GLI UOMINI PREFERISCONO LE BIONDE
Con Jane Russell, Marilyn Monroe, Charles Coburn, Elliott Reid, Tommy Noonan.
Titolo originale Gentlemen prefer blondes. Commedia/Musicale, durata 91 min. – USA 1953.
VOTO: 9
Testo brillantissimo e abiti con brillanti. E’ questo il connubio perfetto de “Gli uomini preferiscono le bionde”, commedia con parentesi musicali scritta da Charles Lederer e tratta da un romanzo di Anita Loos, la quale scrisse la storia immaginando due figure femminili al centro dell’azione e dell’attenzione di giovanotti muscolosi, signori attempati e mocciosi con camerieri al seguito. Roba da duemila e due notti, insomma. (continua…)
TUTTI PER UNO (2011)
REGIA e SCENEGGIATURA: Romain Goupil.
ATTORI: Valeria Bruni Tedeschi, Linda Doudaeva, Jules Ritmanic, Louna Klanit, Louka Masset, Hippolyte Girardot, Romain Goupil.
PAESE: Francia 2010. GENERE: Commedia, Drammatico. DURATA: 90 Min.
VOTO: 6,5
Come si può rispondere a una radicata caccia all’uomo? Quella cattura consentita da una legge che intima di espellere migliaia di persone clandestine? Il cuore di mamma non ha dubbi: intonando una filastrocca modulata, rassicurante, per tener buono quell’infante in grembo, spaventato dall’aggressività che fluisce nell’aria, mentre la polizia arresta un gruppo di irregolari nella Parigi di un paio d’anni fa.
La “polisse” è un’arma sciancata che agisce tenace per conto del Governo. Descritta come un corpo unico sopra le righe, quasi un insieme di figurine-caricature di cattivi spietati mangiabambini, ingannatori e mentitori, più che tutori dell’ordine difendono il sistema politico del quale si nutrono. Solo facendo rimanere in piedi quello, mantenendolo funzionante, riescono a vivere, esistere, esercitare. Lo stato di/della polizia. Quello del presidente francese nell’anno del Signore 2009. Ieri, qui, ora. Al grido di “Liberté, egalité, papiers”, i genitori-cittadini manifestano davanti alla scuola, scoprendo il nervo di una legislatura vacante.
Lì, in quell’istituto scolastico dove si mescolano i figli del mondo, c’è Milana, una bambina cecena che ha formato un gruppo segreto di coetanei. Legati da un’intesa silenziosa, da scambi di materiale, bigliettini, messaggi convenzionali durante le lezioni di addormentati docenti, i ragazzini si ritrovano in un nascondiglio segreto, vicino alle rues principali, dove progettano la vendita di copie di videogiochi e di musica per poter raggranellare qualche soldo. E’ il primo segnale della loro indipendenza dalle regole degli adulti. Fuggono dai semplici schemi del “mangia, studia, lavati i denti e dormi” che genitori timorosi impongono loro nel tentativo di educare, togliendo tempo all’ascolto.
Quando, tra oltre 50 anni, i bambini di oggi ricorderanno gli eventi di una società che non conosceva il senso di solidarietà,
tesa a esasperare le differenze razziali e volta a far prevalere la cultura nazionale come quella dominante, apparirà più debole quella paura estrema di contaminazioni, di sconvenienti misture religiose e linguistiche. Milana è diventata una signora nel 2067. Acuta osservatrice della realtà, è un barlume di speranza dell’evoluzione socio-politica che potrebbe cambiare la confusa situazione odierna, trasformandola in un’architettura antropologica proporzionata, linda e pura.
Valeria Bruni Tedeschi, doppiata male da se stessa, incide solo con la forza e la passione rivoluzionaria, mentre si da’ arie irritanti fumando sigarette senza sosta, inveendo nel tentativo di richiamare all’ordine (una contestatrice?) i fanciulli e mettendo un broncio che vorrebbe essere di protesta ma che sfiora il comico involontario. Bisogna riconoscergli almeno il coraggio di aver intrapreso una strada scomoda, che la pone in contrasto con la sorella Carla, quella che soggiorna ormai da tempo proprio nelle stanze del tanto denigrato Eliseo. Per una volta il cinema respira libero da dogmi, compromessi distributivi, e vola appena un po’ più alto rispetto al conforme ciarpame a cui siamo soliti assistere.
La spontaneità dei bambini nella recitazione è la cosa migliore del film. Les mains en l’air, i ragazzi sono uniti come rivoli d’acqua che scorrono su vetri battuti dalla pioggia. Una precipitazione meteorologica che diventa un diluvio di semplicità, nel tentativo di fuggire, per gioco, alle amare azioni persecutorie. E allora andate per la vostra strada, piccoli grandi marmocchi. Il vostro linguaggio è inascoltabile dai grandi, troppo presi dal chiasso delle loro baruffe. Troppo alti per poter vedere da un’altra prospettiva.
Au revoir, les anciens. Allez, les bizuths.
UN PERFETTO GENTILUOMO
Un film di Shari Springer Berman, Robert Pulcini.
Con Kevin Kline, Katie Holmes, John C. Reilly, Paul Dano, Alicia Goranson.
Titolo originale The Extra Man. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 105 min. – USA, Francia 2010. – Bim. Uscita: venerdì 13 maggio 2011.
VOTO: 4
Louis Ives (Paul Dano) è un giovanotto old style. Insegna Letteratura Inglese ed è ancora alle prese con i turbamenti adolescenziali. Arrossisce facilmente tra mutandine e reggiseni, indeciso sulla sua identità (almeno quella esteriore). Mentre si domanda se è il caso di continuare a portare i pantaloni o provare quell’intimo così sexy della collega di lavoro, si perde tra i romanzi di F. S. Fitzgerald ed Henry James e si fa convincere da Harrison, un signore erudito, a diventare il suo coinquilino dalle parti di Manhattan. Il padrone di casa è un personaggio curioso, un po’ fuori dagli schemi, fissato con un mondo esclusivamente maschilista e convinto conservatore.
Nella costante disapprovazione delle uscite del personaggio di Henry Harrison (Kevin Kline), ci si aggira intorno alla filosofia, alla letteratura, e ogni tanto si butta lì qualcosa di pruriginoso, virando su un moralismo confuso e piuttosto noioso. Commediografo di congetturato talento, Henry è un gran cafone antipatico, mentre cerca di spiegare a Louis come sia riuscito a formarsi in qualità di “extra man”, quello che si dice un uomo in più alla corte di vecchie signore bisognose di accompagnatori. L’extra man che Louis dovrebbe diventare è un pretesto che ci fa girare per teatri, ricevimenti improbabili, cene adulterate da polli arrosto presi in rosticceria, inutili miniviaggi on the road a far prendere aria ai vestiti e cavalieri senz’armi ne’ amori.
Gershon (John C. Reilly), dalla inspiegabile voce acuta, è l’ipertricotico meccanico/quasi-amico di Henry, e viene sprecato in un ruolo blando non cavando un sorriso nemmeno con le pinze. Paul Dano è piatto. Appena più sopportabile di Kevin Kline, vaga tristemente per l’intero film come se partecipasse a una tortura (dillo a me, caro Paul, che ho guardato l’orologio per quasi un’ora).
“Un perfetto gentiluomo” è un film con le pulci: tenta di grattarsi e destarsi dal suo torpore narrativo usando una linea di condotta insignificante. La bislacca iniziazione di un giovane gigolo con la gonna si risolve spesso in scialbi mascherini in dissolvenza, a chiudere alcune sequenze. Uno script pesante sembra di essere sul punto di esplodere in chissà quale ardita elaborazione e invece resta nell’anonimato; coito interrotto, forse mai iniziato. Le immagini non meravigliano mai, e le situazioni sono fuori stagione come palline di Natale appese a un ramo in fiore.
Non è così che a New York si trova se stessi. Non è pisciando con indosso un impermeabile che si suscita simpatia. E non sarebbe sufficiente nemmeno il vibratore magico di Gershon a risollevare le sorti del gentiluomo. Ma questa è un’altra storia. Di certo con più brividi.
