C.R.A.Z.Y.
Con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Émile Vallée, Pierre-Luc Brillant.
Drammatico/Commedia, Ratings: Kids+16, durata 125 min. – Canada 2006. Uscita: venerdì 25 agosto 2006.
VOTO: 8
E’ il giorno di Natale dell’anno del Signore 1960. Nasce Zach, quarto fratello maschio della famiglia canadese Beaulieu. Un Gesù Bambino a tutti gli effetti. E non solo per la data del suo compleanno, ma anche perché col tempo sembra aver sviluppato un dono che gli consente di operare piccole guarigioni. Tutto perfetto, se non fosse per quell’interesse che Zach mostra verso le carrozzine e i trucchi della madre. Ed è qui che il padre Gervais (reso da un ostinato ma non freddo Michel Côté), avvertendo il “pericolo”, cerca di comprare la simpatia e la mascolinità del figlioletto esibendosi virilmente con gli anelli di fumo e ricordando il passato di militare nell’esercito. Tuttavia, anche lui ha un lato romantico, visto che il suo cuore batte per le musiche sentimentali di Aznavour…
Velatamente alla moda, quando ricorre a immagini accelerate per la messa in scena delle incontinenze notturne e delle percosse architettate per mascherare le pulsioni adolescenziali di Zach, la regia di Vallée si riscatta con l’intimità e l’intesa che il protagonista instaura con la madre. Un’armonia che va ben oltre la riproduzione dei gesti di lei, e che diventa una vita vissuta quasi in simbiosi, resa ancor più articolata dalla fede cristiana materna praticata senza incertezze o sconforti, sognando un percorso ascetico tra le vie di Gerusalemme. Le difficoltà di Zach sono da attribuire pressoché in toto al rapporto con un padre rigido e machista, tutto preso dal mettere al mondo figli, secondo un improbabile invaghimento da capofamiglia (il quale “non vede come si possa passare la vita a mettere il pisello tra le chiappe di qualcun altro”) che lo allontana e allo stesso tempo lo equipara alla struggente “Crazy” (richiamante l’azzeccato acronimo del titolo) cantata da Patsy Cline.
Mescolando una vena nostalgica a un’altra più rockeggiante, la musica emerge da un sottofondo di cori ecclesiastici ed esplode nelle note dei Pink Floyd (“Shine On You Crazy Diamond” è saccheggiata oltremodo), di David Bowie e dei Rolling Stone. Tutti compagni di viaggio insostituibili nella formazione di Zach e nel suo processo di accettazione che passa tra sequenze di ottima e surreale estrosità, filtrata dalle pose tipiche di certa disco music dell’epoca, e dai look dark e punk (Sex Pistols docet) che scavano nell’anima nera e tormentata del giovane in cerca del proprio io.
Nel tentativo di “guarire” dalle sue inclinazioni sessuali, il ragazzo cerca di infliggersi punizioni passando col semaforo
rosso e resistendo oltre i limiti a una tormenta di neve, in un inseguimento calcolato e abbastanza ossessivo verso l’autodistruzione, comprendente anche una radicata asma. Vincitrice del Festival di Toronto, la pellicola è una messa in scena anche ironica delle problematiche del protagonista, tanto che la loro esposizione risulta a volte un po’ facilona ma ben bilanciata e giustificata dal periodo durante il quale le vicende si svolgono (gli anni ’70 e gli ’80 non erano così pronti ad accettare la condizione dell’omosessualità). Gode, vieppiù, di una cadenza abbastanza lenta nel dipanare il racconto, permettendoci di entrare in empatia coi personaggi (tutti accuditi nella loro colorata evoluzione) e di gradire i dialoghi vivaci, freschi e conciliatori della sceneggiatura, parlando un linguaggio contemporaneo senza smarrirsi in astrattismi posticci.
Tanto che a un certo punto l’equilibrio delle paranoie, delle intese e delle reclusioni finalmente si rompe: le tavolate natalizie si ribaltano sotto il peso dell’inibizione e dell’eccessivo controllo, gli anelli di fumo si addensano in rivoli di rabbia sanguigna, le canzoni di Aznavour stonano a contraltare di una realtà troppo adulta per le sviolinate, e sui matrimoni piove l’acqua del malinteso e della paura del pettegolezzo. Ed è così che, tra i poliedrici C.R.A.Z.Y. del titolo, c’è chi farà la fine di un toast pressato dalla piastra del ferro da stiro e chi sarà capace di far crescere acqua nel deserto.
