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LA FINESTRA SUL CORTILE


La finestra sul cortileUn film di Alfred Hitchcock.



Con Raymond Burr, Thelma Ritter, Wendell Corey, James Stewart, Grace Kelly.



Titolo originale Rear Window. Giallo sentimentale, durata 112 min. – USA 1954.



VOTO: 10


Si aprono lentamente le tendine su di un cortile newyorkese, composto da un piccolo grande Universo: una ballerina continua i suoi esercizi anche mentre prepara la colazione e cura la sua solitudine amorosa a colpi di spazzola, un compositore di pianoforte cerca l’ispirazione, un rappresentante di gioielli con la moglie malata conduce una vita ritirata, una coppia di freschi sposini è in perenne accoppiamento, Miss Cuore Solitario attende il Principe Azzurro, una scultrice di opere astratte lavora superficialmente.

Il fotoreporter Jefferies, per lo più votato all’avventura, è bloccato su di una sedia a rotelle perché si è rotto una gamba: il suo ultimo servizio su una corsa automobilistica è stato troppo ravvicinato e da 6 settimane ne sta pagando le conseguenze. La noia lo sta assalendo e ha, come unica scappatoia, quella di curiosare sulle attività dei vicini. Manca solo una settimana alla tanto sospirata libertà motoria e Hitchcock sembra volerlo aiutare quando lo vediamo sistemare l’orologio in una delle sue tipiche apparizioni; ma il tempo, per Jefferies, scorrerà più in fretta di quanto non possa immaginare…

“La finestra sul cortile” (nominato all’Oscar per la Miglior Regia, la Sceneggiatura, la Fotografia e il Sonoro) è il più felice esempio del cinema di Hitchcock, il suo film più rappresentativo. Si notano subito la genialità tecnica, la capacità di raccontare una storia in modo unicamente accattivante, lo humour e, dal punto di vista tematico, sono presenti il voyeurismo mescolato alle relazioni sentimentali e alla sessualità. James Stewart spia l'avvenente dirimpettaia

In particolare l’uso del punto di vista soggettivo è al centro della storia: il personaggio di James Stewart (Jefferies, appunto) vede e noi vediamo ciò che lui vede. Questo è il fulcro del modo di Hitchcock di fare cinema e lo conduce con molta destrezza; a lui il potere ti tagliare e mostrare le immagini che vuole, di metterle insieme o di sovrapporle grazie a un’intelligenza metodica senza pari. E a lui l’abilità nell’allontanarsi da questo vincolo “soggettivo” quando decide, unica volta durante il film, di farci assistere a un particolare rilevante mentre Jeff dorme: una ricetta perfetta per aumentare la suspense e per renderci complici della vicenda.

All’esterno del microcosmo raccontato nel cortile di “casa Stewart” c’è un mondo frenetico e noi ne vediamo solo una parte, quel pezzo di strada che compare fra le mura delle case. Ma, per tutto il film, Hitchcock non ci fa mai uscire dal cortile.

La regia continua il lavoro di ricerca sullo spazio chiuso già tentato nei film precedenti; lo scarto sta nella disinvoltura con cui il pubblico “si fa’ carico” dello stimolo tecnico e stilistico proposto. Hitchcock svolge il suo tema su piani sovrapposti: approfitta dell’infermità di Jeff (la prigione del corpo), dell’estensione del suo appartamento (la superficie ristretta del rifugio), della recinzione dell’immobile (la rete urbana di un cortile interno), dell’aspettativa di un’unione matrimoniale (il vincolo sentimentale).

I suoni usati nella descrizione della vicenda sono pochi ma molto precisi: si impiega la musica per creare dei toni caratteristici e un’atmosfera singolare, animando così il mondo in cui si svolge la storia. “Rear window” apre con una musica jazz che dovrebbe raccontare le strade di Greenwich Village degli anni ’50. In realtà non esiste una colonna sonora ben precisa, e a quell’epoca era una cosa davvero insolita e alquanto azzardata; tutto questo, però, contribuisce a darci un’idea di verosimiglianza, come se non ci fosse nessuna intrusione e tutto fosse reale. L’unica musica presente è quella che proviene da uno degli appartamenti mentre qualcuno ascolta un disco o suona un piano.

