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IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Un film di Joseph L. Mankiewicz.

Con Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker.

Titolo originale Suddenly, Last Summer. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 114 min. – USA 1959.

 

 

 

 

 

VOTO: 7,5


Otto anni dopo la crisi economica USA del 1929, i soldi valgono come e più di prima: con quelli sarebbe possibile espandere le proprie necessità di istituzione ospedaliera, coprire i debiti di un marito che non c’è più, ma soprattutto comprare il silenzio e la complicità per dissimulare una fama a rischio di crollo. Violet Venable (Katharine Hepburn) cerca così di sopprimere una parente troppo scomoda, facendo affidamento sulle nuove procedure di neurochirurgia e lobotomia del Dr. Cukrowicz (Montgomery Clift). Sistemi ancora in via di sperimentazione, ma buone lame nella mente per rimuovere i presunti demoni che vi albergano. Il cervello, si sa, è una foresta primitiva e spaventosa, ingarbugliata e impenetrabile, fatta di incubi e sottili défaillances.

A volte, e per fortuna, la psicologia va oltre la neurochirurgia, ridimensionando il potere di madri atterrite e sull’orlo della follia. “Suddenly last summer” potrebbe sembrar buono come trattato sulle case di cura mentali, grazie alle immagini forti e impressionanti sulla pazzia, descritta con un ansioso errare dello sguardo/mdp e una padronanza invidiabile di illustrazioni come fossero frame scolpiti nell’immaginario. Seppur oppresso e deformato da una serie di dialoghi quasi deliranti ma non privi di una loro aspra efficacia, nell’incessante riesposizione di questioni mai valicate ne’ secondarie, ha una fascinazione tutta sua nel delineare aspetti scomodi che i manicomi impongono a una società sempre più sulla via della normalizzazione.

Unificazione che sembra ancora non aver fatto i conti con l’elemento forse maggiormente portante dell’intera opera: l’omosessualità. Quest’ultima, benché mai pronunciata nel corso della pellicola, è la componente che muove tutte le azioni. Non si definisce mai in modo chiaro e inequivocabile la natura sessuale dell’acclamato Sebastian senza volto, presente solo nelle memorie penose di chi non l’ha mai capito, alla fine condannato giustamente (?) come fosse un pedofilo, lapidato e immolato. Il figlio della signora Venable pare girare il mondo solo per appagare i suoi istinti. Peccato che la sua condizione venga vissuta come senso di colpa, come qualcosa di sbagliato, quasi che fosse una patologia astrusa. Più che uno schermo velato, nel caso di “Improvvisamente l’estate scorsa” si può parlare di schermo drappeggiato, che rischia di rendere il film incompreso o, peggio, frainteso. A questo si aggiunga l’idea di un Sebastian votato all’autodistruzione e corteggiante il suicidio, in attesa di (è un’immagine del film francamente un po’ artificiosa) falchi marini avidi di carne. I rapaci sono gli uccelli che più sono assoggettabili al Giudizio di una Divinità Superiore, il mezzo ideale per rassettare la società del tempo da ciò che appare scomodo, la ricerca di una nuova Alba della (ri)Creazione.

L’unica cosa che viene in soccorso al film è pensarlo nell’epoca durante la quale fu distribuito. Nel 1959 Gore Vidal e Tennessee Williams ebbero come unica chance di portare sullo schermo il soggetto di quest’ultimo solo a queste odiose condizioni. E per far capire disperatamente l’essenza dei suoi contenuti chiamarono a raccolta un paio di attori a mo’ di “testimonial”: Montgomery Clift, il quale essendo gay sapeva già molto sull’argomento e usò il film quasi come mezzo di accettazione, ed Elizabeth Taylor, una simpatizzante della categoria (da preferire la sua interpretazione ne “La gatta sul tetto che scotta”, sempre tratto dalle opere di Williams). Alla prova del tempo, la pellicola cede per quanto concerne la limpidezza del suo pensiero, e tiene sugli aspetti tecnici (scenografia curata dal gusto discutibile, fotografia ottima) e artistici (eccellenti le interpretazioni).

La figura di Sebastian rischia di essere etichettata come “alternativa” solo perché ha il gusto del bello. I suoi lineamenti armoniosi su di una spiaggia esotica, gli abiti bianchi e lindi, il sole che brucia come una palla di fuoco abbagliante (l’occhio di Dio?) in un mezzogiorno privo di ombre, sono tutti aspetti estetizzanti a volte un po’ forzati. Pur non essendo il miglior film di Joseph L. Mankiewicz, “Suddenly” è capace di ornare con uno stile ammaliante un’opera fondamentalmente infausta e tagliente, non priva di arbitrii.

