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psicologico

LA ZONA MORTA

Un film di David Cronenberg.

Con Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerritt.

Titolo originale The Dead Zone. Drammatico/Psicologico, durata 101 min. – Canada, USA 1983.

VOTO: 6

John “Johnny” Smith è un professore di liceo innamorato di una sua collega. Giovane, in salute, e profondo conoscitore del proprio mestiere, John è vittima di un incidente automobilistico (“Dio gli lancia contro un camion a 18 ruote”) che lo costringe a vegetare in coma in un letto d’ospedale. Trascorsi alcuni anni l’insegnante si risveglia e trova che molte cose sono cambiate. La calma e l’incoscienza del sonno profondo vengono destati da spaventose visioni premonitrici. (altro…)


MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE

Un film di Werner Herzog.

Con Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine.

Drammatico, durata 91 min. – USA, Germania 2009. – Onemovie. Uscita: venerdì 10 settembre 2010.

VOTO: 8

Anche i giganti hanno cominciato da piccoli. Poi, da minuscoli batuffoli irrisori, se non favoriti nel loro processo di crescita, corrono il rischio di trasformarsi in sub-adulti. Laddove i nani del 1970 (“Auch Zwerge haben klein angefangen”) erano per Werner Herzog l’esuberanza della realtà vista in bianco e nero, personalità moleste di dromedari, rivoluzionari e fomentatori crudeli, sconvolgenti briciole affette da isteria, il loro Intero degli anni zero ha la personalità quasi insignificante dipinta da Michael Shannon in un lavoro interpretativo di sottrazione.

Il gigante è un enorme batuffolo rosa, circondato da suppellettili di colore rosa, da pink flamingos da (altro…)


PI GRECO – Il teorema del delirio

Un film di Darren Aronofsky.

Con Sean Gullette, Mark Margolis, Ben Shenkman, Pamela Hart, Stephen Pearlman, Samia Shoaib, Ajay Naidu.

Titolo originale Π. Thriller, durata 84 min. – USA 1997.

VOTO: 8,5


Non bisogna mai guardare fisso il sole. Perché non solo si rischia di offendere gli occhi, ma anche la mente. La quale potrebbe capitolare sotto i colpi delle emicranie e delle epistassi, degenerando in corto circuiti irrecuperabili. E a poco servirebbe l’uso di betabloccanti, di iniezioni di adrenalina, l’abuso di steroidi e aspirine, mescolate a caffeina e marijuana. Un cocktail pericoloso che condurrebbe sull’orlo, se non proprio sull’abisso, della farneticazione, intervallata da squarci di lucidità. (altro…)


IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Un film di Joseph L. Mankiewicz.

Con Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker.

Titolo originale Suddenly, Last Summer. Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 114 min. – USA 1959.

 

 

 

 

 

VOTO: 7,5


Otto anni dopo la crisi economica USA del 1929, i soldi valgono come e più di prima: con quelli sarebbe possibile espandere le proprie necessità di istituzione ospedaliera, coprire i debiti di un marito che non c’è più, ma soprattutto comprare il silenzio e la complicità per dissimulare una fama a rischio di crollo. Violet Venable (Katharine Hepburn) cerca così di sopprimere una parente troppo scomoda, facendo affidamento sulle nuove procedure di neurochirurgia e lobotomia del Dr. Cukrowicz (Montgomery Clift). Sistemi ancora in via di sperimentazione, ma buone lame nella mente per rimuovere i presunti demoni che vi albergano. Il cervello, si sa, è una foresta primitiva e spaventosa, ingarbugliata e impenetrabile, fatta di incubi e sottili défaillances.

A volte, e per fortuna, la psicologia va oltre la neurochirurgia, ridimensionando il potere di madri atterrite e sull’orlo della follia. “Suddenly last summer” potrebbe sembrar buono come trattato sulle case di cura mentali, grazie alle immagini forti e impressionanti sulla pazzia, descritta con un ansioso errare dello sguardo/mdp e una padronanza invidiabile di illustrazioni come fossero frame scolpiti nell’immaginario. Seppur oppresso e deformato da una serie di dialoghi quasi deliranti ma non privi di una loro aspra efficacia, nell’incessante riesposizione di questioni mai valicate ne’ secondarie, ha una fascinazione tutta sua nel delineare aspetti scomodi che i manicomi impongono a una società sempre più sulla via della normalizzazione.

