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THE HELP

Un film di Tate Taylor.

Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Octavia Spencer, Jessica Chastain.

Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 137 min. – USA 2012. – Walt Disney. Uscita: venerdì 20 gennaio 2012.

VOTO: 6

Una moltitudine di raggi solari rischiara la città di Jackson, Mississippi. Una speranza di solidarietà che cerca in tutti i modi di conciliarsi con il feroce razzismo dell’inizio degli anni ’60. E’ un desiderio invocato da un gran numero di donne, quasi tutte afroamericane, le quali prestano servizio domestico presso le famiglie più facoltose dei bianchi. Il loro tran tran quotidiano è scosso proprio da una donna bianca, giovane, fresca di due lauree e intraprendente.

Il suo nome è Eugenia Skeeter (Emma Stone) la quale, tanto per introdursi nell’ambiente redazionale, si è appena fatta assumere come scribacchina per una rubrica giornalistica locale di poco interesse. In (continua…)


(S)EX LIST

USCITA CINEMA: 04/11/2011.


REGIA: Mark Mylod.
ATTORI: Anna Faris, Chris Evans, Zachary Quinto, Ryan Phillippe, Oliver Jackson-Cohen.


PAESE: USA 2011. GENERE: Commedia. DURATA: 107 Min.

VOTO: 4

Siamo al tracollo. Ally (Anna Faris) è la portabandiera delle donne superficiali, di quelle insulse lettrici di riviste da teenager che danno consigli sboccati su come “accalappiare” il partner mentre turbano intenzionalmente le loro simulate emozioni. Alle sfogliatrici incoscienti non rimane che mettere su una specie di ribaltone sociologico, che le vede reclamare una situazione sentimentale stabile con qualcuno che non pensi al sesso fatto solo in “doggy style”. L’arrogarsi tale diritto passa (continua…)


INVICTUS

Un film di Clint Eastwood.

Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern.

Titolo originale Invictus. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 134 min. – USA 2009. – Warner Bros Italia. Uscita: venerdì 26 febbraio 2010.






VOTO: 8


Nelson Mandela è uno che si rifà il letto da se’, che ha l’abitudine di passeggiare presto al mattino quando fuori è ancora buio e bere un bicchiere di latte caldo alla sera. Un uomo che si interessa delle questioni personali di tutti i suoi collaboratori e stringe con loro rapporti individuali e intimi. Personaggio solitario e scomodo, alla presidenza di un Paese complicato dal 1994, deve affrontare gravi problematiche quali la disoccupazione, la crisi economica, l’aumento della criminalità e riuscire a conciliare le aspirazioni di libertà dei neri con le paure dei bianchi.

“Invictus” si fa portavoce di un perdono che libera l’anima e cancella la paura, riscopre la forza e l’importanza della comprensione, della moderazione e della generosità. Morgan Freeman nei panni del presidente, con i suoi sorrisi disarmanti, il suo lento e incerto incedere, la luce negli occhi che si fa forte di una dignità impareggiabile propria di chi ha imparato per davvero ad amare il proprio nemico, rimanda gli affari di Stato e le relazioni diplomatiche per qualcosa all’apparenza di più marginale ma che, alla fine, gli consentirà di danneggiare seriamente l’esecrabile discriminazione dell’apartheid.

In perfetto equilibrio tra spirito sportivo e impegno politico, quello di Eastwood è un cinema fatto di concetti rettilinei e potenti affetti che spiega bene la vita di Mandela e quella del Sud Africa. Lo stile del regista avvince e coinvolge. Grazie alla sua duttilità, un corridoio in controluce di un ospedale che ha appena conosciuto un episodio di eutanasia può assomigliare a uno che conduce su un campo di rugby e che odora di speranza e di rinascita.

Una regia sicura e ai limiti della perfezione per quasi tutto il film che al momento della (lunga) partita finale si sfilaccia un po’ e perde di fantasia, sfiora la retorica, si adagia sull’eredità della messa in scena di Huston in “Fuga per la vittoria” e perde l’appoggio di una sceneggiatura “parlata” fino a lì emozionante e ben suddivisa. In ogni caso le bidonvilles di legno e lamiera di Clint battono quelle di “District 9” 15-9.


IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Il buio oltre la siepeUn film di Robert Mulligan.