Semmai si fa ricorso a una lirica già esistente, non composta originalmente, come “That’s Amore”. Oppure alla canzone “Lisa”, che è una parte integrante della storia; il pezzo viene ideato davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie da un canzoniere in difficoltà alla ricerca di una melodia e di un’armonia che sviluppi qualcosa di interessante. Uno dei personaggi verrà addirittura salvato, grazie all’ispirazione che troverà in questa musica

Il personaggio di Jeff viene affiancato nelle sue avventure da Lisa Carol Freemont, una donna  appartenente a quella rarefatta atmosfera di Park Avenue che non porta lo stesso vestito due volte. Grace Kelly la interpreta con naturalezza di temperamento e di stile. Jefferies non presta molta attenzione alla bionda spigliata e avvenente, sembra anzi temerla più di quanto si possa concepire. La prima inquadratura del volto di lei, quando va a fargli visita, è una delle riprese più belle del viso di una donna.

La relazione tra i due testimonia della terribile incompatibilità delle posizioni maschili e femminili, così come sono state definite e come si sono evolute all’interno della nostra cultura. Lei va audacemente a caccia di una fede nuziale, mentre Jeff pensa solo al lavoro e alla propria libertà. Un avvicinamento lo si avrà solo dal momento in cui lei sceglierà di vivere una vita avventurosa e pericolosa come il suo amato. L’idea che ha Hitchcock dell’amore romantico è a dir poco scettica.

La sceneggiatura di John Michael Hayes, uno dei migliori che Hitchcock abbia mai avuto a disposizione, è basata sul racconto di Cornell Woolrich pubblicato nel 1942 ed è stimolante, con idee sempre così “visive” e perfettamente cinematografiche che favoriscono un’immediata compenetrazione negli accadimenti. E’ diversa dal libro perché inserisce la storia d’amore e tanti altri personaggi funzionali all’intromissione di Mr. Hitchcock in un mondo privato e intimo, qual è quello del cortile. Il soggetto, comunque, assicura un copione di impietoso rigore e di illusoria levità.

Le interpretazioni sono davvero eccezionali. Thelma Ritter, nel ruolo di Stella, la caustica infermiera che lavora per la compagnia di assicurazioni, è fantastica. Contribuisce a rivelare il carattere del personaggio di James Stewart in modo determinante, portando una ventata di humour e concedendo al pubblico alcune “pause” durante le quali poter ridere di gusto. “Quando la General Motors va al bagno 10 volte al giorno, l’intero Paese è sull’orlo della rovina”, dice Stella a proposito di quando aveva in cura un dirigente della famosa azienda statunitense, prima della crisi economica del 1929. Cosa si nasconde dietro la finestra del mistero?

Jefferies è un bellissimo esempio di eroe ambiguo e Jimmy Stewart non poteva essere attore più adatto nel rendere questa inafferrabilità. Il primo piano più curioso e significativo fatto su di lui, quello che ci rivela qualcosa di veramente schietto e spontaneo, si ha quando Lisa si interessa finalmente all’omicidio, rischiando la vita come un’avventuriera.

Hitchcock trova umanità anche nei personaggi più maligni, c’è sempre qualcosa di simpatetico verso i criminali e, in questo caso, di compassionevole. Abbiamo l’impressione che l’assassino sia in trappola ma che sia stato spinto a fare quello che ha fatto, con una giustificazione esistente a priori (anch’egli vittima di un vincolo sentimentale troppo opprimente?).

Alla fine due cuori si incontreranno grazie a una nuova melodia musicale, un appartamento sarà “purificato” dall’intervento degli imbianchini, nasceranno nuovi affetti nei confronti degli animali, un’altra gamba sarà destinata a rompersi e una grandiosa opera cinematografica sarà completata.

Le tendine si richiudono, lo spettacolo è terminato. E a noi, fieri e moderati voyeurs, rimane la voglia di riaprirle.

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