IL CONCERTO
REGIA e SCENEGGIATURA: Radu Mihaileanu.
ATTORI: Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou, Valerij Barinov, Lionel Abelanski, Alexeï Guskov.
MUSICHE: Armand Amar. PAESE: Francia 2009. GENERE: Commedia, Drammatico. DURATA: 120 Min.
VOTO: 8,5
Mosca, ai giorni nostri. Il Partito Comunista ha consensi sempre più bassi ed è in cerca di comparse per i suoi comizi improntati su ideologie muffite. I mafiosi russi si danno battaglia su un territorio inconsueto, e pretendono di avere successo in base al numero di invitati ai matrimoni dei loro figli, nuovi rappresentanti di un potere vizioso. Serve sempre qualcuno che si presenti al posto (o in mancanza) di un altro. E allora perché non approfittare di un invito del teatro
Châtelet di Parigi per un concerto nella capitale francese ed ergersi sul podio in sostituzione di un’orchestra americana? E’ ciò a cui pensa Andrei (interpretato da un vibrante Alexei Guskov), l’ex direttore d’orchestra del Bolshoi, ridotto a fare le pulizie dopo un passato di repressione da parte dei sostenitori di Brežnev. Inizia così un reclutamento affrettato tra i vecchi musicisti ebrei, ma i tempi non sono più gli stessi. Trent’anni son passati in fretta, a qualcuno trema le mani e pensa che Parigi si sia convertita all’ebraismo, un altro si è fissato con i film a luci rosse, c’è chi lavora tra i banchi del mercato, chi fa il tassista o il guardiano: chissà se in loro è rimasta la confidenza con gli strumenti musicali e se ricordano ancora la tecnica per poterli usare?
L’incontro-scontro con i francesi, zimbelli rigorosi e precisi, sapientoni che paiono avere una scopa su per il culo e che vengono presi in giro più volte dall’inventiva di Radu Mihaileanu, è un apprezzabile momento di euforica ironia. Il regista rumeno, grazie all’abile mutamento dei toni, ci fa ammirare la nobile carenza della condizione umana attraverso uno humour graffiante e caotico, con in più uno spirito nomade e goliardico, senza che il suo lavoro rimanga privo di coerenza. Il gruppo misto che cerca di avere l’aspetto e il comportamento di musicisti professionisti è semplicemente esilarante. “Il concerto” diventa ben presto un elegiaco antidoto all’angoscia esistenziale contemporanea e, facendo leva su quelle contraddizioni culturali che altrove sarebbero state disgreganti, ispira indulgenza e un’insolita concordia.
L’ultima mezz’ora è straordinaria per coinvolgimento emotivo. Il Concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky è un connubio perfetto di strumenti e un improvviso incontro di anime mute, comunicanti attraverso la musica. E’ la scoperta di un passato tenuto nascosto dalla protervia della Storia: tra la forza esplosiva dell’orchestra e la malinconia del violino di Anne-Marie (una lodevole Mélanie Laurent) si compie un atto d’amore supremo, un dono vitale inatteso e gioioso, la ricomposizione di un sogno e di una bacchetta spezzati, il perfezionamento di un notevole racconto allegorico.
LA MISURA DEL CONFINE
Con Paolo Bonanni, Lorenzo Degl’Innocenti, Giovanni Guardiano, Luigi Iacuzio, Beatrice Orlandini.
Thriller/Commedia, durata 79 min. – Italia 2010. Uscita: venerdì 6 maggio 2011.
VOTO: 4,5
Giovanni lascia le pendici dell’Etna in fretta e furia, nel giorno del suo anniversario d’amore, per rispondere a una chiamata che viene dal nord Italia. Nello stesso istante, un altro uomo di nome François ha evidenti problemi sentimentali, ai quali sfugge riempiendo uno zainetto e andandosene con il suo bel maglione di lana per raggiungere il collega Tommy. VALLE a capire le donne, per questi uomini d’altura. Ambedue proiettati oltre i 4000 metri, dove ad attenderli c’è un cadavere mummificato rinvenuto sul ghiacciaio al confine con la Svizzera.
Andrea Papini ha il merito di aver portato sullo schermo un soggetto poco frequentato. Purtroppo si abbandona quasi sempre a inquadrature riempitive sul paesaggio ostico dei rilievi (rocce, fiumi, picchi, sagome notturne), come se non sapesse cosa fare. Scrive battute sulle donne degne dei peggiori bar di quartiere. Fa fatica a mettere insieme una struttura narrativa omogenea e il suo film è figurativamente un continuo arrampicarsi sotto una tormenta di neve. La sceneggiatura,
a momenti, è equiparabile a quelle vecchie barzellette dove “c’erano un italiano, uno svizzero, un francese e un tedesco…”: il divertimento (tutto suo) è quello di evidenziare le risibili e inopportune differenze tra i precisissimi (!) topografi svizzeri, dotati tecnologicamente di tutto quello che serve, e gli italiani caciaroni che agiscono alla giornata, senza guardare l’orologio. Il risultato è un Uberlekke dove c’è di tutto un po’ (thriller e commedia antropologica), per cui non si avverte il sapore di nessun ingrediente in particolare e si digerisce con affanno.
Una recitazione troppo compassata, e una dizione piatta e grigia come il cielo di montagna della Valsesia quando sta per piovere, non aiutano nell’impresa della visione. Dove invece il film si riscatta un po’ è nella gustosa rievocazione delle numerosissime disgrazie capitate alla gente del luogo, per poi estendersi a quelle del gruppo di ricerca. Il quale dovrà vedersela pure con una serie di leggende rinvenute su alcuni documenti storici (perché non ci si fa mancare nemmeno la retorica: “ovunque giri lo sguardo, c’è sempre una guerra”).
Si capisce che Papini soffre di vertigini per essere considerato autore di “alta quota”. Lassù i telefonini non prendono, e le smanie amorose con indosso abiti scollacciati non vengono bene. Meglio che riparta dal livello del mare.
PULP FICTION
Con John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Maria de Medeiros, Christopher Walken, Steve Buscemi, Quentin Tarantino.
Hard boiled, durata 154 min. – USA 1994.
VOTO: 8
“La faccenda non è la bambina in pericolo. La faccenda è una rapina in banca fatta con un cazzo di telefono!”.
Mentre la funzione del cinema classico era quella di utilizzare le “contraffazioni” narrative per generare interesse nello spettatore, “Pulp Fiction” fa vedere come le illusioni e i McGuffin prestino servizio a un disordine nei ruoli, a uno scombussolamento d’animo solo per il gusto di togliere gli equilibri e le certezze in chi vede. Non si sa più per chi parteggiare (ammesso che ciò sia indispensabile). Non si sa cosa c’è dentro la celeberrima valigetta, però siamo contenti di osservare i personaggi mentre la rincorrono, la possiedono, guardano cosa c’è dentro, divisi tra stati d’animo opposti. La valigetta non è nient’altro che quell’elemento-icona un po’ misconosciuto che ritroviamo sui nostri desktop, e che non siamo in grado di sapere bene a cosa serve finché non ci clicchiamo. Ammesso che il sistema operativo permetta questa funzione.
E’ un’incertezza che non tocca minimamente l’idea registica che Tarantino ha avuto per svolgere questo film. Pochi movimenti, macchina da presa quasi fissa, qualche stacco, nessuna iperbole visiva e la rinuncia a un montaggio rapido. La preferenza è ancora una volta verso i tempi lunghi, ingranditi così tanto da risultare quasi insostenibili. Tra quelli che restano maggiormente indelebili c’è il pigro piano sequenza in steadicam che riprende Vincent e Jules prima dell’incursione nell’appartamentino degli spacciatori e, con le stesse caratteristiche ma leggermente più corto, il trepidante rientro a casa di Bruce Willis nel tentativo di recuperare “The gold watch”.
