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Articoli con tag “Chaplin

LUCI DELLA RIBALTA

Un film di Charles Chaplin. Con Sydney Chaplin, Claire Bloom, Buster Keaton, Charles Chaplin, Nigel Bruce.

Titolo originale Limelight. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 145 min. – USA 1952.

VOTO: 9,5

L’assortimento delle emozioni di una vita è vasto, e richiede una certa adattabilità. Bisogna esser pronti ai più arditi volteggi, alle burle più graffianti, alla profonda malinconia, a danzare sulle punte per trovare un equilibrio esistenziale, a ridere delle tragedie e a piangere di felicità. E’ un po’ come indossare una maschera da clown. Quella di un pagliaccio consapevole; sicuramente un po’ invecchiato, diviso tra un animo scorbutico e un altro gentilissimo e lodevole, quasi sentimentale. (altro…)


IL GRANDE DITTATORE

Un film di Charles Chaplin. Con Jack Oakie, Charles Chaplin, Paulette Goddard, Henry Daniell, Reginald Gardiner.

Titolo originale The Great Dictator. Commedia, b/n durata 128 min. – USA 1940.

VOTO: 9

Charlie Chaplin, con l’avvento del sonoro, non smarrisce lo smalto della sua mirabile dialettica ed escogita un “Great dictator” pervaso da una forma in via di evoluzione, aperta alle nuove invenzioni tecnologiche dell’epoca. L’ironia si diffonde anche attraverso il dialogo (forse con un impatto leggermente più debole) e conferma le tipiche situazioni alleviate dai gesti e dalle spassose gag. Trovate come quella del missile che, uscito dal gigantesco cannone “Grande Bertha” e caduto senza esplodere mentre gira intorno ingovernabile come una prima avvisaglia di ribellione al padrone, sono godibilissime perle di humour.

Incombe su tutto e tutti l’emblema delle croci accoppiate: vessillo di coloro i quali alzano la voce per farsi sentire, tanto che ai microfoni non rimane altro che ritrarsi. Si conferma l’atteggiamento tipico dei grandi poteri autoritari; direttori d’orchestra che dettano tempi e modi degli applausi di approvazione, di cori e fanatismi vari, disprezzando nel frattempo tanto la democrazia quanto i loro sostenitori. I comandanti, si sa, vedono solo se stessi. E i colpi di tosse di cui sembrano soffrire, arrivano provvidenziali a nascondere le indecisioni e la mancanza di argomenti. I condottieri tirano in ballo problematiche fasulle, o secondarie, per nascondere quelle vere, e avvalersi di un numero spropositato di lecca…buste. Oppure si fanno belli e cercano di restare in qualche modo nella Storia, facendosi ritrarre su tela o sotto forma di scultura, sempre senza concedere molto tempo perché, si sa, all’Arte non si riservano quelle attenzioni che merita la Belligeranza. E poi chi ha voglia di prestarsi a uno specchio così impietoso quando la natura non lo ha dotato in altezza e in spiritosaggine?

Hynkel, dittatore della fantomatica e assonante Tomania, è il marchio ostile della logica di Chaplin. Raffigurato ed estremizzato ad arte da un volto perennemente sboccato, e comico solo perché naturalmente innocuo. Un po’ come Charlot. Napaloni invece, confortato dall’abbagliante interpretazione fornita da Jack Oakie, è l’assurdo dittatore di Bacteria (anche se nel film mi pare che il nome abbia un riferimento più esplicito all’Italia), un finto contraltare di Hynkel, in realtà doppione rafforzativo di una condizione sociale allo sbando e ridicola per quanto realmente pericolosa.

La fantasiosa dicotomia creata da Chaplin si esprime tuttavia ai massimi livelli quando scorta musicalmente il barbiere-sosia e il vero dittatore. Servendosi di Brahms e della sua marcia ungherese, infonde un’allegra agilità al barbiere e alla sua confidenza col rasoio, facendolo muovere a ritmo di musica mentre taglia via i peli a un malcapitato e impaurito signore. La sequenza della follia estatica raggiunta tramite la danza col mappamondo invece, sulle note della celestiale melodia di violini del preludio del “Lohengrin” di Wagner (!), favorisce subito un’immediata empatia di Hynkel nei confronti del palloncino-mondo; amato e coccolato, poi bramato con quel senso di possesso così vorace che il “giocattolo” gli esplode fra le mani. I due personaggi fluiscono in una similitudine e, grazie alla divergenza della loro origine, manifestano la loro irruenza in due modi completamente differenti: il primo per mezzo di una prepotente difesa, il secondo con l’aiuto di un distensivo attacco.