Con Frank Overton, Gregory Peck, Paul Fix, Brock Peters, Mary Badham.


Titolo originale To Kill a Mockingbird. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 129 min. – USA 1962.

VOTO: 9


Siamo nel 1932, a Maycomb, nell’Alabama. Una piccola e vecchia città nel profondo sud degli Stati Uniti dove trascorrono senza troppi sussulti le calde giornate estive. Un posto dove le otto e mezza della sera significa che è già tardi ed è tempo di dormire; non ci sono altri luoghi dove andare, niente da comprare. Anche perchè manca il denaro; la crisi del 1929 ha rovinato molta gente e i contadini sono le povere vittime della Grande Depressione.

La storia di Atticus Finch (un lodevole Gregory Peck) e di un processo per molti versi clamoroso è raccontata dalla voce off ormai matura di sua figlia. Il legale è una delle persone più rispettate della città, grazie alla profonda rettitudine che contraddistingue la sua vita professionale e non. La sua realtà sembra destinata a cambiare il giorno in cui Tom Robinson, un nero della zona, viene accusato di aver violentato Mayella, una ragazza bianca, figlia di una delle famiglie più povere e malviste dei dintorni. Il giudice, conscio della situazione in cui versa Tom, decide di nominare Atticus suo difensore d’ufficio.

I figli dell’avvocato, Jeremy detto Jem, e Jean Louise detta Scout, sono orfani di madre. Soprattutto la figura di Scout emerge come quella principale tra le due. E’ una ragazzina che di femminile ha veramente poco; una scavezzacollo che preferisce correre, sudare, sporcarsi e farsi male come i ragazzi piuttosto che comportarsi come una lady e stare seduta a far niente tutto il giorno, vestita di tutto punto. Una bambina-maschiaccio poco avvezza al salotto, al thè, ai biscotti o ai pettegolezzi.

Atticus cerca di crescere entrambi insegnando loro il valore del rispetto del diverso e l’importanza della capacità di comprendere gli altri, coadiuvato dalla bambinaia di colore Calpurnia, anche lei donna saggia di sani principi. C’è una sorta di soggezione nei confronti dell’avvocato da parte dei figli: lo chiamano addirittura per nome e gli rispondono “sissignore”, come si farebbe con un comandante dell’esercito. L'usignolo strappato

L’autrice del libro dal quale il film è stato abilmente tratto, Harper Lee, si è basata su storie della sua infanzia. Attraverso i dialoghi del film sentirete il caldo di Maycomb, tornerete al primo giorno di scuola, piangerete per le ingiustizie che le persone affrontano. La penna sensibile e vivace degli sceneggiatori consente di meditare sull’umana incoerenza, in una società che maschera il suo razzismo senza affrontarlo.

Il nucleo fondante del romanzo viene da una vicenda che aveva turbato la scrittrice nella sua infanzia, più precisamente i processi di Scottsboro del 1931. Durante quei dibattiti, nove ragazzi di colore furono accusati di stupro da una donna, che si era inventata la cosa per non essere a sua volta condannata perchè stava portando una minorenne in un altro stato per scopi poco ortodossi. Uno dei nove era dodicenne all’epoca dei fatti, tutti furono riconosciuti colpevoli in un primo momento e diversi di loro furono anche condannati a morte; la giustizia fece il suo corso e i ragazzi vennero scagionati dal primo all’ultimo senza che nessuna condanna definitiva fosse stata eseguita, ma qualcuno di loro passò diversi anni in galera. Harper Lee ha reso coinvolgenti anche le ingenti parti dedicate esclusivamente alla discussione del caso in tribunale, laddove il film sembra perdere qualche colpo a causa di una scrittura piuttosto piatta e di una regia particolarmente statica.

L’attacco della pellicola è, invece, straordinario: un pianoforte dolce e una nenia canticchiata da un bimbo che apre una scatola di ricordi e giochi infantili (pastelli, una spilla da balia, biglie, una chiave, qualche moneta, un orologio a scandire il tempo che passa, due statuine fatte col sapone), una serie di dissolvenze a svelare il disegno che si sta formando sotto la mano incerta e fantasiosa del ragazzino, presto seguite dall’orchestra imponente di Elmer Bernstein che ci fa librare con l’immaginazione. Il disegno è quello di un volatile, strappato subito dopo dal bambino mentre ride compiaciuto.

