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BRONSON

USCITA CINEMA: 10/06/2011.


REGIA e SCENEGGIATURA: Nicolas Winding Refn.
ATTORI: Tom Hardy, Matt King, Amanda Burton, James Lance, Gordon Brown, Paul Donnelly.


PAESE: Gran Bretagna 2009. GENERE: Azione, Biografico, Drammatico. DURATA: 92 Min.

VOTO: 6

E’ arrivato sui nostri schermi, dopo circa tre anni dalla prima distribuzione, il “detenuto” film di Nicolas Winding Refn, l’appena palmato miglior regista all’ultimo Festival di Cannes con “Drive” (lo vedremo nel prossimo autunno, nda). In “Bronson”, Refn ci racconta la storia del carcerato più pericoloso del Regno Unito. Colui il quale ha trovato in galera una seconda casa. Partendo dai primissimi istinti di ribellione nelle aule scolastiche, passando attraverso l’iniziale misera rapina a diciannove anni, e arrivando alle rissose baruffe coi secondini e i compagni di cella. (continua…)


LA SIGNORA AMMAZZATUTTI

Un film di John Waters.

Con Sam Waterston, Kathleen Turner, Matthew Lillard, Ricki Lake.

Titolo originale Serial Mom. Commedia, durata 93 min. – USA 1994.

VOTO: 7


La normale famiglia Sutphin possiede tutto quello che una banale famiglia americana puo’ avere… o quasi. La tanto sospirata felicita’ familiare e’ difesa a spada tratta dalla mamma che pensa a cucinare, pulire, tirare su i figli, far godere il marito. Ma dietro questa apparente tranquillita’ la nostra eroina nasconde una lucida follia che ogni tanto esplode e le consente di eliminare senza alcuna pieta’ chiunque intralci la sua strada e la sua famiglia.

Nessuno viene risparmiato: dal professore alla vicina, a coloro che mettono in dubbio la professionalita’ del marito dentista. Piano piano le prove a suo carico si fanno sempre piu’ schiaccianti e, quando verra’ processata, riuscira’ a difendersi da sola e a farsi scagionare continuando a scaricare tutta la sua furia omicidia.

Questo film e’ una squisita presa per i fondelli del mito del focolare domestico che spesso nasconde inquietanti incubi e orrende verità. Waters sbeffeggia la nostra societa’ che pullula di serial killer e ce li trasporta nel luogo che sentiamo piu’ sicuro, ossia casa nostra. E chissa’ perche’ quando l’assassino e’ donna la cosa ci turba ancora un po’. Il film e’ pieno di tic e manie della nostra societa’ contemporanea, le illustra benissimo, scorre per un’ora e mezzo senza fermarsi un attimo e poi la Turner qua e’ semplicemente favolosa. Peccato sia sparita da anni nel nulla. Rivedetela in questo film fracassone. Buona visione a tutti.


IL NASTRO BIANCO

Il nastro biancoUn film di Michael Haneke.

Con Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner.

Titolo originale Das Weiße Band. Drammatico, b/n durata 144 min. – Austria, Francia, Germania 2009. – Lucky Red. Uscita: venerdì 30 ottobre 2009.






VOTO: 8,5


Chiarire alcuni processi socio-politici maturati nel mondo attraverso una minuziosa ricostruzione paesaggistica e umana di una Germania del Nord rurale e casereccia dal 1913 al 1914.

Questo è l’intento di Haneke il quale corre il rischio, soprattutto durante la fluviale prima parte introduttiva e propedeutica, di una staticità registica legata come al solito a un estremo rigore formale. Una meticolosità necessaria tuttavia a farci assorbire i ritmi e le accezioni di vita di questo vario gruppo di persone che vanno dal pastore oscurantista al medico Un tentativo di pic-nicimpudico, dall’intendente rissoso al potente barone retrogrado, dai semplici contadini alle numerose “figliate”, dal maestro di scuola innamorato alla levatrice oppressa.