Basti pensare al ricordo della cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor): una traccia onirica spaventosa, persa in un’altra epoca, quasi fosse inventata o rielaborata. Un sogno assurdo accompagnato da esagerazioni visive, sovrimpressioni, scene a effetto che spiegano bene il trauma della giovinetta ma anche un po’ gratuite. D’altronde è lei ad essere stata l’unica testimone del dramma, e in questo il film si fa estremamente oggettivo e schierato. Sulla stessa linea espressionistica aveva realizzato qualcosa di meglio l’Hitchcock di “Io ti salverò”, così come lo stesso autore sarà ancora superiore quando l’anno successivo, con “Psyco”, dirà la sua riguardo alla devozione verso le madri. Con il maestro della suspense, le discese ardite e le (ri)salite avevano un’inquietudine che in pochi son riusciti a eguagliare. Le corse arrampicate di Sebastian, al confronto, sono le fughe di uno scritto incapace di usare altri mezzi espressivi più efficaci, e le parole dette quando un ascensore non è ancora sceso del tutto sono inutile fiato sprecato.


INTRIGO INTERNAZIONALE

Intrigo internazionaleUn film di Alfred Hitchcock.

Con James Mason, Martin Landau, Cary Grant, Eva Marie Saint, Jessie Royce Landis.


Titolo originale North by Northwest. Spionaggio, durata 136 min. – USA 1959.






VOTO: 9,5


Nel mondo della pubblicità non esistono bugie, solo parecchia esagerazione. Ecco quindi che un brillante pubblicitario, Roger Thornhill (Cary Grant), dallo sguardo così sornione e seducente, grazie a un equivoco, è oggetto di uno scambio di persona. I suoi rapitori, prendendo un granchio, credono che egli sia un certo Sig. Kaplan e lo conducono presso la maestosa abitazione di Lester Townsend, nello stato di New York. Da lì, una serie di avvenimenti frenetici e irreversibili daranno da fare al nostro Roger il quale, sballottato da una situazione incomprensibile all’altra e in costante pericolo di vita, sarà costretto a cavarsela in quale modo.

Tutte le piste che proviamo a seguire, alla ricerca di tracce e indizi che possano permetterci di comprendere qualcosa sui perché della storia, sembrano chiudercisi in faccia, come le porte dell’autobus sul volto di Hitchcock all’inizio del film. Il regista si diverte a farci smarrire in questo labirinto e, tutto quello che è in grado di concedere, sono particolari futili e ingegnosamente ironici (ci fa sapere, per esempio, che Kaplan ha la forfora ed è di qualche taglia inferiore a Thornhill).

L’ironia la fa da padrona; poche volte come in questo film Hitchcock se ne è servito per sciorinare battute a raffica. Tutta la prima parte con tanto di madre al seguito (una raggiante e salottiera Jessie Royce Landis) che riprende causticamente le situazioni nelle quali si è cacciato il figlio Roger è fresca, invitante e briosa. Una signora viziata dalle partite di bridge con le amiche, che si concede di accettare i soldi del figlio per ottenere la chiave di una camera d’albergo, è un modo non convenzionale di narrazione. Si vede che il nuovo “complice” nella sceneggiatura, Ernest Lehman, ha intenzione di riportare quell’allegria sepolta dalle vicende de “La donna che visse due volte”. Il lavoro del prosatore ridà luce ai personaggi, trionfando con i suoi dialoghi brillanti e astuti. Galeotto fu il treno

Benchè molti sostengano che “Intrigo internazionale” sia un film dalla trama troppo complessa, si può smentire facilmente questa ipotesi ribattendo che è, invece, una pellicola scritta in stato di grazia, piena di spirito, sofisticata e affascinante.

E’ una spy story prettamente hitchcockiana che a tratti somiglia, viste le parentesi rosa che prendono momentaneamente il sopravvento, ad alcuni scritti della conterranea Agatha Christie. Come lei, il regista rimane apolitico e lontano dalla vera Storia; i rischi che corre il Sig. Thornhill vengono da organizzazioni criminali instabili e provvisorie. Il cinema, d’altronde, stava per accogliere le avventure di 007.

E ci si può permettere pure di far incontrare l’ironia con la suspense, visto che i rapitori sono pronti a mostrar le pistole senza tanti cerimoniali. In tal senso, la scena dell’ascensore, con Thornhill che cerca di sfuggire a un possibile attentato alla sua vita, si risolve in una fragorosa risata che rilassa solo i presenti dell’angusto spazio in movimento ma non lo spettatore che ha tutte le informazioni per capire che c’è ben poco da stare allegri. Come dice un signore a capo dell’ufficio dei servizi segreti: “è una cosa triste ma a me viene da ridere”.

Poco dopo, Hitchcock fa incocciare la suspense con la paura vera e propria, mettendo in scena un assassinio con tanto di prova “inconfutabile” ancora  a carico di Thornhill; più che un inseguimento a opera di sconosciuti, quello perpetrato ai danni di Cary Grant sembra un  pedinamento orchestrato dal suo regista che lo fa passare per ladro, alcolizzato e assassino vendicativo. Hitchcock ci mostra che noi stessi saremmo potuti diventare, con una certa facilità e pur conducendo vite ordinarie, vittime ignare di segreti, tradimenti e perfino di trame governative. Una scena memorabile

Una fuga vissuta pericolosamente quella di Roger. Indimenticabile a tal proposito, ed entrato di diritto nella storia del cinema, il tentativo di uccisione tramite il mitra piazzato sul biplano. Una concessione all’action dai risultati strabilianti. Un campo di mais battuto dal sole cocente, una strada pressoché desolata e 7 minuti di girato quasi senza dialoghi, durante i quali accadono un sacco di cose. Suspense cristallina ancora oggi insuperata, e supportata solo dal brontolio del motore dell’aereo che tallona Thornhill e che viola il silenzio del deserto.