Unificazione che sembra ancora non aver fatto i conti con l’elemento forse maggiormente portante dell’intera opera: l’omosessualità. Quest’ultima, benché mai pronunciata nel corso della pellicola, è la componente che muove tutte le azioni. Non si definisce mai in modo chiaro e inequivocabile la natura sessuale dell’acclamato Sebastian senza volto, presente solo nelle memorie penose di chi non l’ha mai capito, alla fine condannato giustamente (?) come fosse un pedofilo, lapidato e immolato. Il figlio della signora Venable pare girare il mondo solo per appagare i suoi istinti. Peccato che la sua condizione venga vissuta come senso di colpa, come qualcosa di sbagliato, quasi che fosse una patologia astrusa. Più che uno schermo velato, nel caso di “Improvvisamente l’estate scorsa” si può parlare di schermo drappeggiato, che rischia di rendere il film incompreso o, peggio, frainteso. A questo si aggiunga l’idea di un Sebastian votato all’autodistruzione e corteggiante il suicidio, in attesa di (è un’immagine del film francamente un po’ artificiosa) falchi marini avidi di carne. I rapaci sono gli uccelli che più sono assoggettabili al Giudizio di una Divinità Superiore, il mezzo ideale per rassettare la società del tempo da ciò che appare scomodo, la ricerca di una nuova Alba della (ri)Creazione.

L’unica cosa che viene in soccorso al film è pensarlo nell’epoca durante la quale fu distribuito. Nel 1959 Gore Vidal e Tennessee Williams ebbero come unica chance di portare sullo schermo il soggetto di quest’ultimo solo a queste odiose condizioni. E per far capire disperatamente l’essenza dei suoi contenuti chiamarono a raccolta un paio di attori a mo’ di “testimonial”: Montgomery Clift, il quale essendo gay sapeva già molto sull’argomento e usò il film quasi come mezzo di accettazione, ed Elizabeth Taylor, una simpatizzante della categoria (da preferire la sua interpretazione ne “La gatta sul tetto che scotta”, sempre tratto dalle opere di Williams). Alla prova del tempo, la pellicola cede per quanto concerne la limpidezza del suo pensiero, e tiene sugli aspetti tecnici (scenografia curata dal gusto discutibile, fotografia ottima) e artistici (eccellenti le interpretazioni).

La figura di Sebastian rischia di essere etichettata come “alternativa” solo perché ha il gusto del bello. I suoi lineamenti armoniosi su di una spiaggia esotica, gli abiti bianchi e lindi, il sole che brucia come una palla di fuoco abbagliante (l’occhio di Dio?) in un mezzogiorno privo di ombre, sono tutti aspetti estetizzanti a volte un po’ forzati. Pur non essendo il miglior film di Joseph L. Mankiewicz, “Suddenly” è capace di ornare con uno stile ammaliante un’opera fondamentalmente infausta e tagliente, non priva di arbitrii.

Basti pensare al ricordo della cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor): una traccia onirica spaventosa, persa in un’altra epoca, quasi fosse inventata o rielaborata. Un sogno assurdo accompagnato da esagerazioni visive, sovrimpressioni, scene a effetto che spiegano bene il trauma della giovinetta ma anche un po’ gratuite. D’altronde è lei ad essere stata l’unica testimone del dramma, e in questo il film si fa estremamente oggettivo e schierato. Sulla stessa linea espressionistica aveva realizzato qualcosa di meglio l’Hitchcock di “Io ti salverò”, così come lo stesso autore sarà ancora superiore quando l’anno successivo, con “Psyco”, dirà la sua riguardo alla devozione verso le madri. Con il maestro della suspense, le discese ardite e le (ri)salite avevano un’inquietudine che in pochi son riusciti a eguagliare. Le corse arrampicate di Sebastian, al confronto, sono le fughe di uno scritto incapace di usare altri mezzi espressivi più efficaci, e le parole dette quando un ascensore non è ancora sceso del tutto sono inutile fiato sprecato.


LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

La donna che visse due volteUn film di Alfred Hitchcock.

Con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes.


Titolo originale Vertigo. Giallo, Ratings:
Kids+16, durata 128 min. – USA 1958.