Delizioso è il pedinamento che, fatto alle spalle di John Travolta, ci introduce all’esplorazione del “Jack Rabbit Slim’s”, locale dalle morfologiche sembianze risalenti a un’altra epoca. Le panoramiche ondeggianti in semisoggettiva, ci permettono di distinguere i camerieri-controfigura di Zorro, Marylin Monroe, James Dean, Mamie Van Doren. A questa sequenza segue la gara di twist, diretta con un’invidiabile attenzione verso il tempo reale, con tanto di ricognizione sulla levata di scarpe di Travolta e Thurman a dare un senso naturale di consequenzialità. Una delle scene più belle è in aggiunta il “buco” di Vincent Vega: montaggio in parallelo tra la preparazione della dose nella casa dello spacciatore, con inquadrature tutte provenienti dal basso, e il viaggio in auto, i capelli al vento e, all’orizzonte, un fondale smaccatamente “dipinto” da immagini girate in precedenza, un po’ come si faceva nei vecchi film d’epoca. Quasi tutti gli spostamenti in auto sono così: è l’esaltazione della simulazione e lo svelamento di personaggi sempre più somiglianti a eroi dei disegni animati (lo “sconfinamento” di “Kill Bill” sarà, al riguardo, illuminante e accolto da chi scrive con enorme liberazione).
Non tutto il lavoro prodotto ha i suoi buoni risultati. A volte il ritmo ne risente: la pellicola si carica di staticità per via di una sceneggiatura che si dipana lentamente. La parola è sovrana, domina l’intera scena e ci coinvolge nella sua arte affabulatoria, offrendoci una mistura vigorosa di elementi di genere acquietati da un cerimoniale lessicale nel quale i dialoghi alternano mediocrità a intelligenza, non spingono mai verso un’azione certa (e il non sapere il futuro mette ansia in chi guarda/ascolta), avvicendando stili beffardi ad altri stolti e fingendo di rappresentare una filosofia che non c’è.
“Ha problemi di peso”.
“Cosa deve fare, poveraccio, è samoano!”.
Per fortuna arriva in soccorso l’ironia. Tarantino e Avary, autori dello script, hanno inserito alcune mirabili perle di sarcasmo, turpi e sconvenienti. Come quando veniamo informati di un tizio che ha tenuto nascosto un orologio nel sedere per 5 anni, per poi morire di dissenteria. Oppure quando Bruce Willis si trova costretto a scegliere tra una mazza da baseball, una motosega e una bella katana… Ci sarebbe da soffermarsi anche sulla “fine” tragicomica che si svolge nel RETRO del negozio di elettronica per sollevare un dubbio sulla presunta omofobia dell’autore, ma non ci sono elementi sufficienti per formulare un eventuale “rimprovero”. Il dialogo sul massaggio ai piedi all’interno del ristorante invece, è
frivolo e drammatico allo stesso tempo: da una parte sappiamo trattarsi di un atto che non dovrebbe giustificare moti di gelosia, dall’altra conosciamo il destino del “predecessore” di Vincent Vega, il quale ha fatto davvero una brutta fine. Ridere della morte, forse per scacciarla, è una risorsa che lo spettatore conserva per poi rituffarsi nell’intrigo feticista, dato che Tarantino, di lì a poco, sarà ancora una volta alle prese con i piedi…
A sostenere l’ossatura di “Pulp Fiction” provvedono anche i luoghi frequentati dai personaggi. Non poteva mancare il fast food che, oltre ad aprire e chiudere il film, quasi a volerlo contenere e proteggere da un’identità prettamente “americana”, esalta la popolarità della pellicola, indirizzandola verso quella collettività trasversale che si riconosce in un territorio così comune e accessibile. Così come abbordabile risulta l’automobile, oggetto prezioso tanto da essere accudito e pulito; luogo deputato alle confessioni (su “cosa fare ad Amsterdam quando sei vivo”, sui cibi più prelibati per palati americani ordinari), ai nascondigli di droga, armi e cadaveri, e finanche utilizzato come tavolo nel locale alla moda frequentato da Mia e Vincent. Il rettangolo con linea tratteggiata è invece l’isola che non c’è: non dimentichiamoci che siamo in un fumetto, e a volte le parole non servono. Basta un mezzo grugnito e tutto si
spiega da se’.
La sensazione è che, col passare del tempo e dopo ripetute visioni, “Pulp Fiction” non mantenga tutta quella forza che lascia dopo il primo impatto. Probabilmente i tempi dilatati appesantiscono alcune scene rendendole prevedibili. Tarantino rimane un esponente di un nuovo modo di parlare allo spettatore; il rischio è quello di annoiarlo o di prenderlo per sfinimento, tante sono le elucubrazioni a volte così personali e soggettive che minano alla base il suo intento. Forse il metodo non è così indispensabile al cinema, però ben si adatta al nostro presente così “fluido”, pronto ad assorbire velocemente qualsiasi sottotesto, trangugiandolo senza pretendere che ci si fermi a pensare al gusto. Tutto sommato, alla fine, sentiamo che la pellicola non ci ha trasmesso un messaggio particolare e non ha assunto un punto di vista sociologico ben preciso. Nella sua intenzionale esteriorità si possono cogliere quelle affamate scie post-moderne che tanto si sono vantate di esistere grazie all’accumulo di informazioni, senza che si siano dannate troppo a decifrarle criticamente. Bastava servirsi del piacere dato dal libro/testo e rompere con il piacere dato dalla sostanza. Probabilmente le vere innovazioni si sono come esaurite. Sono rimaste le mute apatie.
L’opera di Tarantino resta un fenomeno di costume e un cult ormai indiscusso. Ostenta legioni di fedelissimi, pronti a citare a memoria alcune battute del film e a esaltarne la cultura pop. Lo stesso regista, come per giustificarsi e dare un tono autorevole a ciò che sta per esporre, all’inizio del suo film ci informa che l’American Heritage Dictionary definisce “pulp” una massa di materia informe e molle (viscere, carne martoriata e cervelli sbriciolati?), oppure un libro che tratta di argomenti sinistri, normalmente stampato su carta di qualità inferiore. Per l’appunto.
C.R.A.Z.Y.
Con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Émile Vallée, Pierre-Luc Brillant.
Drammatico/Commedia, Ratings: Kids+16, durata 125 min. – Canada 2006. Uscita: venerdì 25 agosto 2006.
VOTO: 8
E’ il giorno di Natale dell’anno del Signore 1960. Nasce Zach, quarto fratello maschio della famiglia canadese Beaulieu. Un Gesù Bambino a tutti gli effetti. E non solo per la data del suo compleanno, ma anche perché col tempo sembra aver sviluppato un dono che gli consente di operare piccole guarigioni. Tutto perfetto, se non fosse per quell’interesse che Zach mostra verso le carrozzine e i trucchi della madre. Ed è qui che il padre Gervais (reso da un ostinato ma non freddo Michel Côté), avvertendo il “pericolo”, cerca di comprare la simpatia e la mascolinità del figlioletto esibendosi virilmente con gli anelli di fumo e ricordando il passato di militare nell’esercito. Tuttavia, anche lui ha un lato romantico, visto che il suo cuore batte per le musiche sentimentali di Aznavour…
Velatamente alla moda, quando ricorre a immagini accelerate per la messa in scena delle incontinenze notturne e delle percosse architettate per mascherare le pulsioni adolescenziali di Zach, la regia di Vallée si riscatta con l’intimità e l’intesa che il protagonista instaura con la madre. Un’armonia che va ben oltre la riproduzione dei gesti di lei, e che diventa una vita vissuta quasi in simbiosi, resa ancor più articolata dalla fede cristiana materna praticata senza incertezze o sconforti, sognando un percorso ascetico tra le vie di Gerusalemme. Le difficoltà di Zach sono da attribuire pressoché in toto al rapporto con un padre rigido e machista, tutto preso dal mettere al mondo figli, secondo un improbabile invaghimento da capofamiglia (il quale “non vede come si possa passare la vita a mettere il pisello tra le chiappe di qualcun altro”) che lo allontana e allo stesso tempo lo equipara alla struggente “Crazy” (richiamante l’azzeccato acronimo del titolo) cantata da Patsy Cline.
