà una meteora. Chris Fisher, dopo aver mischiato vorticosamente e inopportunamente le carte della narrazione e aver usato un po’ a sproposito i ralenty (sapientemente dosati dal suo predecessore), ha almeno il garbo di rimettere tutte le cose in ordine e lasciare a Richard Kelly, qualora volesse proprio rimetterci le mani, la possibilità di continuare doverosamente la storia del Donnie Darko che conosciamo.

A proposito… chissà dove si troverà, adesso, quel ragazzaccio.