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Archivio per 2 luglio 2009

MOULIN ROUGE – Visto da Pompiere

Moulin RougeUn film di Baz Luhrmann.

Con Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.



Musical, durata 130 min. – Australia 2001.





VOTO: 4


Dopo l’uscita di “Moulin Rouge”, nel 2001, e dato il suo successo commerciale e artistico (visto che fu accolto positivamente dalla critica e dalle cerimonie degli Oscar), l’industria cinematografica cominciò a puntare nuovamente sul genere musical.

A un inizio che sorprende per il suo effetto caleidoscopico ne fa seguito un altro che cade sulla struttura narrativa: uno dei problemi più grossi del film è, infatti, la sua apertura rivelatrice del finale. Tutto quello che accade dopo, freme nell’attesa di “quel” momento e, quando arriva, manca l’identificazione e una qualsiasi partecipazione emotiva. Anche la luna in stile Georges Méliès (perché tanto con la scusa della cultura pop si sono sentiti autorizzati ad arraffare di tutto, come in un giocoso albero della cuccagna) si sarà annoiata, poverina. Oltretutto stufa di una scrittura enfatica e stucchevole, veramente brutta.

Satine non è più un diamante grezzo, e allora invece di fargli fare “X-Factor” l’hanno chiamata a interpretare la stella delle donne di malaffare al “Moulin Rouge”. Indimenticabile la sua entrata in scena: canta subito Marylin Monroe e reprimo un urto di vomito, maledicendomi per tutte le volte che non ho apprezzato l’interpretazione che ne dava Valeria Marini. Poi attacca un riprovevole mix con la Madonna di “Like a virgin”.

Gli accidenti ricevuti evidentemente sembrano funzionare: la nostra Satine respira male e suda freddo mentre è sull’altalena, oddìo… sta cadendo, vuoi vedere che… No, qualcuno la prende al volo e la salva, maledizione. E quella tosse con sbocchi di sangue non sarà mica tisi? Vuoi vedere che morirà di quello tra 1h e 40’? Ci faranno aspettare così tanto? E nel frattempo cosa fanno? Stordita

Il talento dell’attrice australiana non trova pane per i propri denti diretta dal circense “Bazza” Luhrmann e, costretta a incensare di lustrini i festanti parigini e a rigirarsi su un letto come una gatta in calore, fa quello che può.

Le musiche sono un insopportabile e chiassoso eccesso che soffoca gli intenti dei cantanti originari. Si va dal ripescaggio del musical (“Tutti insieme appassionatamente” è arrangiato male e modernizzato peggio) a quello dell’alternative-rock con un azzardato mix preso dai Nirvana (da brividi, avrei avuto bisogno di un maglione aggiuntivo anche in quel cinema di periferia affollato dove vidi il film). Cobain si sarà rigirato nella tomba, poverino (ma tanto era morto da 7 anni, e poi vuoi che escludessero il grunge dal minestrone? Come avrebbero potuto far presa su quei 3 brufolosi che muovevano il culo tra le poltrone del cinemino?).

Non ci si fanno mancare neppure i Doors, maledetti e rivoluzionari in perfetto stile bohemienne fine ‘800. I francesi lo chiamano “pastiche”, gli inglesi usano la stessa parola, quindi il discorso vale anche quando si scimmiotta Sir Elton John.

Sapete, ognuno di noi, avrebbe di che attingere dalle frasi delle più note canzoni pop-rock per poter rappresentare i momenti della propria vita. Quante volte ci è capitato? Quante altre volte ci succederà? Ma avvalersene per coprire un’intera colonna sonora e travestire da musical un film è un’operazione adulatoria imperdonabile. Non ho più voglia di riportare esempi di ulteriori scempi compiuti a danno delle canzoni, mi limiterò solo a dire che il punto più basso (e per me estremamente avvilente) l’ho toccato quando hanno osato profanare “Pride” degli U2.

Insegna (e non impara)In nome dell’anticonformismo si va avanti esaltando in modo qualunquistico la Bellezza, la Libertà, la Verità e l’Amore; cosucce da niente. Ovunque il film trasuda della parola Amore e, in questo modo, la passione viene ridicolizzata. “Tutto quello che ci serve è Amore!”: incredibile rivelazione reiterata almeno 30 volte.

La regia è pietosa e fallisce clamorosamente: anche le ballerine del Can-Can, dopo aver vorticosamente ballato si fermano per riposarsi altrimenti accusano giramenti di testa. “Bazza” no, lui insiste volando da un capo all’altro delle scenografie e così ci fa cadere per terra. Durante i balletti le inquadrature cambiano alla velocità della luce per nascondere l’inesistenza delle coreografie: un musical senza coreografie è come una birra servita in un bicchiere di plastica, meglio non berla. Col montaggio sciagurato (funzionale a nascondere le numerose pecche della regia) il mal di testa è assicurato. Mi scappa pure una rima, preso come sono dal musical più condensato di tutti i tempi.

Un concetto però, grazie a questo film, l’ho assorbito per davvero. Perché “la cosa più grande che tu possa imparare è amare e NON lasciarti amare”, soprattutto dalle rauche sirene incantatrici del “Bazza”.

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I MIEI PRIMI 40 ANNI

I miei primi 40 anniUn film di Carlo Vanzina.

Con Elliott Gould, Jean Rochefort, Carol Alt, Riccardo Garrone.



Biografico, durata 107 min. – Italia 1987. –
VM 14






VOTO: 4


Per chi ama i film irresistibilmente brutti, questo e’ un piccolo cult movie da annoverare insieme a Via Montenapoleone e La piu’ bella del reame.

Sì, voi ridete, ma a volte un film non basta che sia brutto… a volte si raggiunge l’orrido e lo si sorpassa alla grande verso il sublime dell’orrido; comunque questa perla va recensita a tutti i costi. Tutto nasce da un libro di una tale MARINA RIPA DI MEANA che alla soglia dei 40 decide di raccontare le sua vita cosi’ irrimediabilmente favolosa e degna di essere vissuta… niente a che fare con le Paris Hilton di oggi; diciamo una versione tipicamente italiana del vivere a tutta birra. Il libro ha un discreto successo e, nell’87, si pensa di farne un film. Un'immagine di Carol

Avete presente un bell’album di figurine incollate su un patinato album? Bene i miei primi 40 anni questo e’. Nulla di piu’.

Si parte con l’infanzia di Marina, con i primi bollori sessuali (anche lesbici) e la voglia di emergere a tutti i costi dalla sua condizione sociale. Sposa un duca squattrinato, il duca Caracciolo, e dopo la nascita di Lucrezia avviene la separazione. Mette su un atelier di moda poi fa l’accompagnatrice permanente di un ricco uomo d’affari amante della bella vita ma, insoddisfatta del rapporto, lo lascia per andare a vivere con un pittore contestatore ed infine con un giornalista. Voi mi direte: ma che scrivi? Sì perche’ il film e’ tutto qua. Una storia di una donna che, se sviluppata in maniera diversa, avrebbe forse potuto dire anche qualcosa. Purtroppo fa solo da contorno a tutta una serie di luoghi da villeggiatura, begli abiti, tante canzoni e qualche momento un po’ intimo. Il resto non esiste. Resta solo la folgorante bellezza di Carol Alt.

Vi ricordo che esiste anche una versione televisiva (credo di qualche ora) andata in onda nelle reti mediaset che il sottoscritto ha avuto l’onore di vedere e alla quale è sopravvissuto senza troppi traumi. E’ proprio vero, si sopravvive a tutto. E qua sono sopravvissuti attori del calibro di ELLIOT GOULD e JEAN ROCHEFORT.