Il gruppo di attori che da’ vita a tutte queste inquietanti e indimenticabili figure è miracolosamente bilanciato ed efficace. Non potrò mai dimenticare le espressioni meschine del reverendo padre e l’abilità simulatrice della figlia maggiore, il volto rigato dalle lacrime del peccato del giovane Leonard Proxauf, la segreta sofferenza della bambinaia (alla quale da’ volto la nostra Sara Schivazappa) e il recitare sommesso e misurato del maestro.

Il nastro bianco legato fra i capelli o intorno al braccio è una punizione che porta con se’ il colore della purezza ma è simbolo di una dannosa e rigorosa scuola dogmatica votata alla repressione sessuale e comportamentale. La rigidità messa in atto dalle persone più autorevoli del piccolo villaggio è così radicata e violenta da generare mostri. Haneke, abituale direttore delle depravazioni umane per eccellenza, ci conduce attraverso un’indagine di impronta quasi investigativa la quale cede presto il passo a un’attendibilità traslata.

Al suo film possiamo contestare una messa in scena, attraverso l’algido bianco e nero, fin troppo perfetta, tanto che la follia emergente sembra fuori posto, quasi innaturale, ermetica e meno scomodante di altri lavori.

L’ambiente di Eichwald è dominato da malignità, invidia, stupidità e brutalità così tremendamente somiglianti alla società nella quale stiamo vivendo. La pellicola del regista austriaco non si ferma a puntare il dito contro il nazismo e la sua genesi ma si apre a un più vasto panorama antropologico. La deriva ingovernabile di alcuni “funny games” di oggi sembra essere il risultato di un retaggio sociale antico e pregresso.


L’IMPERO DEI SENSI

L'impero dei sensiUn film di Nagisa Oshima.

Con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Taiji Tonoyama, Aoi Nakajima, Meika Seri.


Titolo originale Ai no Corrida – L’Empire des sens. Erotico, durata 120 (104) min. – Giappone, Francia 1976. -
VM 18






VOTO: 6


Il film si è ispirato a un fatto di cronaca verificatosi a Tokyo nel 1936.

Abe Sada (ex meretrice) lavora, nuova, ingenua e spensierata cameriera, nella casa al servizio del suo attuale padrone Kitzi, un bel moro con penetranti occhi scuri e due baffetti sensuali, il quale non tarda a invaghirsi delle sue forme. La passione prende molto presto il sopravvento, tra l’ossessione sessuale di lui e l’abbandonarsi ai servigi di lei.

Il loro amore, se così si può chiamare vista la precipitazione, si concretizza subito in cerimonia nuziale. I due si mantengono con i soldi guadagnati dal mestiere di accompagnatrice che lei continua a intraprendere, facendo visita a presidi e consiglieri comunali. Sada sviluppa sempre più il suo aspetto ninfomane, al quale aggiunge anche un pizzico di mania omicida. Il suo amore è un’annientatrice smania di congiungimento e, insieme, una folle paura di isolamento. Il tormento o l'estasi?

La coppia va alla ricerca del piacere più intenso, fino a che non lo trova in una pratica estrema e definitiva.

Oshima non ha timore nel mostrare elementi filmici al limite (e a volte all’interno) della pornografia: il fallo a forma di passerotto, il liquido seminale, il membro in erezione e nell’atto della penetrazione vengono mostrati senza alcuna censura (il film fu presentato, inizialmente, in una versione ridotta di circa 15’). Così come l’uovo sodo che fuoriesce dalla vagina oppure i peli pubici tagliati e messi in bocca in modo così disinvolto.

Tutto ciò non esclude, purtroppo, il tedio di lunghe sequenze con poche varianti di ripresa. I particolari sono sempre i medesimi; le gioiosità e le trascuratezze del sesso mostrato all’inizio fan posto a un amplesso (e a un allestimento registico) triste, meccanico, abbozzato. Il legame iniziato con un corteggiamento quasi romantico raggiunge l’apice in una fine che è vincolo senza tempo e per di più irrimediabile.

Gli eccessi e le ossessioni dei protagonisti si rivolgono contro loro stessi: rimanere svegli tutta la notte per baciare il sesso del proprio marito, in beata adorazione, è una strada che può condurre alla follia e alla brama di possesso. La natura avida di lei, la sua predisposizione anomala all’eccitazione, va di pari passo con l’assillo di lui.