CHUECATOWN
GENERE: Commedia. ANNO: 2007. NAZIONE: Spagna. DURATA (min.): 101.
Regista: Juan Flahn.
Interpreti: Pablo Puyol (Victor), Ángel Burgos (Mario), Carlos Fuentes (Rey), Pepón Nieto (Leo), Rosa Maria Sarda (Mila).
VOTO: 7,5
Chueca, Madrid. Un tranquillo rione della capitale dove vive un discreto numero di omosessuali. Tra le maglie di questa comunità si muove qualcuno che vorrebbe trasformare il distretto in un moderno, tollerante, simpatico quartiere dei sogni, cercando di imprimere nella mente degli abitanti l’assoluta necessità di un graduale e costante restauro, nell’intento di favorire l’insediamento di coppie gay facoltose. Rinnovamento, modernizzazione, aggiornamento, culto del corpo, autostima, iniziativa: queste le parole nuove che si vorrebbero introdurre all’interno del barrio. Intanto, quattro vecchie signore proprietarie di abitazioni, vengono rapinate e assassinate da una figura neanche tanto nascosta, e ciò
darà origine a una sana e animata baraonda tutta madrilena.
Mentre in Italia si ha ancora a che fare con episodi di intolleranza verso i gay che intendono ottenere in affitto un appartamento, negato loro a causa delle inclinazioni sessuali, a poca distanza da noi c’è un paese che si diverte, in una rappresentazione allegra e farsesca, su un argomento tabù per il nostro povero paesello. A parte l’inesistenza di qualsiasi vera unione civile, in Italia manca una tutela nei confronti degli omosessuali, esposti come sono a qualsiasi tipo di discriminazione. La Spagna non sarà il paradiso terrestre, ma almeno sembra sulla retta via in quanto ad apertura e rispetto per le diversità, celebrate in una giocosa e colorata mise-en-scène che ha il pregio di arricchire il senso di integrazione e di accoglienza dell’altro. Un ragionamento sentito e allo stesso tempo satirico, sia su come certi omoni panzuti e villosi (i cosiddetti “orsi”) vivono il quartiere gay più famoso di Madrid, sia su come la speculazione edilizia stia lì alla finestra, pronta a ghermire zone declassate e un po’ abbruttite.
Al centro della vicenda ci sono l’istruttore di scuola guida Leo (Pepón Nieto, già visto in “Cachorro”) e Ray (Carlos Fuentes), grande patito di X-Men. Sono una coppia di orsi rozzi e spiantati che rutta, scoreggia, indossa vestiti casual e scarpe da ginnastica, trovandosi a disagio negli ambienti fashion del vicinato. Gli interpreti (una rappresentazione anticonformista della mascolinità all’interno della comunità GLBT) delineano due fidanzati un po’ tonti ma di sicuro impatto carnale; i loro corpi provocanti sono messi a nudo più volte, anche in una scena (un po’ gratuita, a dire il vero) che ci fa percorrere i corridoi di una sauna caliginosa. Ingenui e simpaticamente ottusi, scambiano il designer Norman Foster per un parente di Jodie Foster e per un clone del Norman Bates di “Psyco”, film omaggiato con la scena della doccia e rievocato grazie ai rapporti quasi morbosi tra le madri e i figli. Nessuna volontà di rifare Hitchcock, per carità, tuttavia nella pellicola c’è anche un riferimento lunatico a “Marnie”, quando il colore rosso del finale prende il sopravvento.
Si diceva delle madri e dei vincoli anomali con la loro prole. La bizzarra investigatrice di polizia Mila (una disinvolta e centrata Rosa Maria Sardá), accompagnata nelle sue operazioni da un figlio dalla nebbiosa identità sessuale, è al contempo un’agente ardita ma afflitta da fobie di ogni genere: paura dei ragni, degli insetti, di odori vari (come profumi e detergenti), perfino della barba incolta. Per fortuna conosce bene gli effetti delle pastiglie di Diazepam, e prendendo quelle si calma un po’. Tra la voglia di gestire un caso à la C.S.I. e il desiderio di aver a che fare con un serial killer di quelli veri, durante le indagini avrà il vantaggio di non soffrire di vertigini (almeno quelle!) come James Stewart in “Vertigo”.
La madre di Ray invece, è inarrestabile nella sua acredine di suocera arrogante che piomba nella vita della coppia come un asteroide annientatore. E’ una donna che non esita a mettere il gatto nel microonde, o a unirsi ai due protagonisti nelle uscite serali presso i locali a tema, non disdegnando l’idea di entrare in dark room con un accendino. Antonia, questo il suo nome, è il personaggio più retrogrado, fastidioso e chiacchierone, ma anche quello che si inserisce alla perfezione nel quadro di questa “commedia con delitti” pregna di situazioni spassose.