“Il grande dittatore” ha un non so che di estraneo. Forse perché decreta l’allontanamento della figura di Charlot, pur mantenendone certi lineamenti fisici e spirituali. Il barbiere ebreo che vediamo fin dalle prime scene sembra il maturo erede di un clown, quasi composto nel suo silenzio: adesso ha un’occupazione (condizione sociale di solito estranea all’omino con i baffi) e si ritrova catapultato, dopo una breve parentesi introduttiva che passa attraverso una memoria ballerina, nel grande realismo della Storia. E’ l’uccellino in gabbia che simbolicamente viene inquadrato al momento dell’assalto al ghetto. Da quella prigione dell’incoscienza riesce a evadere quale ambasciatore, durante il discorso finale a una folla che non si vede mai da vicino (una velata critica alla sprovvedutezza della gente?).

D’altronde il palesamento dell’ispirazione nazista giunge come integrazione all’assopito discernimento della piccola borghesia, e perviene a identificare un perfetto inganno popolare. Una volta che gli si presenta la possibilità di vestire i panni del tiranno, il barbiere trasmette con la voce il Chaplin-pensiero: discorre richiamando la dignità dell’uomo di fronte alla barbarie dell’autoritarismo. Una “piazzata” che giunge forse un po’ fuori luogo, ma che nasconde l’urgenza e l’ideale di molti oppressi in quel periodo storico così deleterio e misero.


IL CIRCO (1928)

Un film di Charles Chaplin.

Con Charles Chaplin, Allan Garcia, Merna Kennedy, B. Morissey, John Rand.

Titolo originale The Circus. Comico, b/n durata 72 min. – USA 1928.

 

 

 

 

 

VOTO: 9


Charlot si aggira nei dintorni di un circo, e come al solito è affamato e senza un soldo. Siamo all’inizio (brillantissimo) di uno dei film di Chaplin meno conosciuti e celebrati. “Il circo” ha un attacco memorabile durante il quale sciorina una serie di gag impagabili: l’orologio e il portafogli rubati, ritrovati per caso nelle tasche del malcapitato omino, danno il là ad una serie di inseguimenti divertentissimi, tra panini “aspirati” a bambini altruisti, labirinti di specchi e altre attrazioni fieristiche. Fino ad approdare alla pista circense, dove la caccia vera dei poliziotti si trasforma in intrattenimento puro per un pubblico annoiato dagli usuali sketch dei clown. Nel suo far ridere involontariamente la folla, Charlot svela cosa si nasconde dietro l’intrattenimento: numeri preparati troppo a tavolino per giungere spontanei, e trucchi magici impossibili rivelati attraverso un semplice bottone premuto. Non fa in tempo a spolverare alcuni pesci con uno straccio, che già si ritrova ancora una volta inseguito, ora dal direttore e poi da un mulo particolarmente ostinato.

In questa fuga costante da tutto e tutti Chaplin, dopo il capitalismo de “La febbre dell’oro” letto come sistema sociale irreversibile, sposta il suo obiettivo, e si uniforma al Potere come rilevanza suprema, al quale contrappone l’indipendenza schietta del vagabondo col bastone sempre un po’ storto. Seppur apparentemente frammentato, attraverso una successione di comiche che sembrano slegate tra di loro, “The circus” gode di un congegno incontrollato che abbina alle gag iniziali al Luna Park quelle circensi, con tanto di leoni e tigri mezze addormentate e addomesticate, cani che ringhiano nei momenti meno opportuni, scimmie che aggiungono angoscia a un momento già di per se’ opprimente. L’arena gitana diventa così un simbolo stabile degli USA: un mondo incoerente, governato dalle contraddizioni e dalla brutalità, nel quale Chaplin azzarda malizioso una sostituzione di una (Grande) Mela in una banana. Animali/Umani e Umani/Animali si diceva, intercambiabili nella loro conforme crudeltà, buoni solo a sbriciolare le stelle dei sipari.

Il personaggio del direttore del circo non può essere che un cinico calcolatore: accoglie Charlot solo perché il suo spettacolo è in crisi, lo sfrutta pagandolo come un semplice inserviente quando invece è la star di maggiore attrattiva, e se ne frega del suo destino quando corre il rischio al posto dell’esperto equilibrista Rex. Inoltre umilia la figlia cavallerizza di fronte all’intero gruppo di artisti, impedendogli di mangiare. Le affinità di Charlot con Merna, la figlia del direttore, appaiono subito evidenti: ambedue esclusi e rifiutati per ciò che (non) sono, si ritrovano a dividere avidamente una colazione facendosi venire il singhiozzo. Un approccio che sembrerebbe portare il film sul classico coinvolgimento amoroso. Questa volta, però, le conseguenze saranno a loro modo imprevedibili.