Mescolando una vena nostalgica a un’altra più rockeggiante, la musica emerge da un sottofondo di cori ecclesiastici ed esplode nelle note dei Pink Floyd (“Shine On You Crazy Diamond” è saccheggiata oltremodo), di David Bowie e dei Rolling Stone. Tutti compagni di viaggio insostituibili nella formazione di Zach e nel suo processo di accettazione che passa tra sequenze di ottima e surreale estrosità, filtrata dalle pose tipiche di certa disco music dell’epoca, e dai look dark e punk (Sex Pistols docet) che scavano nell’anima nera e tormentata del giovane in cerca del proprio io.
Nel tentativo di “guarire” dalle sue inclinazioni sessuali, il ragazzo cerca di infliggersi punizioni passando col semaforo
rosso e resistendo oltre i limiti a una tormenta di neve, in un inseguimento calcolato e abbastanza ossessivo verso l’autodistruzione, comprendente anche una radicata asma. Vincitrice del Festival di Toronto, la pellicola è una messa in scena anche ironica delle problematiche del protagonista, tanto che la loro esposizione risulta a volte un po’ facilona ma ben bilanciata e giustificata dal periodo durante il quale le vicende si svolgono (gli anni ’70 e gli ’80 non erano così pronti ad accettare la condizione dell’omosessualità). Gode, vieppiù, di una cadenza abbastanza lenta nel dipanare il racconto, permettendoci di entrare in empatia coi personaggi (tutti accuditi nella loro colorata evoluzione) e di gradire i dialoghi vivaci, freschi e conciliatori della sceneggiatura, parlando un linguaggio contemporaneo senza smarrirsi in astrattismi posticci.
Tanto che a un certo punto l’equilibrio delle paranoie, delle intese e delle reclusioni finalmente si rompe: le tavolate natalizie si ribaltano sotto il peso dell’inibizione e dell’eccessivo controllo, gli anelli di fumo si addensano in rivoli di rabbia sanguigna, le canzoni di Aznavour stonano a contraltare di una realtà troppo adulta per le sviolinate, e sui matrimoni piove l’acqua del malinteso e della paura del pettegolezzo. Ed è così che, tra i poliedrici C.R.A.Z.Y. del titolo, c’è chi farà la fine di un toast pressato dalla piastra del ferro da stiro e chi sarà capace di far crescere acqua nel deserto.
OFFSIDE
Anno: 2006. Durata: 88’. Origine: IRAN. Genere: DOCUMENTARIO/COMMEDIA.
Produzione, Regia, Sceneggiatura e Montaggio: JAFAR PANAHI.
VOTO: 8,5
Se è vero che la distribuzione cinematografica italiana fa acqua da tutte le parti, accumulando solitamente un numero spropositato di pellicole “interessanti” solo in un ristretto periodo dell’anno, e se consideriamo il fattore “sole primaverile inoltrato” come ulteriore deterrente per gli spettatori, è indiscutibile il fatto che alcuni film preziosi e invisibili emergano dagli impolverati scaffali solo adesso. E’ il caso di “Offside”, presentato ben 5 anni or sono al Festival di Berlino e vincitore dell’Orso d’Argento. In tutta la regione Toscana, a oggi 13 di Aprile, viene proiettato solo al Cinema Adriano di Firenze (tanto per ribadire fino a che punto sia arrivato l’irreversibile declino culturale).
Forte di una linea di pensiero libertaria e acuta, la pellicola di Jafar Panahi supera la linea dei militari difensori della
giustizia e va spontaneamente in fuorigioco, oltre la linea di quel confine che sotto i regimi integralisti sarebbe meglio non valicare. Il regista, senza l’uso di troppe amplificazioni, si inventa un carcere all’aria aperta: sfortunata profezia del suo futuro, visto che lo scorso dicembre è stato condannato a sei anni di reclusione perché ritenuto colpevole di aver fatto propaganda contro la Repubblica islamica e il governo. Inoltre, Panahi non potrà lasciare il paese per i prossimi venti anni, né girare nuovi film o rilasciare dichiarazioni di qualsiasi genere ai mezzi di comunicazione iraniani o stranieri. Un bavaglio che sottomette il regista a un silenzio infinito, tristemente ovattato come i rumori provenienti da un campo di calcio quando ci è precluso assistere alla partita.
Ed è proprio in questa zona esterna superiore al campo sportivo che avviene uno scontro fisico e ideologico tra le femmine, travestitesi per assistere all’incontro di calcio, e i soldatini dell’esercito che difendono una legge che vuole le donne estromesse dagli stadi. Sono signorine che incutono paura perché dannatamente incanalate sulla via dell’emancipazione: fumano, aspirano a fare il militare, vogliono andare nella toilette degli uomini. Minano insomma quelle certezze (che poi sono i punti deboli) dello Stato e dei suoi tirapiedi, facendo vedere al mondo i normalissimi desideri di una generazione e le risorse di un paese per il quale si auspica una futura armonia. Le forze dell’ordine, nel cercare una minima e decorosa repressione, trovano resistenza anche dalla parte maschile, sono derisi e abbandonati sventuratamente a loro stessi, compresi e compatiti umanamente solo fino a un certo punto; perché i tempi vanno avanti inesorabili e anche i poliziotti giocano ai limiti dell’offside, sostando sul confine tra il dovere e la voglia di essere anch’essi liberi e indulgenti.
La regia di taglio quasi documentaristico indugia spesso sul volto sofferto di un padre anziano preoccupato per le sorti della figlia, sui tormenti e le esitazioni dei militari, tallona i vigorosi sorrisi disarmanti di alcune ragazze “infiltrate”, per poi concedersi alla gioia e al giubilo al termine dell’incontro sportivo con il Bahrein. Il racconto, sviluppato quasi in tempo reale, passa da una realtà drammatica a un piglio quasi sarcastico e un po’ ammorbidito, quando si trasferisce tra i festeggiamenti per le strade, dove si canta e si balla, tutti riuniti a gridare il nome del proprio Paese. Alla fine si aprono anche le porte della prigione-pulmino, ma c’è il timore che si tratti di una libertà effimera: tra il luccichio di fari e lo scoppio dei petardi, la strada resta segnata e il richiamo della voce del padrone sembra essere già lì, pronta per le sue opposizioni.
Ispirato a un fatto realmente accaduto alla figlia di Panahi, e attraversato da una grande umanità e semplicità, “Offside” è disinvolto e confidenziale al punto giusto; narra splendidamente le problematiche sociali attraverso le gesta di chi va allo stadio per sfogarsi dicendo qualche parolaccia, vestendo le maglie del Brasile o dell’Inter (temporanea immedesimazione per sfuggire la realtà?), o in alternativa camuffandosi nella speranza di essere invisibili alle restrizioni, come ultima risorsa per un breve giro di giostra. Attendiamo fiduciosi che il regime italiano si uniformi a quello iraniano e, tra boutades rimbalzanti tra le aule giudiziarie e quelle parlamentari, inizi una vera e propria inibizione discriminatoria. Qualche illuminato ministro potrebbe far notare la somiglianza dei colori delle bandiere, e insistere per un tollerante e iconografico decreto.
I RAGAZZI STANNO BENE
Con Annette Bening, Julianne Moore, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson.
Titolo originale The Kids Are All Right. Commedia, durata 104 min. – USA 2010. – Lucky Red. Uscita: venerdì 11 marzo 2011.
VOTO: 8
Nic (Annette Bening) è una rigida e scientifica madre lesbica. In coppia con i pensieri in libertà e le estemporaneità della sua compagna Jules (Julianne Moore), gestisce una famiglia composta da due ragazzi di 18 e 15 anni: la biondissima Joni (Mia Wasikowska), che ha ereditato il suo “codice morale”, è brava negli studi, si è già diplomata e attende l’inizio dell’università, mentre il fratello Laser è più interessato alle attività sportive di squadra, spirito libero e curioso. Quest’ultimo, attratto dai rapporti umani veri e diretti (anche se in parte sbagliati), vorrebbe tanto sapere chi è la persona che ha contribuito a metterlo al mondo, (continua…)
LADRI DI CADAVERI – Burke & Hare
REGIA: John Landis.
