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Archivio per 22 luglio 2009

LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.

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WILD SIDE

Wild sideRegia: Sébastien Lifshitz.

Con: Stéphanie Michelini, Yasmine Belmadi.


Genere: Drammatico. Produzione: Francia. Anno: 2004. Durata: 93 min.






VOTO: 6


Un film da noi passato quasi in sordina pero’ da recuperare, se uno ne ha la possibilita’. Non che si gridi al capolavoro, intendiamoci. Anzi il ritmo e’ assai lento e a tratti soporifero, pero’ racconta una bella storia. Una storia di tre solitudini che si incontrano e che si amano senza limiti e senza tante censure. Un rapporto a tre. Che ogni persona dovrebbe provare almeno una volta nella vita e tenerselo caro. Perche’ in due si parla ma in tre si discute ancora meglio. Tre e’ il numero perfetto. O quasi. A volte integro e puro.

Il titolo e’ un frammento di “Walk on the wilde side” di Lou Reed. Una bella canzone e forse uno dei pochi gioielli di Lou.

Stéphanie e’ una giovane transessuale che si guadagna da vivere sui bordi della strada e vive con Jamel, un nordafricano che per sfuggire al ghetto della sua famiglia campa battendo ai cessi della stazione. A loro si unisce un disertore dell’esercito russo in guerra con la Cecenia, un boxeur clandestino che si adatta a fare qualsiasi tipo di lavoro a nero per sopravvivere.  Tutti e tre dividono un modesto appartamento alla periferia di Parigi. Il rapporto che li unisce gli permette di superare la vita di ogni giorno, quella stancante quotidianeita’ che a volte ci affligge con le nostre insicurezze e paure.  Un giorno Stéphanie riceve una telefonata: sua madre, che vive in un paesino al nord della Francia, e’ malata e necessita di cure. Comincia quindi il viaggio, inteso anche come introspezione sugli affetti e sulle scelte che facciamo e che condizionano la nostra vita.…. Sia Parigi che il paesino sono anonimi e sembra che il tempo si sia fermatoUna scena del film per sempre. Eppure e’ in questo anonimato che si muovono questi tre personaggi che si incontrano, si lasciano e che si sviluppano nel loro lento divenire come se percorressero un fiume tranquillo. Le citta’ e le campagne del mondo moderno, sono tutte impersonali e creano solitudini; solo i legami umani e le affettivita’ vissute in pieno ci possono salvare e redimere, soprattutto per i diversi che vivono ai margini della societa’.

E comunque ripeto e’ un buon film toccante e sincero che indaga molto bene e con un certo garbo sulle infinite possibilita’ di gestire i rapporti e le relazioni umane. E non parla necessariamente ad un pubblico solo gay. E questo non e’ poco.