Solo, all’interno del grande cerchio tracciato dal telone del circo, Chaplin, dopo aver “fatto omaggio” dell’Amore si esibisce per se’ stesso. Perchè non ci si innamora di una maschera triste, di un buffone stipendiato male, di un povero. La regola (tendenzialmente statunitense in questo caso, ma universale) vuole che gli affetti siano indirizzati alle classi danarose le quali, funamboli sul filo sottile sotto il tendone di un circo, ben rappresentano l’Autorità. E l’artificio che così si crea accentua l’egoismo e la solitudine, da ambo le parti. La classe sociale privilegiata non è interessata al destino degli indigenti, e questi non si mischiano, razionalmente e carnalmente, agli altri, preferendo un’ipotetica rovina personale: un apparente rifiuto a vivere che potrebbe anche essere letto come un affrancamento (borioso e arrogante?) per riuscire a sopravvivere. Questo agire fa de “Il circo” uno dei film chapliniani più ragionati, estremi e nebulosi; come se alla fine l’intelletto avesse prevalso sui sentimenti.


TEMPI MODERNI

Un film di Charles Chaplin.

Con Charles Chaplin, Paulette Goddard, Henry Bergman, Tiny Sandford, Allan Garcia.

Titolo originale Modern Times. Comico, b/n durata 89 min. – USA 1936.

VOTO: 9


L’umanità che va al lavoro è un gregge istintivo, disordinato, ma che arriva sempre in orario. Una massa indistinta che si trova in gruppo e condivide gli stessi scopi. Perché così comanda l’economia di mercato. Il tempo che passa è già un elemento basilare di questo vento occidentale, e viene misurato al secondo con orologi giganti e timbrature che paiono incubi ciclici. Prendendo il via da una congettura irrealizzabile, almeno per l’epoca in cui il film è stato girato, Chaplin ipotizza come già in voga schermi-spia parlanti in stile Grande Fratello. (altro…)


LA FEBBRE DELL’ORO

Un film di Charlie Chaplin. Con Charlie Chaplin, Mack Swain, Georgia Hale, Tom Murray.

Titolo originale The Gold Rush. Comico, b/n durata 93′ min. – USA 1925.

 

 

 

 

 

 

VOTO: 9


Quali coordinate ha la fortuna? Qual è la direzione da prendere per raggiungerla, trovare pepite d’oro, diventare ricchi e dare uno schiaffo alla miseria? Basta disegnare una bussola su di un foglio di carta, girarsi alla bell’e meglio e come più ci conviene, e dirigersi a Nord, sempre a Nord, fino ad arrivare sulle piste innevate del Klondike, oltre l’Alaska. E’ questa la condotta del geniale Charlot, sconclusionato “cercatore per caso” di prosperità. In un momento storico di affrettata crescita del capitalismo, Chaplin inizia a burlarsi delle possibili (e così tremendamente prossime) conseguenze economiche, rappresentandole in una quintana che all’apparenza non riesce mai a raggiungere una piena gioia, contraddistinta al momento dall’unione di emotività e ironia.

Il grande autore edifica una pellicola più vasta di quanto sia percepibile all’apparenza e la muove su due linee narrative fondamentali: le peripezie dell’esploratore sprovveduto, e il rapporto tra questi e una sbarazzina protagonista di tabarin. La forma predominante è quella della dialettica del qui pro quo: gag a profusione si avvicendano tra loro in un susseguirsi vertiginoso (la baracca in bilico sul dirupo in primis) senza sosta, che passa dalla ingombrante e simpatica figura di Giacomone/Big Jim all’orso bruno che arriva provvidenzialmente in scena, dal ballo nel salone con la giovane Georgia alla corda legata a mo’ di cintura che coinvolge un cane scattante, dalla gallina pennuta (allucinazione dovuta alla fame) alla scarpa cucinata per alleviare gli appetiti impellenti. Traversie tragicomiche e romantiche che tengono avvinti dalla prima all’ultima scena.

La vita viene effigiata come dominata dal caso, senza discipline, metodi o prassi. In questa confusione Chaplin ritrova e svela gli usi di un celato equilibrio, comandato dai soldi, dall’inammissibilità di un amalgama tra ricchi e poveri, e da un desiderio di felicità, per alcuni agognata e per altri raggiunta fortuitamente. La realtà è dolorosa, ed esibirne l’aspetto farsesco simboleggia proprio il divulgarne la drammaticità. Ecco l’importanza del ricorso al sogno e dell’appisolarsi in beata solitudo: per tenere lontano il dolore di un Capodanno tradito dall’assenza, dal languore dovuto alla mancanza di cibo, e dal freddo climatico e dell’anima.

L’epilogo è spensierato, e deciso ancora una volta dalla fatalità: il ritrovamento del giacimento aurifero grazie a una tempesta, e l’incontro con Georgia sulla nave. Charlot è diventato miliardario, ma resta verosimile agli occhi degli altri e a se stesso quando veste ancora i panni del pezzente vagabondo, quell’omino coi baffi credulone e dolce che tiene sulle spalle il peso dei vizi altrui e dei loro dubbiosi intenti.


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