Gli accoppiamenti esibiti sfrontatamente a parenti, amici, dipendenti, nonni, geishe con la massima naturalezza e noncuranza, e senza la paura di turbamenti o imbarazzi, sono uno slancio amoroso che tiene all’oscuro qualsiasi legame sociale. La dipendenza sessuale porta all’ubriacatura e all’inebrio.

Kitzi perde di vista il legame con la moglie, il significato di matrimonio viene meno. Ma anche le altre abitudini delle comuni attività (i protagonisti non mangiano più, dediti come sono all’accoppiamento) vengono cancellate. Troppa è la disciplina con la quale Oshima dirige la sua opera; la severità diventa una mera contemplazione, senza sovrapposizione di elementi fantastici od onirici. Anche l’eleganza figurativa degli interni è un ripiego un po’ negligente.

La passività della messa in scena si riflette alla perfezione, però, nell’atteggiamento di Kitzi, il quale annulla del tutto la propria volontà e trascura il suo aspetto fisico, pronto a diventare uno scheletro nelle mani ingorde di Sada. Gli amanti sono pronti per essere abbattuti per sempre da una passione assoluta e autodistruttiva.


VALZER CON BASHIR

Valzer con BashirUn film di Ari Folman.

Con Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel Lazarov, Ronny Dayag.


Titolo originale Waltz With Bashir. Drammatico, durata 87 min. – Israele, Germania, Francia 2008. – Lucky Red. Uscita: venerdì 9 gennaio 2009.






VOTO: 9


“Mi addormento sempre quando ho paura. E do’ sfogo alla fantasia”.

Così recita, in questo splendido cartone animato, uno dei vecchi compagni di combattimento di Ari (soldato a cavallo tra i ’70 e gli ’80 nella guerra del Libano), quando vuol mettere fuori causa lo spiacevole ricordo del conflitto attraverso un inganno perpetrato alla propria mente.

La manipolazione così attuata rimuove, solo temporaneamente, le brutture del vissuto bellico e le ripresenta sotto forma di sogni, di fortuite reminiscenze, di poetiche iniziazioni sessuali, di dolorose forzature (l’uccisione dei cani è una delle sequenze più sconvolgenti che raccontano la guerra in modo mirabile e sintetico, pur senza farla vedere). Tra atmosfere da gita scolastica, quando la maturazione fisica ancora non si è compiuta, e bruschi risvegli sulla realtà, il protagonista deve combattere anche con le sue amnesie dissociative, con l’incapacità di ricordare esperienze importanti in seguito a un evento drammatico o a un senso di colpa.

Realizzato nell’arco di 4 lunghi anni negli studi dello stesso regista israeliano Ari Folman, il film si avvale di una tecnica che unisce la raffinatezza grafica chiaroscurale all’immobilità dei manga. Distante da ogni genere ortodosso, “Valzer con Bashir” sta a metà tra il reportage documentaristico e l’indagine psicoterapeutica. L’anima inquisitoria del film è disseminata dalle interviste fatte agli ex commilitoni, ai testimoni diretti, ai giornalisti; un’incantevole laboriosità identifica questa pellicola, senza mai farla risultare pedante. Ben meritati i due prestigiosi riconoscimenti: il Golden Globe e il César come Miglior Film Straniero. Un lungomare non proprio accogliente

Il conflitto è brutale, viene sbattuto in faccia a giovani che non possono comprenderne a pieno le motivazioni; il senso di spietatezza incombe per tutta la durata della pellicola e, in questo, richiama spesso “Apocalypse Now”.

Al film di Coppola si ispira quando effettua dei balzi narrativi onirici e al contempo lucidi (la gigantesca donna nuda venuta dalle acque, il rumore delle pale degli elicotteri, ma soprattutto la follia incontrollabile, la dimensione allucinatoria e devastatrice, la spiaggia e il surfista col mitra). Il tutto servito con fragranze di patchouli invece di quelle, più sgradevoli, del napalm.

Indimenticabile lo “sganciamento” finale, di fronte al quale si resta muti e inorriditi. Anche la musica, sino a lì agitata ed elettrica, lascia il posto a un violino che graffia l’anima.


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