VOTO: 8,5


I tetti di San Francisco sono infidi, scivolosi e… lontani da terra. Se ne rende ben presto conto il poliziotto John “Scottie” Ferguson (James Stewart) che rimane appeso a un cornicione durante un inseguimento. Lo shock dovuto alla vertigine sarà così grande da fargli prendere la decisione di abbandonare il servizio e di andare in pensione, forte del suo agio economico da scapolo inveterato.

Gavin, un vecchio amico, gli chiede una cortesia: seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme che qualcuno possa farle del male. Dice che la donna è molto debole, gira chissà dove, forse in preda a uno stato di profonda depressione.

John, dunque, sorveglia la bionda Madeleine, la quale fa visita alla tomba di una certa Carlotta Valdes, nata il 3 Dicembre del 1831 e morta 26 anni dopo. Successivamente la ritrova al “California Palace of the Legion of Honor”, mentre fissa un quadro di una donna di metà Ottocento che tiene in mano un mazzo di fiori uguale a quello che ella stessa, poco prima, ha acquistato. Anche la pettinatura delle due donne è la medesima. John scopre, così, che Madeleine è vittima incosciente di un transfert di identità. Sembra, infatti, essere posseduta dallo spirito di un’antenata (Carlotta Valdes, appunto), costretta a separarsi dalla figlia e per questo suicida a 26 anni. La stessa età della bella Madeleine… La scala del campanile

La musica di Bernard Herrman contribuì in modo decisivo all’impatto emotivo della pellicola. Basti pensare alla splendido componimento a spirale e, allo stesso tempo, intensamente romantico (la colonna sonora, una delle più struggenti e suggestive mai ascoltate, spiega in gran parte il fascino che “Vertigo” ha ancora oggi).

C’è un invidiabile incontro nei titoli di testa tra le musiche di Herrman e i disegni di Saul Bass, il quale, durante gli anni ’50, rivoluzionò la grafica degli “attacchi” nei film. Bass fu capace di sintetizzare l’intera pellicola, usando una sola immagine in pochi minuti di “vortici” colorati e sovrapposti i quali conducono immediatamente al senso di perdita dell’equilibrio.

Il fotografo Robert Burks rispettò lo schema di colori rossi e verdi (l’abito da sera verde, indossato dalla Novak durante la serata al ristorante e in contrasto con il rosso della parete, è tanto bello da togliere il fiato) richiesto dal regista, e si servì di filtri che rimandavano alla sensazione di nebbia per creare un’atmosfera onirica. Un profilo magnifico

Un contesto mitigato dai duetti con la pittrice e disegnatrice di moda Midge, l’amica di John, i quali sono molto divertenti e spontanei; rappresentano quel lato ironico irrinunciabile nelle opere di Hitchcock. Perché, se da una parte il Maestro apre una voragine verso la morte, il subconscio e l’inganno, dall’altra ha bisogno di rafforzare la sua personalità, stemperando la tensione dell’intreccio con battute sottili e ingegnose. Delizioso  :-)

John non si accorge nemmeno della presenza dell’amica. Dopo la tragica esperienza alla quale si è trovato a partecipare (Madeleine si suiciderà nonostante la sua salvaguardia), è catatonico, immobile e sospeso tra i suoi sensi di colpa e il rammarico di aver osato amare una donna già sposata. Nemmeno la musica di Mozart sembra in grado di poter alleviare il dolore che prova.

E qui, Hitchcock, attraverso una semplice panoramica sullo splendido paesaggio assolato ed edificante offerto dalla città di San Francisco, fa un salto in avanti narrativo di straordinaria sintesi e ci proietta verso quella che sarà l’ulteriore discesa verso il vortice paranoico che attende il nostro John.

Egli, infatti, riconosce l’auto della “sua” Madeleine. E poi di nuovo lei che gli compare, mentre cammina per la città. Non è più bionda, “stavolta” ha i capelli castani. Ma sarà davvero la sua amata o solo il frutto di un’alienazione mentale? Potrà bastare un tailleur grigio a poterla ricreare in qualche modo?

Il film è caratterizzato da un turbinio di ossessioni intime e quasi inquietanti. Alfred Hitchcock era un sostenitore del cosiddetto “cinema puro”, caratterizzato da immagini senza parole. “La donna che visse due volte” è la storia di un uomo che, per la prima volta, s’innamora profondamente di una figura femminile con la quale non ha quasi mai parlato e, ciononostante, si abbandona alla più intensa delle sue angosce e fobie amorose. Il formidabile effetto “vertigine” (ottenuto tramite un intelligente accostamento tra una carrellata indietro e una zoomata in avanti), accentua alla perfezione l’acrofobia di cui soffre il protagonista.