ATTORI: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Tom Wilkinson, Tim Curry, Jessica Hynes.
PAESE: Gran Bretagna 2010. GENERE: Commedia. DURATA: 91 Min.
VOTO: 5
Benché sia rimasto lontano dal cinema per dodici anni (la sua ultima regia risaliva al 1998 grazie al seguito dei “Blues Brothers”), John Landis pare non sia riuscito a trovare molte idee, e l’ispirazione di oggi è un po’ offuscata mentre mescola maldestramente i toni offerti dalla storia di “Burk & Hare”. L’umorismo macchiato dalle nefandezze delittuose è stiracchiato, il sentimentalismo verso le donne e l’arte è freddo teatro di maniera, il presunto lato horror della pellicola si
riduce a due risibili schizzetti di sangue. Un’arteria recisa è, invece, quella filmica del regista americano, che ci riempie di sviolinate e cornamuse celtiche, in mezzo a donne assetate di soldi più degli uomini mentre (continua…)
I FANTASTICI VIAGGI DI GULLIVER
Con Jack Black, Jason Segel, Emily Blunt, Amanda Peet, Billy Connolly.
Titolo originale Gulliver’s Travels. Commedia, Ratings: Kids, durata 85 min. – USA 2010. – 20th Century Fox. Uscita: venerdì 4 febbraio 2011.
VOTO: 3
“Nuove” tecnologie si sono insinuate nel mercato cinematografico in questi ultimi anni: quelle per le quali metti l’occhialetto e godi (?) di un’esperienza sensoriale. Era logico pensare che ciò desse il via a una serie di scuse per rifacimenti più o meno (soprattutto meno) illuminati. Non poteva rimanere fuori dal coro la rivisitazione cosiddetta “moderna” delle avventure di Mr. Gulliver, dal romanzo di Jonathan Swift. Scordiamoci il fascino delle creature fantastiche di Ray Harryhausen o gli incanti delle versioni di Méliès, Fleischer, e Hunt (quest’ultima senza troppi estri), e rinunciamo a qualsiasi volontà di critica politica o sociale. (continua…)
COSMONAUTA
REGIA: Susanna Nicchiarelli. SCENEGGIATURA: Susanna Nicchiarelli, Teresa Ciabatti.
ATTORI: Claudia Pandolfi, Sergio Rubini, Mariana Raschillà, Pietro Del Giudice, Susanna Nicchiarelli.
PAESE: Italia 2009. GENERE: Commedia.
VOTO: 5
Roma, quartiere del Trullo. Dal 1957 al 1963 Luciana e il fratello epilettico Arturo sognano, guardando le stelle. Immaginano di vivere le avventure dei cosmonauti sovietici leggendo delle conquiste spaziali dello Sputnik, della cagnolina Laika e di Yuri Gagarin. La tecnologia sconfisse la forza di gravità e svelò confini fino ad allora concepiti solo con la fantasia.
Luciana entra benissimo in contatto con questo “movimento verso l’alto”, che rappresenta le sue aspirazioni adolescenziali e la sua crescita fisica e interiore. E’ ancora una ragazza inquieta e affrettata, restia ad alcune regole sociali e sentimentali, persa dietro a vendette e ripicche un po’ troppo sopra le righe contro i socialisti (in un episodio di un proselitismo quasi astratto). Tra amorazzi all’acqua di rose e apparenti tradimenti, tra baci sognati e poi rubati, spesso e volentieri scelti
insieme a una colonna sonora, rivista e svecchiata (era proprio necessario?), di alcuni classici dell’epoca, c’è tempo perfino per alcune sommarie schermaglie familiari. Un’Italia che fa piacere vedere ricostruita con una certa cura, tuttavia non basta a risollevare un film indeciso tra una storia interiore e una Storia illusoria nella sua ammaliante passione (“vota e fai votare comunista”), propria dei raduni politici spenti che somigliano a quei classici accenti morettiani di amorevole celebrazione.
Susanna Nicchiarelli non è Valentina Tereshkova. Il suo film ha il difetto, tipico di certe opere prime, di voler osare oltre le proprie possibilità: femminismo lodevole che richiama all’indipendenza (foss’anche autolesionista) e facilonerie nella costruzione di alcune scene e dei dialoghi. Non riesce, insomma, a collegare un forte profilo di agitazione adolescenziale a un panorama fiabesco su un passato evidentemente nostalgico. La sceneggiatura, scritta dalla Nicchiarelli (meglio quando recita nella parte di Marina) insieme a Teresa Ciabatti, rimane così incerta, soprattutto nella seconda parte. A questa Luna mancano ancora alcuni spicchi.
TAMARA DREWE – Tradimenti all’inglese
REGIA: Stephen Frears. ATTORI: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Luke Evans, Tamsin Greig, Roger Allam, Bill Camp.
PAESE: Gran Bretagna 2011. GENERE: Commedia. DURATA: 111 Min.
VOTO: 7
La malizia e la noia della campagna borghese britannica vengono raccontate in questa divertentissima commedia diretta da Stephen Frears e tratta dall’omonima striscia a fumetti. Gemma Arterton interpreta Tamara, una ragazza originaria di Ewedown, un sonnolento paesino sperduto nella campagna inglese, trasferitasi a Londra per lavoro e per cambiare quell’aspetto che le aveva creato una gran quantità di noie in età adolescenziale. 
Come tutti i villaggi di provincia, i pettegolezzi e i commenti salaci fanno molto in fretta a girare, e il ritorno di Tamara diventa improvvisamente l’evento più chiacchierato dagli abitanti del luogo. Il fatto sconvolge la tranquillità della fattoria gestita da Beth Hardiment, conduzione guidata più dal triste e costante declino del proprio matrimonio col viscido Nicholas (Roger Allam) che per vera passione. La tenuta appare come un tranquillo ritiro per romanzieri in crisi d’ispirazione.
Ispirazione che non manca proprio al marito della donna, che è uno dei più importanti scrittori di libri gialli d’Inghilterra; un uomo che nutre il suo enorme ego con i continui e malcelati tradimenti che la moglie è costretta a sopportare, e che viene immediatamente calamitato dal fascino della giovane vicina di casa.
Nicholas Hardiment però non è l’unico uomo del posto attratto da Tamara; il bel tuttofare Andy, che con la ragazza aveva avuto una liaison da ragazzino, cerca di riconquistarla, ma lei non farà altro che sfruttarlo per ristrutturare la vecchia fattoria di famiglia e sbarazzarsi poi di entrambi (casa e tuttofare) quanto prima.
Nel frattempo entra nella vita della ragazza anche il vagamente superficiale Ben (inquietante la somiglianza col nostrano Marco “Morgan” Castoldi), interpretato da un irriconoscibile Dominic Cooper (lo Sky di “Mamma Mia!”), un batterista dallo stile emo/punk decisamente troppo truccato (una divertente caricatura delle star androgine che affollano l’odierna scena musicale), che scatena i tempestosi ormoni delle teenager del paesino.
Bello lo scenario (una rigogliosa campagna britannica fantasiosamente e costantemente assolata, circondata da colline verdi e campi coltivati) che trasmette la pace e la tranquillità che si dovrebbero respirare in un ritiro di scrittori. Divertente e sorprendente la scena ispirata a Frears dal più famoso dei recenti classici Disney, nel quale una mandria di bovini impazziti si scaglia contro il malcapitato “Mufasa” della situazione.
“Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese” è, in conclusione, una commedia fresca che conta su una trama scorrevole e mai banale la quale, avviandosi verso un agognato (e per niente scontato) lieto fine, si dipana in un labirinto di equivoci, frecciate velenose tipicamente condite dallo humour inglese e colpi di scena, in un mondo superficiale nel quale il non convenzionale è sbagliato (tutto il mondo è paese) e dove la solita ipocrisia provinciale la fa da padrone.
Tamara è una ragazza che con la sua libertà, apparentemente sconveniente, sconvolge, ma mai pare giudicare le abitudini sonnacchiose di una realtà che non le appartiene più (e non dovrebbe appartenere più a nessuno…).
