NUOVOMONDO
Con Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Aurora Quattrocchi, Filippo Pucillo.
Titolo originale The Golden Door. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 111 min. – Italia, Francia 2006. Uscita: venerdì 22 settembre 2006.
VOTO: 8
L’emigrazione italiana dei primi del ‘900 sta all’America come l’immigrazione di oggi sta all’Italia. Un’equazione che non ha fondamenti matematici, ne’ propositi politici. Solo un’inevitabile riflessione che sorge durante la visione dell’ultimo film (un altro, “Terraferma”, è in produzione) del bravo Emanuele Crialese.
Dai piedi corrosi da un’arrampicata sulle rocce di ieri, al terreno fertile e pieno di speranza che per tanta gente è l’Italia odierna. Le scarpe, forse quelle sono le stesse. Quelle che, quando ci sono, si indossano sulle strade più belle, dove ci possono vedere anche gli altri; le pietre in bocca a sanguinare, in un sacrificio appassionato estremo, sognando piogge di monete e verdure giganti. L’uomo completato nella/dalla Natura, scialuppa di salvataggio che sfama perfino l’amore. In
“Nuovomondo” non si vedono mai le rive odierne del nostro paese: tuttavia le immagini non possono far altro che evocarle, in una specie di impietoso confronto tra i bisogni urgenti della gente antica di allora e la riottosità dell’italiano moderno. Perché tutto è grande in America/Italia. Tutto è bello. Senza miseria, fame, ingiustizie. E allora si sogna. Si sogna di partire per quel paese fiammeggiante, elegante. Anche se nessuno l’ha mai visto.
Crialese inscena una traversata dell’Oceano movimentata nell’animo: nella puzza di chiuso delle cambuse, grovigli umani di speranze, affetti, dolori e pianti, si rintanano come spettri nel comune e angosciato intento di approdare alla felicità. C’è tempo anche per una parentesi romantica quasi accidentale: se non si può avere l’amore vero, bisogna prenderne almeno una ciocca di capelli.
I tempi filmici sono quelli giusti. Ci si ferma su cose, volti, persone e personaggi, in modo da far assorbire le emozioni, farle penetrare sottopelle. Straordinaria la direzione degli attori, tra i quali spicca la notevole intensità di Vincenzo Amato e l’eterea presenza di Charlotte Gainsbourg. Con i piani sequenza della prima parte, e i ralenti tra i boccaporti della fase centrale, il regista italiano da’ il meglio di se. Fino a dar sfogo, qua e là, al suo talento astratto. Da manuale le scene dell’imbarco sulla nave e la prospettiva che separa definitivamente dalla terra natia i protagonisti, conquistati da sguardi smarriti, completamente circondati dalla vastità delle acque, senza case e alberi. Senza più radici. E’ comprensibile come la giuria della Mostra del Cinema di Venezia del 2006 ne sia rimasta conquistata, e abbia riconosciuto al film un Leone d’Argento per meriti artistici quale consenso creato ad hoc.
Nell’ultima parte la pellicola si fa un po’ troppo didascalica e, quasi documentaristica, si attacca a monotoni particolari sui metodi di accoglienza a Ellis Island. L’attenzione è distolta e si ritarda la crescita emotiva della chiusura. Che arriva, splendida, nella sua balenante irrealtà, a dirci che la nuova via è un mare latteo, dove nuotare verso una terra promessa sconosciuta e (si confida) liberatoria, dalla quale si affaccia il miraggio di case di cento piani.
BAARìA – Anteprima

“Baarìa” è come viene chiamata in dialetto la città di Bagheria, comune in provincia di Palermo. L’etimologia della parola risale all’arabo “Bab el gherid” (ovvero “la porta del vento”). Ed è qui che Giuseppe Tornatore ha deciso di ambientare il suo film che aprirà (ed erano venti anni che non accadeva a un film italiano), il prossimo 2 settembre, la 66.a edizione della Mostra di Venezia.
Un affresco corale che attraversa il Novecento dagli anni ’30 ai ’70 e che narra della storia d’amore tra Mannina (Margareth Medè, 25 anni, occhi verdi e un sorriso radioso, è al suo primo film) e Giuseppe (Francesco Scianna, ventiseienne di Bagheria, selezionato dopo numerosi provini), e della crescita delle loro tre generazioni. Un film confidenziale che non ha molto di autobiografico ma che si può accostare a “Nuovo Cinema Paradiso” visto che si svolge nei luoghi dove il regista ha vissuto la sua infanzia. 