Kim Novak conferì una straordinaria intensità emotiva e fu abilissima nel tratteggiare il carattere di due donne così uguali e profondamente diverse: raffinata e distaccata la prima, con quel suo parlare con ritmo quasi assente, vera e appassionata la seconda. Fredda, misteriosa, triste e splendida, Madeleine è da capogiro.


THE UNINVITED

The UninvitedRegia: Charles Guard, Thomas Guard.

Sceneggiatura: Andrew Menzies.

Attori: Elizabeth Banks, Arielle Kebbel, Emily Browning, David Strathairn.

Produzione: DreamWorks SKG, Vertigo Entertainment, DWBC Productions, MacDonald/Parkes Productions, The Montecito Picture Company. Distribuzione: Universal Picutures.

Paese: USA 2009.

Uscita Cinema: 29/05/2009.

Durata: 87 Min.


VOTO: 7

Remake (ma fino a un certo punto, per fortuna) del lento “Two sisters” (il film coreano uscito da noi 5 anni fa), “The Uninvited” si colloca tra quei thriller di buona fattura che non hanno niente per diventare memorabili, ma che sono di sicuro effetto e godibilissimi a livello di incastro narrativo.

Anna (i cui “guasti” mentali sono ben resi dalla brava Emily Browning) torna a casa, dopo 10 mesi trascorsi in manicomio. La morte della madre l’ha segnata profondamente e l’ha portata a tentare di togliersi la vita tagliandosi i polsi. Il trauma sembra essere superato. Senonchè, non fa in tempo ad adattarsi di nuovo allo splendido casone sul mare vicinissimo ai boschi e pieno di ricordi dolorosi, che trova una novità: il padre (un freddo e valido David Strathairn) si è fidanzato con la badante/infermiera della madre morta e sembra che la pace familiare di un tempo sia stata persa per sempre…

Il film è spaventoso al punto giusto (non ci vengono risparmiati alcuni salti sulla poltrona, grazie a cadaveri mutilati, a un’inquietante rimessa per barche, a suoni sinistri di campanellini che si confondono ai fischi del vento), visto anche il suo collocarsi in un modello di immediato riferimento per chi guarda: la morte della madre in circostanze poco chiare e il “rimpiazzo” di questa con una nuova arrivata. Riunione familiare in vasca

Nella pellicola tutti i ricordi della mamma vengono scrupolosamente eliminati e messi da parte dalla fidanzata emergente: la lavagna dove lei lasciava i messaggi in cucina, il campanellino con il quale chiamava in caso di bisogno, la sua automobile (considerata vecchia e superata dalla sfrontata morosa Rachel). L’allontanamento della figura materna vissuto come distacco traumatico genera mostri.

Azzeccato il montaggio narrativo tra la ricerca della vera identità di Rachel Summers (Elizabeth Banks) e il maneggiare di lei con strumenti pericolosi quali coltelli e siringhe. Ottimi elementi di suspense sono anche la luce in giardino, all’angolo della casa, che si accende da sola, il buio, le visioni improvvise dei morti: i tempi con i quali vengono scandite le immagini sono quelli giusti. Un altro pregio è quello di farci entrare in empatia con la storia e i personaggi senza effetti trucidi, carichi di scene violente o dove le vittime vengono fatte a pezzi. ‘The Uninvited’ trae ispirazione dai film horror più classici, ai quali vuole rendere omaggio.

Nei sacchetti della spazzatura, così come nei sogni, si trovano i ricordi rimossi e le “luccicanze” di quello che non è ancora accaduto: sottile metafora di tutto quello che eliminiamo (volontariamente e non) dalla nostra mente per non avvertire il dolore. Vedere per credere il bellissimo personaggio della sorella Alex (la decisa e partecipe Arielle Kebbel). Produttore esecutivo è il lodevole e abile Ivan Reitman.


QUERELLE DE BREST

Querelle de BrestTitolo originale: Querelle.

Regia: Rainer Werner Fassbinder.


Con: Franco Nero, Brad Davis, Jeanne Moreau, Laurent Malet.

Genere: Drammatico.


Produzione: Francia/Germania.