Edificato liberamente su una serie di fumetti, “Chuecatown” è stato realizzato con poco denaro e un discreto acume. Schematico e un po’ ripetitivo, con riflessioni a volte scorrevoli a volte stentate, è da recuperare per una serata dedicata al disimpegno intelligente.
IL DIRITTO DEL PIU’ FORTE
Un film di Rainer Werner Fassbinder.
Con Karlheinz Böhm, Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel.
Titolo originale Faustrecht der Freiheit. Drammatico, durata 123 min. – Germania Ovest 1974. – VM 18
VOTO: 9
Ultimato entro la fine del ’74 e proiettato in anteprima alla Quinzaine di Cannes il 30 Maggio del 1975, “Il diritto del più forte” narra le vicende di Franz Biberkopf (Fox, per gli amici), un omosessuale che lavora in un Luna Park come “testa parlante”, rappresentante un’attrazione bizzarra nella quale la testa, staccatasi dal resto del corpo, dovrebbe rivelare agli interlocutori arcani segreti e presagi.
Rimasto presto senza soldi e senza un posto dove vivere, Franz abborda ai cessi pubblici un antiquario di nome Max che lo introduce nel suo giro di amicizie di estrazione borghese. Franz/Fox vince inaspettatamente 500.000 marchi alla lotteria, conosce Eugen, figlio di un imprenditore mezzo fallito, e ne diviene ben presto l’amante…
Criticato e rifiutato dalla maggior parte della comunità gay mondiale perché ritenuto, a torto, un film ritraente una parte di vita squallida e controversa di personaggi omosessuali, il film è invece portatore di un messaggio più ampio e universale che esce dai confini e dalle ghettizzazioni che gli si sono volute forzatamente attribuire.
“Faustrecht der Freiheit” (questo il titolo originale), benchè sia recitato da personaggi gay e nonostante rappresenti gran parte delle loro vite e un certo modus vivendi, non è un film sull’omosessualità. Fassbinder non poteva far altro che descrivere il mondo che conosceva meglio e, per raccontare una storia dove il denaro e il capitalismo sono fermamente al centro dell’attenzione, si è servito di protagonisti quotidianamente vicini a lui, essendo anch’egli omosessuale. Questa è la semplice sostanza di una pellicola bollata troppe volte e a sproposito come controversa.
Ci sono, oltretutto, elementi così apertamente gay-friendly che sbarazzano il campo da qualsiasi dubbio: i familiari, i colleghi di lavoro e, più in generale, qualsiasi membro della società che entra in contatto con i soggetti principali del film non fa una piega di fronte alla loro “condizione” e, anzi, ci sorprendiamo a vedere come la Germania descritta in quel periodo sia decisamente più avanti rispetto alle “moderne” collettività di oggi.
La condizione sociale chiamata in causa da Fassbinder è, pertanto, più estesa. Il problema, semmai, è che esiste sempre un ceto che intende istruirne un altro; questo rapporto di formazione, questo meccanismo di servo-padrone rasenta i propositi del totalitarismo. E’ per questo che vediamo Eugen tentare di educare il proletario, nonché suo compagno, Franz. E lo fa esortandolo a conoscere l’opera, il teatro, le lingue, la musica; Franz perde progressivamente la sua individualità e identità, la sua natura di uomo semplice
“Fox”, interpretato con esito positivo dallo stesso Fassbinder, non è proprio una volpe, ma nemmeno un proletario senza cervello che “pensa solo a bere, ingozzarsi e chiedere denaro”, come lo dipinge Eugen. E’ fisicamente molto presente, da’ l’idea di essere potente ed esplosivo, se non fosse per il carattere remissivo e fondamentalmente dolce. Crede con fermezza in un amore senza calcoli e non riesce ad adattarsi a un modo di vita fatto solo di esteriorità.
Eugen lo ritiene, invece, incapace di veri sentimenti. Quello del “figlio di papà” non è mai un amore sincero, esplicitato, ma si ingarbuglia intorno alla sua stessa figura, lusinghiera quanto spinosa e decadente, nella quale prevale una sottile voglia di rivalsa nei confronti del “barbaro” Fox.