Girato per 6 mesi nella vera Bagheria siciliana, il set si è poi trasferito in un sobborgo di Tunisi dove gli scenografi hanno lavorato in una ricostruzione particolarmente accurata. La durata della lavorazione e il progetto da kolossal hanno fatto sì che il budget, per la produzione di Medusa in joint venture con il tunisino Tarek ben Ammar, crescesse fino ai 20 milioni di euro. Per dare un’idea di quanto si sia pensato in grande, i luoghi delle riprese sono 3 volte più ampi di quelli messi a disposizione da Cinecittà per “Gangs of New York”.
Sono stati coinvolti centinaia di falegnami, marmisti e carpentieri, 20.000 comparse e circa 200 attori tra i quali spiccano Raoul Bova, Monica Bellucci, Lina Sastri, Enrico Lo Verso, Vincenzo Salemme, Leo Gullotta, Nino Frassica, Laura Chiatti, Gabriele Lavia, Fiorello e Beppe Fiorello, Giorgio Faletti, Paolo Briguglia, Aldo Baglio e Michele Placido.
La colonna sonora della nuova pellicola del regista siciliano sarà griffata ancora una volta dal genio di Ennio Morricone il quale sta componendo la musica da oltre un anno. Il film, in uscita il prossimo 25 settembre, sarà distribuito in dialetto siciliano solamente nell’isola di origine, mentre da Reggio Calabria in su’ sarà regolarmente presentato in italiano con qualche passaggio “contaminato” dall’idioma di Bagheria.
PONYO SULLA SCOGLIERA
Titolo originale: Gake no ue no Ponyo.
Titolo internazionale: Ponyo On The Cliff By The Sea.
Prima uscita: 19 Luglio 2008 in Giappone.
Regia, soggetto e sceneggiatura: Hayao Miyazaki.
Durata: 100 min. Data di uscita in Italia: 20 Marzo 2009.
Distribuito da: Lucky Red.
VOTO: 8,5
Il piccolo Sosuke vive con la madre in cima ad una scogliera. Un giorno libera una pesciolina rossa intrappolata in una bottiglia e le da il nome Ponyo. S’instaura un legame tra queste piccole e diverse creature, un’amicizia che arriverà anche a sfiorare l’amore infantile, quando Ponyo, momentaneamente riportata in fondo al mare si trasformerà in una bambina per raggiungere il suo nuovo amico, nonostante gli ostacoli del padre Fujimoto (un ex umano).
Presentato in concorso all’ultimo festival veneziano, “Ponyo sulla scogliera” è l’ennesimo parto geniale del più grande nome dell’animazione -mondiale e non solo giapponese – ed è, manco a dirlo, un film magnifico. Favola dolcissima che rilegge a modo suo “La sirenetta” di Andersen ma che non è estranea al desiderio di umanità di Pinocchio.
Il tema ecologista, ricorrente nella sua opera, è più defilato a vantaggio di una delicata storia d’amore e amicizia infantile in cui gli occhi sbalorditi dei bambini sono gli autentici protagonisti.
La natura e la magia convivono perfettamente in una trama semplice e lineare, senza intellettualismi di sorta. Pur essendo stavolta più sbilanciata verso lo spettatore giovane, il film risulta godibile anche per l’adulto che ha il desiderio di ricordare che cos’è l’infanzia.
Ponyo scopre l’amore in un mondo distante dal suo, non ne ha paura, lo cerca, lo brama e con la sua sola forza d’animo e il suo entusiasmo si fa artefice unica della sua metamorfosi umana, senza fatine e incantesimi ma semplicemente assaporando la vita attraverso il sangue del piccolo Sosuke.
Questo piccolo magico evento diventa una metafora potentissima: si può andare contro la propria natura? Si può amare qualcosa di diverso da noi? Si può trovare un mondo differente da quello che ci ha cresciuti senza amore? Con la fantasia, con l’entusiasmo e una forza vitale che tutti abbiamo, Miyazaki sostiene che si può. 
I suoi disegni “ a mano” di grande efficacia e semplicità, raggiungono vertici di lirismo cui l’animazione computerizzata dei giorni nostri può solo aspirare. Un film davvero fuori dal tempo e dallo spazio che invita a sognare e ci ricorda che tutti sappiamo e possiamo farlo.