Anno: 1982. Durata: 108 min.



VOTO: 7

Tratto dal romanzo omonimo di Jean Genet, “Querelle de Brest” è stato l’ultimo film diretto dal grande Rainer Werner Fassbinder, prima della sua morte a causa di un presumibile abuso di droghe. Arrivò sugli schermi del Festival di Venezia nel 1982, pochi mesi dopo il decesso dell’autore, sull’onda di fragori sensazionalistici a causa dei contenuti e di alcune scene provocanti.

La pellicola racconta le vicende del marinaio Georges Querelle (Brad Davis), sbarcato a Brest con la nave “Vengeur” a capo della quale governa il tenente Seblon (Franco Nero), invaghito dalla bellezza di Querelle. Ma nel porto della cittadina francese il giovane uomo di mare farà la conoscenza dell’ambiguo Nono (Gunther Kaufmann), gestore, insieme alla moglie Lysiane (Jeanne Moreau), di un bordello famigerato chiamato “La Feria”, e incontrerà suo fratello Robert, amante della consorte di Nono. In un paese costiero tutto ricostruito in studio come fosse un porto di una città equatoriale, Querelle vivrà avventure amorose, intrallazzi ricettatori, corteggiamenti subdoli e meschini tradimenti.

La macchina investigativa dei sentimenti messa in moto da Fassbinder ci conduce, come naufraghi stremati, su queste rive perigliose, a diretto contatto con uno dei personaggi più sofferti della filmografia del regista tedesco. Querelle, infatti, attraverso una serie di vicende complicate e un po’ sconclusionate “corre il pericolo” di… trovare sé stesso, di sapere in definitiva qualcosa di più sulla sua identità. E’ egli un angelo, un assassino, un martire, un ladro, un diavolo tentatore? Forse tutte queste personalità allo stesso tempo. Querelle sta per essere "avvicinato" da Nono

Brad Davis, qui al suo meglio per doti recitative e prestanza fisica, regala a Querelle una perfetta aderenza ai progetti contenuti nel romanzo di Genet e a quelli cinematografici pretesi da Fassbinder. Di statura media, rigoroso, ben proporzionato, con gli occhi sprezzanti, i lineamenti regolari, l’espressione severa del viso, i suoi modi glaciali e ombrosi, Davis riesce a sembrare naturalmente impenetrabile, come vuole il copione.

A fare da sfondo, le scenografie, dicevamo, opportunamente e volutamente finte, ricostruite in studio. L’arredamento ha rilievi barocchi e misteriosamente conturbanti (gli specchi e i vetri che disseminano il set sono “marchiati” con stampe e disegni particolarmente increspati ma anche con figure fallocentriche ed esplicite scene di sesso). Disegni osceni di membri turgidi etichettano gli angoli del porto e la zona delle latrine, dietro alla quale corrono i desideri repressi del tenente, in perenne attesa di un allarme che suoni a risvegliare la sua coscienza. D’altronde  le dinamiche che legano tra loro i personaggi hanno tutte un’origine sessuale e nascono da un unico fondamento, il desiderio.

La fotografia si presenta con una grandiosa resa cromatica, evocatrice di un’atmosfera irreale e simbolica, in grado di catturare la percezione dello spettatore e di ammaliare, così, le sue sensazioni. I colori virano dal giallo (quello dominante) al rosso (celebrativo di scene passionali), al blu (più marginale). Le immagini scorrono spesso infuocate come a invocare ardenti propositi di decadenza e morte. Anche i costumi sono realizzati in modo fastoso e stravagante, tra lustrini, paillettes, anelli e pendagli. Nonostante indossi alcuni di questi monili, il personaggio di Lysiane, interpretato da una matura Jeanne Moreau, non è per niente carismatico, attraversato com’è da un insieme di prototipi: amante, amica, veggente e madre.

Tra marinai affaccendati e sudati, senza maglietta o in canotta, alcuni raffigurati con le dovute guance dure e incavate, fa capolino il sesso: stringere un uomo contro il proprio corpo nudo e risplendente è il desiderio di molti fra i protagonisti. La scena della sodomizzazione di Querelle da parte del possente e animalesco Nono è il trionfo della carnalità; tra dolore fisico e morale, e con la saliva grondante sui corpi accaldati, entra di diritto a far parte dell’immaginario omosessuale. Ma, al contrario di Querelle, non c’è nessuna passione in Nono: lui gioca senza voler inquinare i sentimenti. Pretende (e ottiene) solo divertimento, senza alcuna complicazione; ancora una volta l’amore è più freddo della morte.