Un’appendice collegata indissolubilmente al capitalismo è il denaro: il regista tedesco lo addita con una perseveranza che non lascia dubbi (tanto da far dire a un banchiere presso il quale si rivolge Franz, insistendo per un cospicuo prelievo di liquidi: “Contanti, contanti, contanti. Se ripeti una parola troppo spesso non sai più cosa significa”). E Franz, infatti, non ha la minima idea di come usare e investire i suoi soldi, non ne avverte il bisogno. E’ una persona semplice che si accontenterebbe di poco. 
Eugen, al contrario, fa progetti sulla casa nuova, sull’arredamento ricercato e particolarmente dispendioso, sul rinnovamento del guardaroba presso una boutique costosa per rinverdire il vestiario di Franz. Cerca, insomma, di sfruttare la situazione e imporre il suo status di ricco istruito al “povero” e ignorante Fox, il quale esce regolarmente umiliato da questa situazione. La natura di Eugen è predatoria, come impone la sua classe sociale: ha l’esigenza costante di accumulare soldi per sentirsi vivo e perché così gli impone la sua etica.
Il complesso di inferiorità del proletariato nei confronti della borghesia è uno dei vincoli più tenaci che tiene fedele e avvinto il primo alla seconda. La figura dell’inetto Fox è incapace di elaborare sbocchi per una ribellione. Il suo dissenso è masticato a metà tra un’invocazione e una supplica mentre ascolta la canzone “Angelo negro”.
Ci si domanda se, alla fine, la morte di Fox non sia casuale; magari egli, assumendo del Valium, avrà voluto solamente calmarsi un po’, diventare più invisibile alla tracotanza degli altri.
Nonostante ciò il suo corpo viene annullato e violato da tutti, sciacalli e rapaci di un uomo che non esiste più, discriminato tra i discriminati. Fox perde anche il giubbotto di jeans con la scritta del suo nome ed è come se fosse ritornato nuovamente a essere un’oscena attrazione da Luna Park, un freak senza più testa, cuore e anima.
MILK

Un film di Gus Van Sant.
Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco.
Biografico, durata 128 min. – USA 2008. – Bim data uscita 23/01/2009.
VOTO: 8
La paura è un’emozione subdola, spesso grave e incontrollabile, a volte derivante dall’ignoranza di ciò che non conosciamo oppure indotta artificiosamente per piegare le masse ai propri voleri.
Ed è curioso (ma soprattutto arrendevole) distinguere ancora oggi le paure che oltre 30 anni fa furono al centro delle prime lotte dei diritti civili degli omosessuali.
Già allora si dibatteva sulle crociate pro e contro l’istituzione familiare (come se il riconoscimento di ulteriori diritti civili potesse limitare diritti già acquisiti), sui presunti attacchi alle fondamenta della società e alle “leggi di Dio”, si equiparavano (e se leggiamo le dichiarazioni sui quotidiani di oggi, è frustrante vedere come niente sia cambiato) i gay alle prostitute, ai ladri, ai pedofili.
Grazie ai meriti artistici di Gus Van Sant e al suo tempestivo impegno produttivo, vengono nuovamente (perchè c’è sempre bisogno di riaffermare!) rispolverate le campagne civili e politiche che infiammarono gli Stadi Uniti d’America negli anni ’70.
Van Sant, abbandonando per un po’ le sue ultime narrative “sciolte”, destrutturate e meditative, opta per una regia di taglio quasi documentaristico (eccezionale è il lavoro svolto per ricostruire il quartiere Castro a San Francisco) alternata a riprese di impianto tradizionale. 
Si concede solo qualche ardimento (l’immagine che si riflette sul fischietto gettato a terra, la morte di Milk con “la Tosca negli occhi”) per poi ritornare introspettivo, lento e profondo allo stesso tempo (la parte centrale è un po’ spenta, il film si ripiega su se’ stesso e diventa macchinoso e paradossalmente politico nei contenuti, nei termini usati e nella rappresentazione) e ancora chiudere in modo sollecito e urgente (la risposta migliore alla “Proposition 6″, il referendum per bandire i professori omosessuali dalle scuole della California, viene esternata così da Harvey Milk: “se fosse vero che i bambini imitano gli insegnanti, avremmo in giro un numero incredibile di suore”).
Sean Penn è di una delicatezza interpretativa disarmante, sciolto e radioso come i suoi sorrisi; ricorderemo per sempre anche il movimento delle mani e il formarsi delle rughe sul suo volto.

Titolo originale: Brüno.
parziali e ripetitive che non approfondiscono mai l’argomento affrontato
nel deserto delle idiozie.
Pitubino.com
VIRGO – Alla ricerca della valle incantata…
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