IL GRANDE FREDDO
Con Tom Berenger, Glenn Close, William Hurt, Jeff Goldblum, Kevin Kline.
Titolo originale The Big Chill. Commedia/Drammatico, durata 103 min. – USA 1983.
VOTO: 9
Tra canzoni del passato, erba da fumare, riflessioni profonde, filosofie più o meno importanti, voglia di cocaina, relazioni sentimentali o amorose precarie e transitorie, fluiscono i ricordi di un gruppo di ex amici universitari che si ritrovano circa una decina d’anni dopo la fine degli studi. E hanno modo di confrontare i caratteri, le aspirazioni mancate e quelle raggiunte controvoglia, le scelte sbagliate e le vite vissute al posto di altri.
Sono quasi tutti ben collocati nella società: c’è chi fa l’attore di successo, il giornalista logorroico, il medico riciclato come casalinga, l’avvocato tirapiedi, il titolare di imprese le quali stanno per essere inglobate da multinazionali affamate, e chi invece è un tormentato reduce dal Vietnam alle prese con rimedi non proprio ortodossi. Molti di loro hanno speso male il proprio tempo: il miraggio della famiglia felice con tanto di figli si rivela un peso e un impedimento (anche se c’è chi invece
sogna di rimanere incinta).
Sono lontani i tempi dei corsi universitari frequentati insieme: i contatti si sono allentati e si è perso il senso di ogni avvenire. Dalla bambagia al mondo vero, la vita si è rivelata in un lampo e le prospettive sono cambiate. Per questa compagnia composta da 7/8 persone, tutte sui trent’anni, non era previsto scendere a compromessi (non necessariamente negativi); si sono adattati, ma hanno anche portato con loro qualcosa dell’idealista temerarietà e dell’immaginazione degli anni della lotta. Entrano così in contatto con il mondo del successo individuale e del declino degli affetti, nel quale la vita sembra non essere tanto sicura: se prima ci si vestiva per vivere, adesso è facile agghindarsi per morire. Alex, l’amico suicida, lo sa bene.
Le apparenti migliorie, le vite agiate, appaiono tutte come cose superficiali, scomodi bilanci in rosso. Si tenta di fissare il momento e fermare/filmare l’attimo attraverso l’uso di una videocamera, per creare situazioni durature che parlino di loro, alleati alla deriva eppur sempre egocentrici. Le chiacchere della comitiva di amici sono ben intervallate e accompagnate dalla straordinaria colonna sonora dovuta ai pezzi dell’epoca. I nomi sono quelli dei Rolling Stones, Aretha Franklin, Percy Sledge, Beach Boys, Steve Miller Band, Spencer Davis, Temptations, Marvin Gaye. Tutte musiche che non commentano, ma si limitano a sostenere in maniera indiretta l’emozione del momento.
Grazie a un umorismo pressante, “The big chill” è anche divertente, un esame in chiave comico/leggera del tipo di stress a cui i personaggi sono sottoposti. Un equilibrio di insieme davvero invidiabile, permeato da uno stile rilassato e graffiante allo stesso tempo. Racconta qualcosa di specifico che poi è diventato universale, senza rilievi laudativi; si avvale solo di una forte agitazione mentale che si trasfigura in una virtù abituale e in un limpido omissis. Saggia e a tratti adulatrice fotografia di un gruppo un po’ frustrato, sostenuta da conversazioni torrenziali e da un’ottima equipe di attori, dai quali emergono un favoloso William Hurt e un ricreativo Jeff Goldblum, “Il grande freddo” è diventata meritatamente una pellicola che porta nel titolo un modo di dire famoso ed eterno.
E ci ricorda che ciò che ci aspetta è un paio di scarpe nuove per tutti. Destinate a una generazione dopo l’altra.
QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA
Con Jane Birkin, Sergio Castellitto, André Marcon, Jacques Bonnaffé, Julie-Marie Parmentier.
Titolo originale 36 vues du Pic Saint-loup. Commedia/Drammatico, durata 75 min. – Francia, Italia 2009. – Bolero. Uscita: martedì 8 settembre 2009.
VOTO: 7
Sergio Castellitto/Vittorio veste Prada, ma non è un diavolo. Tutt’al più un elegante, moderno e curioso supporter che si lascia affascinare da un piccolo gruppo circense del quale decide di seguire le orme. Si ritroverà a incoraggiare alla vita la “canard enchaîné” (un’ermetica seppur sorridente Jane Birkin), afflitta dai dolori dell’elaborazione di un lutto e dai sensi di colpa. 
Jacques Rivette, uno dei maestri della Nouvelle Vague, mette in scena un piacevole gruppo di mimi, clown, acrobati e giocolieri, degni portatori di un’illusione che ormai sembra essersi sbiadita. Forse il tempo li ha superati, in qualche modo calpestati. Forse i nostri tempi non sono più in grado di sostenere un modo di filmare così atipico, piantato per terra, privo di svolazzi se non quelli dell’anima.
Improvviso e scostante come una partitura jazz, senza musica e senza applausi, pervaso da una calma fiaccante e dal silenzio del vuoto, il tono leggero dell’autore (finalmente un film dove nessuno urla e dove si chiede il permesso prima di parlare) prende corpo, e il suo lunatico svago nel piccolo circo non soffoca le ambizioni. Il cinema/circo non è rutilante, ne’ apprensivo. Viene spogliato da qualsiasi carattere freak e rivestito da un impianto teatrale, dove si esibiscono filosofi che ripetono ogni sera la loro litania esistenziale in un sud della Francia provinciale, caldo e quasi disabitato. Minimalista, come l’opera rappresentata.
AMERICAN LIFE (Away we go)
REGIA: Sam Mendes. ATTORI: John Krasinski, Maya Rudolph, Maggie Gyllenhaal, Jeff Daniels, Carmen Ejogo.
PAESE: Gran Bretagna, USA 2009. GENERE: Commedia. DURATA: 98 Min.
VOTO: 7
In una casa disordinata che assomiglia più a una catapecchia, dove trovano disinvoltamente posto sci da neve o barche per mare, trascorrono parte del loro tempo Verona e Bart, sorpresi all’inizio del film in un divertente confronto sui sapori vaginali fruttati e sugli uteri retroversi. Due cuori senza frontiere, consapevoli che la vita vissuta è fuori (anche dal matrimonio), in un’esistenza piacevole giacchè gitana e priva di vincoli. Così come libero è il cuore di una bimba in arrivo
che batte dentro la pancia della donna.
L’ultimo film di Mendes è la rappresentazione di una coppia non protagonista, poco più che trentenne, che prende le distanze dai rap della gravidanza, dagli stupidi rumori di fondo di genitori fin troppo espliciti e sguaiati, dalle tribolazioni di un pessimismo qualunquista, dalla deturpante saccenza che rischia di far diventare i figli degli omicidi eruditi. Tra l’ironia sulle mode di indole morettiana, la gentilezza tutta “segreti, promesse e bugie” di Mike Leigh e un pizzico di frustrazione alleniana, Verona e Bart passeggiano su un mondo statunitense fatto di gente che giudica dalle apparenze (la scena in aeroporto è agghiacciante e getta nello sconforto per la sua attendibilità). Una su tutte, l’esempio di Maggie “mille e una notte” Gyllenhaal che cita a pappagallo Simone de Beauvoir e Alice Walker, rifiutando qualsiasi tecnologia avanzata e rimanendo in un contesto hippy di falsa armonia: la punta dell’iceberg di una serie di situazioni farsesche e drammatiche insieme.
A Montreal non è che vada meglio: anche oltre i confini USA tira un vento poco rassicurante. Ma è a Miami che si trova il tempo per piangersi addosso, commiserandosi per non essere riusciti a tenere in piedi un rapporto affettivo, o solo per il timore di non essere in grado di portare a termine la “missione famiglia-unita” con conseguente paura dell’abbandono. Il tutto rappresentato attraverso un confronto di feeling un po’ forzato che impone allo spettatore l’impressione di stare dalle parte giusta, quella equa e ordinaria che parrebbe condurre inevitabilmente alla felicità; anche questa in realtà chiusa nel suo cerchio imperfetto fatto di pretese agiatezze (“i nonni a chi li facciamo fare?”), circoscritta a una quotidianità ben precisa proprio perché non classificabile come “fuori dal comune”, e rimedio narrativo ottimistico (in mancanza dei veri nonni, ci accontentiamo dei fantasmi) forse troppo superato.