Il film è disseminato da citazioni e riferimenti letterari, tra l’etica di Plutarco e quella Genetiana. “Ogni uomo uccide ciò che ama”, canta Lysiane in una delle più significative scene del film: per l’uomo sembra possibile amare solo con la fantasia gioiosa e rapida del bambino e, dopo il “crimine” della crescita e della presa di coscienza, gli è concesso unicamente di penetrare in un mondo di sentimenti violenti.

Questa continua letterarietà che traspare per tutta la pellicola, innalza il film a totem estremamente intellettualistico e cerebrale, allettante dal punto di vista culturale ma senza anima. Con “Querelle” abbiamo a che fare con infinite strutture simmetriche, propense a un turbinio di avvenimenti e di concetti. Il risultato è dubbio; ora esplicativo, ora intuibile o epidermico. Quella che è mancata a Fassbinder è la coesione tra fatti e riflessioni: il gioco degli sdoppiamenti voluto dal regista è troppo dichiarato e, nell’ultima mezz’ora del film, compiaciuto e noioso.

Da rimarcare la pubblicazione dell’opera in DVD, rieditata circa 3 anni fa: oltre al film, un’interessante intervista a Franco Nero (che racconta di episodi curiosi sul set e fuori) e un prelibato cortometraggio con Fassbinder protagonista, intitolato “Chambre 666”, dove il regista e attore tedesco ci saluta (quasi come fosse un presagio) da un’anonima stanza-avamposto.

Per ricordare il genio e il vulcano di idee che è stato quel talento debordante di Fassbinder, è necessario rinnovare la visione delle sue opere, prodighe di discussioni e confronti. La sua febbrile e pressante figura avrebbe avuto ancora molto da dire sulla società dei nostri tempi.


L’AMORE SOSPETTO

L'amore sospettoUn film di Emmanuel Carrère.


Con Vincent Lindon, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Hippolyte Girardot.



Titolo originale La Moustache. Drammatico, durata 86 min. – Francia 2005.


data uscita 23/06/2006.



VOTO: 6

“La moustache”, questo il più esplicativo titolo originale di “L’amore sospetto”, è stato il vincitore del Premio Label Europa al Festival di Cannes del 2005, dove fu presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

La sceneggiatura del film muove da un romanzo scritto dallo stesso regista Emmanuel Carrère, uno dei più amati letterati francesi, e racconta delle vicissitudini di Marc (Vincent Lindon) il quale, una sera, decide di tagliarsi i baffi dopo averli portati per più di 10 anni. Ma nessuno sembra accorgersi della differenza, né la moglie Agnés (Emmanuelle Devos), né gli amici e neppure i colleghi di lavoro. Marc è vittima di una presa in giro o di un incubo?

Il primo film del regista francese mira molto in alto, aspira a uno stile irreale, quasi Pirandelliano, e lo fa in modo non troppo singolare. I movimenti di macchina lineari non sono altrettanto chiarificatori dei contenuti che la vicenda racconta e non fanno altro che mostrare alcune incrinature nella sceneggiatura, tanto attraente ed eccitante all’inizio quanto a rischio “masturbatorio” da metà in poi. Attenta che mi rado!

E’ vero che veniamo trainati dall’atmosfera misteriosa voluta da Carrère, che siamo disorientati al pari di Marc e in soggezione grazie anche alle musiche azzeccate di Philip Glass ma il risultato è troppo oscillante tra realtà e immaginazione; si sarebbe potuto scrivere e rappresentare di tutto e questo, a mio giudizio, è un limite non trascurabile. Nessun azzardo nel compararlo a “Mulholland Drive”, per esempio.

Quella di Carrère rimane un’idea di cinema che va premiata per i suoi toni volutamente sfumati e per il suo incoraggiarci a ragionare su un qualche cosa di vago e indefinito ma il tutto è estremamente incorporeo, filosofico e si perde l’interesse nel cercare di renderlo in qualche modo decifrabile.

Di indubitabile certezza rimane l’eccellente interpretazione di Vincent Lindon, il cui volto “normale” e allo stesso tempo volubile, agitato e stupito ben trasmette un senso di affanno e oppressione.


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