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Articoli con tag “subconscio

OCCHI SENZA VOLTO

Un film di Georges Franju.

Con Alida Valli, Pierre Brasseur, Edith Scob, François Guerin, Alexandre Rignault, Claude Brasseur.

Titolo originale Les yeux sans visage. Giallo/Fantascienza/Noir/Thriller, b/n durata 87′ min. – Francia, Italia 1960.

VOTO: 7

Una serie di alberi spettrali e spogli assediano il percorso di un’auto che incede nella notte. Alla guida una donna tormentata pulisce il vetro, un po’ per cercare di vederci meglio data la foschia invernale, un po’ per dare sfogo alle sue preoccupazioni. Sul sedile di dietro una figura indistinta è scossa dalle irregolarità dell’asfalto. La strada percorsa è secondaria, sembra deserta. Invece un’altra macchina si avvicina, punta i fari sulla scia della vettura che la precede, poi sorpassa facendo tirare un sospiro di sollievo all’autista. Ci si aspetta un contrappunto musicale alla “Psyco” e invece affiora la musica febbricitante e oscura di Maurice Jarre. Anche qui dopo tutto c’è una donna al volante che sembra in fuga da qualcosa o qualcuno, e il suo (altro…)


THE ELEPHANT MAN

Un film di David Lynch.

Con Anne Bancroft, John Hurt, Anthony Hopkins.

Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 125′ min. – Gran Bretagna 1980.

VOTO: 9

La musica circense di John Morris illude la serena predisposizione del nostro stato d’animo. Non facciamo in tempo a guardarci intorno, che una foto di donna ci osserva irrisolta. Poi, un branco di elefanti che scalpitano. Il loro barrito è coperto da clangori industriali che ci riportano indietro di qualche anno, al momento dell’uscita di un altro film che dava spazio a un feto gemente. Il timbro di David Lynch non tarda a rivelarsi: embrioni sottovetro, donne barbute e creature guastate ci si parano innanzi, mentre noi diventiamo francobolli incollati alla vicenda.

Cieli troppo anneriti da gigantesche ciminiere non possono essere contemplati a lungo. Il regista pretende che il nostro sguardo si abbassi sulla drammatica realtà di un diverso alle prese con la (altro…)


INCEPTION

USCITA CINEMA: 24/09/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Christopher Nolan.
ATTORI: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Cillian Murphy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Tom Berenger, Lukas Haas, Tohoru Masamune.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Fantascienza, Thriller, Mystery. DURATA: 148 Min.



VOTO: 4


Gigi Marzullo: “La vita è un sogno o sono i sogni che aiutano a vivere meglio?”.

Christopher Nolan: “Dipende dall’installazione del sogno e da come interagisce col subconscio. Non dimenticando la condizione onirica per la quale un sogno all’interno di un altro sogno potrebbe generare un labirinto o, chessò, un Limbo”.

Gigi Marzullo (compassionevole): “Ah”.

Squilibrato tra gangster-movie, spy-story, action, thriller, poliziesco, fantascienza d’élite, e atmosfere che attingono (ancora una volta) a piene mani dallo sguardo pesante e laborioso di Michael Mann (tanto che lui e Nolan sembrano avere consistenze di pensiero quasi inscindibili), “Inception” sta facendo… incepta di incassi un po’ in tutto il mondo. IncaSTONATO com’è tra le atmosfere urbane gelide e astratte, che stavolta si prestano a un tour gratuito di alcune delle più belle e affascinanti città del mondo, con tanto di parentesi esotica, e per giunta architettonicamente rivestibili in un modo divertente quanto risibile, il film vaga impavido e sfrontato come Berlusconi a un comizio di Forza Italia (Perché esiste ancora… Non è che me lo sto sognando, vero?).

Non mancano nemmeno le ormai inevitabili sfilate di vestiti eleganti, con quella cravatta impiegatizia (tanto per chiarire che siamo sempre al servizio di qualcuno) fatta apposta per le multinazionali con aspirazioni da Impero, o donne con l’infelice aura della pupa sfruttata, pronte a maneggiare la pistola ma che non vedono da secoli un fornello da cucina. Così stereotipato, Nolan si sente al sicuro. Si coccola per quello che riesce a fare, e se ne compiace. Come il suo personaggio principale, Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), da oggi ribattezzabile Dom Peridon, per la sua interpretazione sgargiante come un pavone in un cortile di tacchini.

Rivendicare la paternità di un sogno può essere intrigante quando quello che si fantastica è avvincente, piacevole, stuzzicante. Peccato che qui manchi la quadratura del cerchio: troppi sogni condivisi che esplodono al rallentatore rischiano di diventare un incubo. Anche per chi è a occhi aperti. Troppa retorica e moltitudini di assurde verbosità: come dimenticare “lo spazio onirico grezzo”?! Spudoratamente accademico e didascalico, il bel cinema non prevedrebbe la spiegazione delle azioni, bensì la loro semplice esposizione. Assetato di entrare nell’oLimbo dei più grandi autori di tutti i tempi, Nolan arrischia una partita affidandosi al bluff, barcamenato tra giochini masturbatori fini a se stessi.

Ecco perché “Inception” risulta un nuovo film vecchio, superficiale nella sua bizzarra pretesa di rappresentare una meditazione sulla memoria, l’amore, la sofferenza. Che l’autore si faccia pure innestare un’idea. Basta che sia buona e che non gli sbatta in faccia come un asfalto messo lì a mo’ di muro ramp(ic)ante. Al Livello dove si trova adesso sarà oppresso da un Totem gigantesco, tanto da farlo rimanere quasi senz’aria.


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


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