La centralità del mondo infantile è costante in tutta l’opera cinematografica: questi “uccellini” imberbi si arrampicano sugli alberi del giardino, hanno voglia di giocare a football, si vantano di aver imparato a leggere prima degli altri fanciulli (come sono cambiati i tempi…) e si accontentano di trascorrere le giornate dondolandosi a un’altalena, tirando di fionda e misurandosi in piccole prove di coraggio. Quando arriveranno i primi giorni di scuola bisognerà dismettere i vestimenti di tutti i giorni per lasciare spazio a quelli formali e rigidi voluti per l’apprendimento, l’adolescenza bussa alle porte più velocemente di quanto essi stessi non si aspettassero.

Il pericolo dei cani rabbiosiL’importanza del ruolo fanciullesco è esaltata anche dalla descrizione e dalla caratterizzazione che viene fatta dei personaggi secondari, in particolar modo dei vicini. L’anziana bisbetica che ha bisogno di riverenze e sottili devozioni per smorzare il suo lato stizzoso e antiquato insegna ai ragazzi dell’avvocato l’importanza della mediazione, mentre il vicino silenzioso che rinchiude e incatena in casa il figlio che l’ha ferito con le forbici li educa al rispetto e all’obiettività. Elemento, quest’ultimo, fondamentale per la chiusura dell’intera vicenda.

La scelta di girare il film in bianco e nero è funzionale, soprattutto nelle scene notturne: sono ottimamente rappresentati il buio, le ombre di animali ostili e di uomini cattivi al di là delle siepi, dove si covano vendette e frustrazioni, dove il razzismo diventa uno sfogo per la troppa rabbia sopportata e mai espressa. Bianco e nero, proprio come i colori delle pelli della gente del sud. Destra e sinistra, come due opposti schieramenti politici, modi di pensare, lati antitetici ed equivalenti di una stessa fisicità. Proprio quella materialità che durante il processo sarà decisiva per capire da quale parte sta l’innocenza e dove la vera colpa.

I meschini uomini di Maycomb, vittime della povertà e dell’ignoranza, mettono a repentaglio la vita di un uomo. Il loro senso di colpa motiva il contegno di una società arroccata intorno a codici antichi e severi che sono ancora ben lungi dal poter essere superati. Con la cinica sicurezza che nessuno possa mettere in dubbio le loro parole, i loro intenti. I preconcetti sono duri a morire, è ancora troppo presto per la rigida società dell’epoca che non cerca mai di vedere le cose da un altro punto di vista. Nonostante la schiavitù non esista più formalmente, di fatto si è creata una comunità che fa dei neri degli emarginati. Chi si oppone a questa realtà deve ovviamente pagarne lo scotto.

Piuttosto che rispondere con la violenza alle prevaricazioni e alle provocazioni di una collettività che si sente troppo sicura di se’, pronta a sparare a un usignolo (“To kill a mockingbird”, come recita lucidamente il titolo originale), è meglio controbattere con lo sguardo puro di un bambino e rimuovere lo sporco con una passata di fazzoletto o con una carezza. Anche perché la violenza non può che portare, inevitabilmente, altra violenza.

La regia equilibrata ed essenziale, quasi invisibile a chi assiste alla proiezione, coinvolge lo spettatore magistralmente e lo conduce lungo un sentiero che è ben delineato, analizzando passo passo una vicenda che si fa sempre più intensa, coinvolgente, penetrante, ben scritta e foriera di riflessioni importanti.

Prendiamoci a cuore i bambini che sono al centro delle nostre vite, riconosciamo loro l’importanza che meritano, per una volta buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e, con audacia, incrociamo i loro sguardi, sentiamo cosa vogliono dirci. Alcuni di loro saranno oltremodo scaltri e vivaci, altri troppo sinceri e indolenti non scenderanno mai a compromessi. Ma appariranno tutti splendidamente genuini nella loro innocenza. A ognuno di noi è riservata una scatola dei ricordi da aprire, prima o poi. Dentro potremmo scoprire i motivi per i quali siamo ancora in vita: un candido messaggio di speranza per un futuro migliore.


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