Ambientazioni e scenografie a tratti futuristiche accompagnano questo viaggio non previsto; a parte i “soliti” titoli di testa meravigliosamente gestiti da Saul Bass e “proiettati” geometricamente sui vetri del Palazzo delle Nazioni Unite, alcune architetture sono costruite con tecniche avanguardiste e le riprese dall’alto non fanno che esaltare la loro regolarità. Anche la villa di Philip Van Damm (James Mason) nel South Dakota risulta costruita con forme ardite; edificata in pietra e provvista di grosse vetrate con vista mare è caratterizzata da una struttura rigorosa.

E’ il nuovo che si sposa con la Storia del monte Rushmore, lì a due passi. Lode al grande talento di quello scenografo che fu Robert Boyle. Nemmeno lo stile, però, può farla franca e non sfugge ai contenuti esilaranti dello script: la presa in giro si estende fino a una galleria d’asta spassosa, dove Grant offre pochi dollari per opere d’arte considerate di pregio assoluto.

L’aeroporto NordOvest (il misterioso “North by Northwest” del titolo ha, allora, un significato?) dove la Polizia di Chicago conduce Grant secondo le indicazioni dei servizi segreti, è un luogo chiarificatore di molte figure che partecipano segretamente all’intrigo. Roger, il protagonista, guada l’America da costa a costa rendendo omaggio ad alcuni siti emblematici dello Stato, come il palazzo delle Nazioni Unite e il monte Rushmore, conducendo la sua “tranquilla” gitarella nello stile del road thriller nato già ai tempi de “Il club dei trentanove” e di “Giovane e innocente”.

Ecco che l’arbitrarietà di linguaggio, espresso da Hitchcock nei suoi giochi di parole e nei futili tentativi di dare un senso preciso alle sue intenzioni, non è altro che un poderoso e illogico spunto per mettere in scena una suggestione emotiva a danno della plausibilità. Il Maestro ha una totale padronanza dello spazio e del tempo, ordini del tutto malleabili da trasformare in funzione dell’autonomia creativa.

Il romanticismo (elemento che inizia e si compie su di un treno), si diceva, stempera le corse di questi uomini malamente affaccendati in vicende che, alla lunga, sarebbero state poco interessanti. Ma anche questo elemento non fa altro che renderci vittime di continui depistaggi: quella che crediamo possa essere una vera infatuazione oppure un soccorso messo in atto dai “buoni” è solo fumo negli occhi, un calcolato corteggiamento abbinato a freddo distacco, e il risultato è che veniamo sballottati come passeggeri su un accelerato per Chicago.

A volte i baci sono avvelenati ed è impossibile non confrontarsi con l’astuzia e la bruta malvagità della squadra di donne bionde a disposizione di “Hitch”. Il corteggiamento è giunto al termine

L’ultima arrivata si chiama Eva Marie Saint, ed è inevitabile un confronto con le altre ragazze dal capello dorato quali Grace Kelly, Tippi Hedren e Kim Novak. La Marie Saint appare indecisa, con meno carisma e fascino. Non ha molte variazioni di espressività e non bastano nemmeno le pettinature sofisticate di Sydney Guilaroff o gli abiti sfavillanti scelti dallo stesso regista a salvarci da un sottile imbarazzo.

Ciononostante resterà per sempre nella nostra memoria. Quantomeno perché protagonista di una delle scene più originali e subdole richiamanti un coito. Il treno che, sul finale, entra in galleria (e che viene introdotto da un magnifico stacco, attraverso il quale Hitchcock ribalta una situazione di estrema tensione in una di maliziosa intimità) la fa’ in barba al moralista Codice Hays. Ovvia l’allusione all’atto sessuale mostratoci qui con veemenza subliminale.

“North by Northwest” è un film che ha retto alla prova del tempo. L’incomparabile regia di Hitchcock, la solida sceneggiatura di Lehman e la splendida interpretazione di Cary Grant creano ancora una magia alla quale partecipiamo, da spettatori, sempre molto volentieri.

Le avventure di questo giovanotto che resta in giro per giorni e giorni, quasi sempre con lo stesso vestito macchiato di whisky, pesticidi, sangue, impolverato a più riprese, rinfrescato da un solo cambio di camicia, che passa da una stazione di polizia all’altra, da un mezzo di trasporto all’altro (treni, aerei, autobus), che si strappa i pantaloni e sgualcisce pure gli abiti delle signorine… sono impagabili.

Caro Grant, impertinente scavezzacollo che non sei altro, per una volta lascia perdere la guerra fredda e ricordati che la mamma ti aspetta per cena. D’altronde “Psyco” è alle porte e ben altre figure materne sono in sinistra attesa…


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