Per non far rimanere i bambini da soli con un cellulare (oggetto che sembra aver drammaticamente sostituito l’ipnotica televisione), è meglio invitarli alla semplice visione di un legno intagliato, alla scoperta delle abilità nello stringere nodi, a godere del sugo di carne messo sulle patate fritte, e a inventarsi un albero benevolo fatto di frutta finta. “Away we go” è un film povero di budget, quasi estemporaneo. Rispetto agli altri lavori di Mendes esce dai ghirigori ellittici di racconti più impegnati e fa il paio con il viaggio interiore di “Mammuth”, film con un solo attore che però valeva per due, e in uno scenario tutto francese, meno divulgativo e incomprensibilmente arcano. Confrontando i battiti emozionali, direi che l’ “american (way of) life” si ferma intorno a un apatico e migliorabile 70.
IL SIGNOR MAX
Con Vittorio De Sica, Assia Noris, Virgilio Riento, Umberto Melnati, Romolo Costa.
Commedia, b/n durata 86 min. – Italia 1937.
VOTO: 8
Ci sono persone irraggiungibili nella loro altezzosa e abbagliante superiorità. Dalla loro sembrano avere tutto: denaro, classe, compagnie elitarie, tempo da spendere e da perdere. Guai a subirne il fascino quando si è semplici giornalai col sogno di fuggire via lontano vestiti in frac, e col miraggio di fare la vita da signori, cercando di appartenere al gran mondo dorato e beneficiare dei suoi vantaggi. Per narrare i divari ampissimi tra l’alta società e il proletariato minimalista, Camerini mette in scena la storia di Gianni, un ingenuo edicolante perso tra gli incroci delle strade di Roma e, smaniando, del mondo.
Basta poco al regista per dar via al confronto: un berretto a forma di cigno come oggetto di un coup de foudre e come segno
del destino. Subito ci perdiamo in un tempo che non esiste più, fatto di sigarette di cioccolato, delicate riverenze e garbo, fissato sullo schermo dalla quintessenza del lavoro di Camerini e dai suoi intervalli farseschi esposti a regola d’arte. Grazie a un ritmo alquanto rapido e a un montaggio flessibile e lineare, l’interpretazione di Vittorio De Sica risulta naturale e piacevole, pur dovendo provvedere a un personaggio dalle doppie e difficili vesti. Nel “Signor Max” le azioni e il loro svolgimento sono collegate e poi definite, i personaggi entrano ed escono dalle inquadrature quasi come fossero su di un magnifico palco teatrale mobile, nel tempo e nello spazio; un’arena caricaturale allegra e delicata.
Troncate le brame sulle lezioni di tennis, bridge ed equitazione, e i chiacchiericci futili e pettegoli sui rami delle famiglie borghesi, Gianni si accorge di esser stato vittima del fascino di doti effimere che non appartengono al suo bagaglio emotivo e alla sua classe sociale. Giusto un ballo e un primo bacio sono sufficienti per far emergere l’onestà a discapito dell’inganno, l’intendimento al posto della parvenza e la leggerezza piuttosto che la gravosa maschera.
INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI
Con Antonio Banderas, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Freida Pinto.
Titolo originale You Will Meet a Tall Dark Stranger. Sentimentale, durata 98 min. – USA, Spagna 2010. – Medusa. Uscita: venerdì 3 dicembre 2010.
VOTO: 5
Da New York a una Londra che sembra New York. I luoghi dell’immaginario alleniano non cambiano. E nemmeno i personaggi, le storie, i temi. Abbondano le prostitute sceme, “adottate” come fossero dee da venerare, gli scrittori (toh, un ruolo vergine) in crisi creativa e i galleristi (un altro vergine!) arrangiati, le frustrazioni senili, i veggenti che richiamano scialbamente opere dedite alla magia e altresì più compiute quali “Ombre e nebbia” o “Alice”.
In un ritmo da misera soap opera, nel quale si trova coinvolto, suo malgrado, un cast super-lusso che comprende uno spento Hopkins, l’ingrassato e quasi convincente Brolin, la sprecata Naomi Watts e l’inutile Banderas, ci si impegna in una disperata e fastidiosa indagine su traballanti stati sentimentali e amorosi che ha veramente poco di charmante e troppo degli “squilli” di Charmaine.
L’ultimo film del grande Woody Allen è accogliente come un nido di vespe: arruffato nella sceneggiatura (accompagnata da una dottrinale voce off e priva di accenti frizzanti), disarmonico nella scelta degli attori (quasi tutti fuori parte e a disagio), piatto e vaporoso nella regia (non un movimento interessante o un’inquadratura rivelatrice). Il regista di “Manhattan” sembra proprio a corto di idee, e con il respiro affannoso di chi non ha molto altro da aggiungere a una carriera invidiabile. Avrebbe forse bisogno di un turno di riposo: speriamo che un’indovina glielo suggerisca, o che peschi la carta della prigione a Monopoli. Oggi come non mai gli è necessario un lifting artistico, parce qu’il n’entend plus la guitare.
Parola di Cristal.
L’ASSISTENTE SOCIALE TUTTO PEPE
Con Irene Papas, Renzo Montagnani, Nadia Cassini, Fiorenzo Fiorentini, Gigi Ballista.
Commedia, durata 91 min. – Italia 1981.
VOTO: 6
Pioggia durante una giornata uggiosa. Che ti becco su una tv privata? Questo film del 1981, con uno degli idoli sexy della mia lontana prima adolescenza. Nadia mia, quante volte ti ho pensato nella cameretta mentre in tv scorrevano le immagini in questi programmi erotici dei tardi ’70? Confesso di aver avuto anche un tuo album, con quegli orrendi funky disco tanto in voga in quel passato remoto. Tornando al presente, “L’assistente sociale…” e’ squisitamente orrenda, una delle tante scollacciaterie di 30 anni fa che la gente andava a vedere lo stesso. 
La trama era sempre uguale a se’ stessa: andava via la racchia di turno e arrivava la bona a tutto gas, con tanto di tette e culo. Poteva essere la Michela Miti o la Carmen Russo: ce n’era un plotone pronto a mostrarsi. Con il film di Cicero fu il turno della Cassini, la quale interpretò una procace assistente sociale che aiutava un gruppo di spaesati al loro reinserimento nella onorata societa’. Un tema rispettabile per un film sgangherato. Ciononostante la sceneggiatura e’ una discreta erede di quelle scritte dalla Cecchi D’amico, gli interpreti sono tutti grandi attori, la Cassini recita un po’ in italiano e un po’ in inglese, e poi ridoppia il tutto con un accento svanito. I nudi sono perfettamente allineati con l’evolversi della storia (mai gratuiti, mai! (?)). Insomma un film fatto un tanto al kg., come l’arista. Uno spasso, se preso con la luna giusta.
Mi verrebbe da dargli un 10, ma so che scatenerei l’ira dei puristi e dei piu’ incalliti cinefili dei quali gia’ sento il coro. Mi limito alla sufficienza e non vado oltre. Non perdete Irene Papas nel ruolo magico della fata mentre si trova su una barca con due uomini di colore che remano solo per lei, in una scena che sembra piu’ l’arrivo in laguna della Marchesa Casati. Peccato che non siamo in Piazza San Marco, ma su un borgataro litorale laziale.
AMICI MIEI
Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi.
Commedia, durata 109 min. – Italia 1975.
VOTO: 10
Uno dei miei film preferiti di sempre. Me lo ricordo ancora: era quello che ogni tanto mio padre metteva nelle cosiddette giornate uggiose, quando nello scorrere del tempo si insinuava quella frattura che ti faceva dire: “e ora che faccio?”. Babbo metteva “Amici miei”, e non si doveva guardarlo necessariamente per intero: lo si riprendeva nei giorni successivi. Ad ogni frattura temporale che riemergeva, il gioco ricominciava. E’ durato fin quando lui non se ne e’ andato, e se devo associare un film pensando a lui, di sicuro “Amici miei” è al primo posto.
