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LA FAMIGLIA


La famigliaCast: Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Carlo Dapporto, Ottavia Piccolo, Jo Champa, Massimo Dapporto, Athina Cenci, Alessandra Panelli, Monica Scattini.

Regia: Ettore Scola.


Sceneggiatura: Furio Scarpelli, Ettore Scola, Ruggero Maccari, Graziano Diana.


Data di uscita: 1986.

Genere: Drammatico.


VOTO: 8,5

Foto di gruppo per una famiglia romana in un interno; è il 1906 e lo scatto della macchina fotografica suggella la nascita di Carlo, protagonista e narratore di 80 anni di storia del suo nucleo borghese. Scorrono così i ricordi di Carlo e della sua famiglia dimorante nel quartiere Prati, attraverso vicissitudini ora drammatiche, ora farsesche e lievi.

Il film trovò alla sua uscita il pieno gradimento del pubblico e della critica anche internazionale, vista l’accoglienza tributatagli al Festival di Cannes del 1987 dove fu presentato e dove fu battuto, nella corsa alla Palma d’Oro, dal controverso “Sotto il sole di Satana” di Pialat.

Le lente carrellate in avanzamento della macchina da presa attraverso il corridoio della casa scandiscono il passare del tempo e anche il passaggio di straordinari e memorabili personaggi che resteranno per sempre scolpiti nel nostro immaginario cinematografico.

Carlo a 10 anni è già un ragazzo esemplare, più sincero del fratello minore Giulio con il quale avrà, durante il corso della sua esistenza, una serie di scontri e diverbi. Particolarmente rilevante è l’episodio nel quale Aristide, il padre dei due ragazzi interpretato da un ottimo Memè Perlini, punisce i figli per aver sottratto mezza lira dal soprabito del dottore di famiglia. All’epoca, il castigo più esemplare che poteva esserci, era quello di negare l’abituale uscita della domenica per la bevuta di un po’ di gazzosa…

Nel 1926 troviamo Carlo già laureato in Lettere e critico nei confronti del fascismo. Per sbarcare il lunario offre ripetizioni a Beatrice, che si innamora di lui, ma il suo interesse è rivolto alla sorella di lei, Adriana (interpretata, in questo periodo, da una briosa Jo Champa), un’esuberante e disinvolta concertista che partirà per Milano alla ricerca di prospettive consone alle sue attitudini musicali.

Altra carrellata in avanzamento e altro salto temporale di 10 anni; siamo nel 1936 e di Adriana si hanno buone notizie, la donna si sta affermando all’estero come un’ottima suonatrice di pianoforte. Carlo decide così di sposare Beatrice la quale gli darà due figli. Molto trascinante la sequenza nella quale i familiari, riuniti intorno alla radio, ascoltano il concerto parigino di Adriana: le note del piano risuonano all’interno della casa in modo così forte e coinvolgente da generare malinconia (nelle tre zie destinate a restare nubili per tutta la vita), estasi (nell’animo della sorella Beatrice) e rimpianto (riscontrabile nello sguardo nostalgico di Carlo).

Si avvicina la seconda guerra mondiale e Giulio, da sempre individuato come il fratello più debole, si fa corrompere dai propositi bellici, partecipa al combattimento e viene fatto prigioniero per due anni. Ritorna distrutto dall’esperienza, è depresso (“Appena mi sento meglio… mi sento peggio”) ed esce sconfitto anche dal confronto col fratello del quale invidia la posizione sociale e il ruolo patriarcale raggiunto all’interno della famiglia. Carlo con lui ha sempre litigato oppure l’ha compatito sottraendogli la possibilità di diventare uno scrittore affermato.

Nel luglio del ’56, in occasione delle ferie estive, l’appartamento viene lasciato vuoto e sarà il momento per Carlo e Adriana (ora cresciuta e impersonata da una splendida Fanny Ardant) di un nuovo incontro durante il quale si tenterà di riscrivere la loro storia amorosa. Ma l’unica Storia che entra nella casa è quella che passa attraverso la televisione con la notizia dell’affondamento del transatlantico Andrea Doria e del matrimonio tra Marilyn Monroe e Arthur Miller. Il confronto sentimentale tra i protagonisti si risolve ancora una volta con un addio durante un violento temporale. Si prende consapevolezza che il coraggio è venuto troppo tardi e la passione tra di loro resterà per sempre sopita.

Successivo a queste sequenze è l’arrivo dell’inverno e della famosa nevicata del ’56. A tal proposito c’è da sottolineare una piccola inesattezza negli avvenimenti: è risaputo infatti che il maltempo colpì la capitale durante i primi giorni del mese di febbraio.

Niente da rimproverare agli autori ne’ tantomeno al regista perché, in ogni caso, il film è volutamente impermeabile agli avvenimenti storici e intende lasciare pienamente spazio alle vicende che concernono la sfera dei sentimenti, delle emozioni e degli stati d’animo di ciascun personaggio. Un ulteriore esempio di questo proposito è l’adorabile duetto a tavola tra Carlo/Gassman e Jean-Luc/Noiret, il fidanzato di Adriana; si discute di politica e di aspetti sociologici solo per dissimulare malintesi privati e segrete tensioni.

Pur essendo principale, il personaggio di Carlo è partecipe di una coralità a più voci. Ciascuna figura ha la sua distinta fisionomia e non prende parte solo in veste di comprimario: come dimenticare, a tal proposito, le zie che nessuno si sposa (Athina Cenci, Monica Scattini e Alessandra Panelli), la cameriera fedele (Ottavia Piccolo) o il beota fascistoide dello zio Nicola (Renzo Palmer)?

Nonostante il gran numero di attori e di personaggi, la narrazione procede spedita senza nessun ingombro e questo merito va riconosciuto a una sceneggiatura che opera per sottrazione, nel rispetto della linearità e con elementi e situazioni basilari. Pronti per la foto di rito

Gli oggetti dell’appartamento nel quale si svolge l’intero film rimangono nel tempo pressoché immutati e indicano l’idea di continuità familiare oltre le vicende esistenziali, eludendo pure gli accadimenti luttuosi, lasciati compostamente ai margini ed evocati soltanto attraverso simbolismi (vedi il quadro dipinto a nascondere il volto del nonno deceduto, all’inizio della vicenda).

La regia di Scola è una lezione di equilibrio, di raffinatezza e di stile; non calca mai la mano, pur avendone avuto la possibilità. Questo metodo di lavoro da’ la possibilità al montaggio di emergere in pochi ma significativi attacchi, uno su tutti il succedersi delle suonate di campanello con le relative entrate in casa delle decine di familiari (ormai “allargati”) venuti a festeggiare l’ottantesimo compleanno di Carlo.

Dobbiamo quindi ringraziare questo caposaldo del cinema italiano degli anni ’80 perchè ci ha fatto comprendere l’eccezionalità della vita quotidiana, raccontandoci di aspetti minimi senza “ingerenze” fantastiche ed esaltando fino alla commozione l’aspetto umano rispetto a quello storico.

Rivisto oggi “La famiglia” ha l’effetto di una carezza benevola.

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