Numerose le sequenze visionarie, dentro e fuori l’oceano, due mondi non così distanti in realtà, e soprattutto, non così diversi : Ponyo non lo sa ancora ma anche il mondo degli umani ha le sue crudeltà e le sue zone oscure.
Il mondo di Miyazaki è popolato di figure colorate, amabili, deliziose ma anche odiose e pericolose che riesce a farsi amare realmente da adulti e bambini, laddove il cartone animato tradizionale e buonista avrebbe puntato solo al divertimento dei piccoli senza preoccuparsi della coerenza dei sentimenti. Qui non c’è melassa, qui non c’è ricatto emotivo dello spettatore infantile. Solo una parola viene in mente: poesia. La più appropriata. Sarà anche un’opera minore del maestro ma averne di opere minori così belle!
N.B : non è il mio snobismo che mi porta a dire che per godersi il film in tutto il suo splendore è preferibile, almeno per l’adulto, la versione con sottotitoli! Fosse solo per la banale colonna sonora smaccatamente e furbescamente accattivante inserita nella versione italiana. Non è snobismo … è un dato di fatto!
IL BUIO NELLA MENTE
Un film di Claude Chabrol.
Con Sandrine Bonnaire, Jacqueline Bisset, Isabelle Huppert, Jean-Pierre Cassel.
Titolo originale La cérémonie. Drammatico, durata 111 min. – Francia 1995.
VOTO: 9
Il miglior cinema genera inquietudine.
Il miglior cinema ci disturba , insinua il dubbio e non rassicura.
“La Ceremonie” , in Italia uscito con l’efficace titolo “Il buio nella mente”, è ispirato (e non tratto!) dal romanzo di Ruth Rendell “La morte non sa leggere” e ci riconsegna uno Chabrol in splendida forma in uno sconcertante e feroce apologo sull’invidia di classe.
Dalla sequenza introduttiva, nella quale riconosciamo come tipicamente suo il contesto della provincia francese, il prolifico regista ci immerge lentamente in una vicenda oscura.
Sophie (Sandrine Bonnaire ) viene assunta dall’agiata famiglia Lelievre come governante e lo spettatore capirà poco dopo che nel passato (ma anche nel presente ) della ragazza c’è un segreto inconfessabile. L’amicizia con con Jeanne (Isabelle Huppert), stravagante impiegata dell’ufficio postale del paese ,sarà la classica goccia che farà traboccare un vaso ricolmo di odio represso e d’insoddisfazione sociale.
Da perfetto entomologo, in questo caso non così manicheisticamente schierato come taluni hanno voluto vedere, il maestro francese ci turba con una vicenda dai contorni splendidamente ambigui.
Provate voi a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi…chi le vittime e chi i carnefici. Al buon Chabrol piace spiazzare pubblico e critica , tant’è che nelle interviste che accompagnarono la presentazione della pellicola al festival di Venezia disse che questo era il suo film più marxista! 
Mica vero monsieur Chabrol! Solo uno spettatore ingenuo e sprovveduto potrebbe prendere questa dichiarazione per oro colato e interpretare l’incredibile epilogo in termini di rivoluzione sociale.
Il miglior cinema è la realtà senza orpelli, nuda e cruda, con tutte le ambiguità del caso.
Il miglior cinema non pretende di spiegarci la realtà e di fornire una tesi.
Inopportuno rispondere a chi, come spesso capita quando ci si trova di fronte ad una trasposizione di un testo letterario, ha visto snaturato e semplificato il romanzo della Rendell: questione antica quanto il cinema stesso.
Il miglior cinema d’autore rielabora un testo e un linguaggio facendone qualcosa di personale.
Qui lo stile di Chabrol, nel suo genere prediletto (il noir) è come sempre elegante e preciso; fluidissima la sua macchina da presa sempre attenta a scrutare i volti e i gesti anche quelli apparentemente insignificanti.
Cast perfetto: la Bonnaire e la Huppert sono di una bravura disumana e sono state ineccepibilmente premiate come migliori attrici al festival veneziano.
Un film da vedere e da amare.

Titolo originale: Querelle.
Pitubino.com
VIRGO – Alla ricerca della valle incantata…
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