Il progetto della pellicola era di Pietro Germi, il quale non riusci’ purtroppo a portarlo a termine, cosicchè il timone passo’ a Monicelli che lo completo’, e fu un successo travolgente, visto da sette milioni di spettatori. Quell’anno fu battuto pure “Lo squalo” di Spielberg, tanto che venne una delegazione americana a cercare di capire il perche’ del trionfo di “Amici
miei”. Per comprendere appieno il film dobbiamo essere italiani, e preferibilmente appartenenti a un’area geografica specifica che si chiama Toscana, con la sua cultura della burla feroce, dello schiaffo sarcastico e dell’essere anche un po’ cinici e stronzi. “Maledetti toscani”, diceva il mio concittadino Curzio Malaparte. Nessuno dei cinque protagonisti era toscano, ma l’alchimia fu perfetta, e Monicelli diresse una delle sue pagine piu’ belle. C’e’ tutto il senso dell’amicizia, il disincanto verso il tempo che passa e tutto consuma, la fine di ogni cosa, di ogni illusione di benessere: tutto filtrato attraverso una risata beffarda che poi si trasforma in senso del patetico e che alla fine svela il suo tono amaro.
Un film sui valori universali, se vogliamo maschilista e misogino. Monicelli sviluppa ulteriormente il tema dell’amicizia virile a lui tanto caro, perche’ e’ solo nell’amicizia che l’individuo puo’ evadere dalla routine di un’esistenza fatta di lavoro, famiglia, impegni. La societa’ impone regole, comportamenti. Schiaccia l’individuo. Quindi bisogna evadere, e se siamo in gruppo ancora meglio. Da qui la necessita’ di fare le zingarate, a volte scherzose, spesso crudeli e impietose. Sempre all’insegna del non prendersi mai troppo sul serio; e qui sta il dramma della commedia umana.
Adesso che un altro amico mio se n’è andato… “che faccio?”.
BAARIA – Recensione
Un film di Giuseppe Tornatore.
Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Angela Molina, Lina Sastri.
Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 150 min. – Italia, Francia 2009. – Medusa. Uscita: venerdì 25 settembre 2009.
VOTO: 5,5
Scorre in una stabile mediocrità l’ultima fatica del Beppino nato alle porte del vento. Oltretutto infarcita da una fotografia satura di gialli e ori baluginanti, con l’aggiunta di un effetto post atomico, che fa tanto “40 gradi al sud”. Il populismo padano di Bertolucci viene rimasticato dalla famelica Sicilia tornatoriana in modo nostalgico ma frastagliato ed edulcorato, come un romanzo popolare che evita le parentesi veramente drammatiche e le accorate impronte politiche o sociali.
Assalito dalla voglia di girare un commercial di 150 minuti, affrescato e poi subitamente cancellato, l’autore procede impegnato a tener vive le vicende con una strummula di stacchi seguiti da una serie di dissolvenze in nero. Tra eccedenze, comparsate famose (tra le quali risaltano le interpretazioni di un aspro Ficarra e di una toccante Lina Sastri), novelle
abbozzate e slegate tra di loro (come la partecipazione fortuita della Bellucci nazionale: 20 secondi in scena e poi via, verso nuove avventure), le musiche di Morricone sembrano cori di sottofondo ai quali non è stato lasciato l’usuale respiro.
L’epicità viene avvertita solo grazie alla durata e al tempo che passa; così la storia d’amore tra Giuseppe e Mannina risulta un po’ annacquata nonostante i forzati slanci romantici. A dispetto di un set gigantesco e di un investimento produttivo di almeno 25 milioni di euro, i risultati sono dissonanti: chi ha impegnato denaro credendo in quest’opera, si ritrova adesso a fare i conti con covi di serpenti neri, piuttosto che Leoni d’Oro, Globi, Oscar e compagnia cantante. Le uova nel paniere si sono rotte da se’, in un percorso rutilante con troppe buche e scossoni perché potessero giungere integre a destinazione.
La pellicola più che altro colpisce quando parla di cinema e lo omaggia, quando fa librare in volo il candore e la fantasia dell’infanzia riecheggiando “Nuovo Cinema Paradiso”, a tutt’oggi il lavoro di Tornatore più compiuto e sentito. Tutti sappiamo come il regista di Bagheria sia bravo con le scene di massa, con la direzione degli attori, con la pulizia e l’estetica dell’immagine che di solito producono emozioni positive. Stavolta sono l’indifferenza e il caldo tropicale dello scirocco a scardinare le porte del vento.
SCOTT PILGRIM vs. THE WORLD
REGIA e SCENEGGIATURA: Edgar Wright.
ATTORI: Michael Cera, Anna Kendrick, Chris Evans, Brandon Routh, Mary Elizabeth Winstead, Jason Schwartzman, Kieran Culkin.
PAESE: Canada, USA 2010. GENERE: Azione, Commedia, Avventura. DURATA: 112 Min.
VOTO: 8
La sigla introduttiva col logo della Universal, ci mostra subito un lembo sgranato che gira su una musica a 8 bit e ci introduce a un cinecomics senza supereroi, adattato dai fumetti di Bryan Lee O’Malley. Il cambiamento di direzione sembra giovare alla freschezza di un prodotto cangiante come il colore dei capelli della protagonista, Ramona Flowers. A lei rivolge le attenzioni il bassista Scott Pilgrim, interpretato da Michael Cera, il quale cerca di sedurla in tutti i modi, tra onde sonore che sembrano uscite da “Guitar Hero” e colpi di kung-fu.
La pellicola mette in rilievo i tratti grafici che rivestono l’immagine con legende di telefoni e campanelli trillanti, o con barrette a misurare il livello di pipì (onomato”pee”) rimasto in vescica, come fossimo in un bizzarro videogame. Il tutto serve ad accompagnare uno humour spesso irresistibile che ha il pregio di non poggiarsi sempre sulla figura (di)sgraziata dello sfigato di turno. Inventivo e trascinato da effetti visivi sorprendenti, il film è ben diretto da Edgar Wright che fa della filologia una missione, e arrischia (si fa per dire, viste le strizzatine d’occhio a una certa categoria di pubblico) un’opera inusuale che ci parla attraverso convenzioni opportunamente disturbate. Il montaggio sradicante “ritorna al futuro” senza
bisogno della DeLorean, mentre le velocissime panoramiche e il supporto di una traccia sonora disarmonica formano un’inconsueta intelaiatura espressiva. Preso dalla voglia di strafare, il regista lavora su immagini scisse, in un gustoso piatto alternativo a quello illustrato sui volumi cartacei, le quali non appaiono mai arbitrarie nonostante il dosaggio possa sembrare sproporzionato; semmai sono le più adatte a svelare l’allegoria del mondo adolescenziale.
Più onirico di “Inception”, più fumettistico dei “cavalieri oscuri” (grazie alla riscoperta dei vari “pow”, “krak”, “smash”), più visivamente originale dell’apatico “300” (Scott ha il contorno affascinante del bianco nevoso dell’odierna Toronto), più musical di “Moulin Rouge” (senza il bisogno di riciclare melodie), “Pilgrim” mescola gare di rock band giovanili con incursioni “fight” tipiche degli scontri alla console. Dall’elenco dei pregi, si può capire come il film possa essere risultato ostico al box office americano: quando mancano accumuli di ferraglie fracassone e dialoghi scemi, dall’altra parte dell’Oceano si irrigidiscono.
Se il fronte espressionistico di Wright avesse retto anche nell’ultima mezz’ora, invece di dar voce a un surplus di scaramucce, staremmo qui a parlare di un piccolo capolavoro. A suo modo rivoluzionario. E alla faccia del 3D.
























Pitubino.com
VIRGO – Alla ricerca della valle incantata…
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