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azione

TOTAL RECALL (2012)

Un film di Len Wiseman.

Con Colin Farrell, Kate Beckinsale, Jessica Biel, Bryan Cranston, John Cho.

Titolo originale Total Recall. Azione/Fantascienza, durata 121 min. – USA 2012. – Sony Pictures. Uscita: giovedì 11 ottobre 2012.

VOTO: 4

Condizionati da un perenne fascio di luce intermittente (con tanto di strobo a far sentire a proprio agio i giovinastri discotecari), i protagonisti di “Total Recall – Versione 20.12” si beccano subito uno di quei garbugli che piace tanto alla gente: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Inseguiti dal perfido Cancelliere Cohaagen, uno che vuole il pieno controllo delle guardie sintetiche per dominare quel che è rimasto di un mondo futuristico andato alla deriva, i nostri sono stati creati a loro volta da un’industria cinematografica sempre più votata al pieno controllo e selezione della categoria degli spettatori. Parlo di quegli inconsapevoli “privilegiati” entrati di diritto a far parte di una famiglia di automi che accede in sala con gli stessi impulsi con cui vengono spinti ad accostarsi a una vetrina, tanto per vedere cosa c’è. Abitanti di città multistrato (altro…)


I MERCENARI 2

USCITA CINEMA: 17/08/2012.


REGIA: Simon West.
ATTORI: Sylvester Stallone, Jason Statham, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, Jean-Claude Van Damme, Chuck Norris, Jet Li, Dolph Lundgren, Randy Couture, Liam Hemsworth.


PAESE: USA 2012.
GENERE: Azione. DURATA: 102 Min.

VOTO: 3

Sylvester Stallone mi ricorda il mio professore di chimica. Un uomo fisicamente e anagraficamente diverso dall’attorone italoamericano ma che, quando parlava, trovava il modo di espellere dalla bocca una notevole quantità di saliva. I malcapitati delle prime file facevano di tutto per voltarsi dall’altra parte e scostarsi dai banchi di scuola; tuttavia era quasi impossibile schivare la pallottola di muco che, inesorabile, (altro…)


21 JUMP STREET

Un film di Phil Lord, Chris Miller.

Con Jonah Hill, Channing Tatum, Brie Larson, Dave Franco, Rob Riggle.

Titolo originale 21 Jump Street. Commedia/Azione, durata 109 min. – USA 2012. – Sony Pictures. Uscita: venerdì 15 giugno 2012.

VOTO: 2

A volte esistono film indifendibili. Rigurgiti che progressivamente vengono su dall’esofago dei testi stupidi “made in USA”, e che vengono rigettati in pasto ai soloni estivi chiusisi dentro un cinema perché non avevano niente di meglio da fare. Nell’ultima decade la produzione adolescenziale americana ha sempre faticato a interfacciarsi con l’enigmatica e volubile società che ha tentato di descrivere. E visto l’impegno che una tale complessità antropologica richiederebbe, spesso ha scelto la via più corta e irritante del turpiloquio programmatico.

La storia di “21 Jump Street” appartiene a quest’ultimo gruppo, e prende le mosse nel 2005 (per poi ritornarvi (altro…)


ATTACK THE BLOCK – INVASIONE ALIENA

Un film di Joe Cornish.

Con Jodie Whittaker, John Boyega, Alex Esmail, Franz Drameh, Leeon Jones.

Titolo originale Attack the Block. Fantastico/Azione, durata 88 min. – Gran Bretagna 2011. – Filmauro. Uscita: mercoledì 30 maggio 2012.

VOTO: 4,5

Una scia luminosa si staglia in cielo, e si confonde con la giostra di colori dei fuochi artificiali. Samantha Adams, una ragazza dal profilo francese e dal naso quasi aquilino, cammina per le strade di Londra mentre è a telefono con la madre; concorda una visita imminente in famiglia e riattacca. Poi si scopre vittima di un’aggressione, minacciata con un coltello da una banda di giovani dal volto coperto che gli intimano la consegna di cellulare, soldi, borsa e anello. A salvarla (o a condannarla) arriva una specie di piccolo astro che, come fosse precipitato dal nulla, distrae il gruppo di criminali rivelando un animale aggressivo e non identificabile pronto a mordere chi ha intenzione di avvicinarsi. La combriccola non si accorge che, uccidendolo, scatena una pioggia di piccole meteoriti, ognuna delle quali contiene un visitatore più grosso, (altro…)


HENRY

GENERE: Commedia, Azione, Noir.

  • ANNO DI PRODUZIONE: 2010.
  • NAZIONE: Italia.
  • DURATA: 86 minuti.
  • ANNO DI DISTRIBUZIONE: 2012.
  • DATA DI USCITA: 02-03-2012.

VOTO: 5

La polizia di Roma, dopo aver indagato peracottaramente su un duplice delitto avvenuto nell’ambito della droga, arresta Giovanni (Michele Riondino, conosciuto per il ruolo del giovane Montalbano), un fannullone innamorato trovato in possesso di 10 grammi di eroina e subito imputato di omicidio. Il tutto senza preoccuparsi di confrontare le impronte del ragazzo con quelle lasciate sull’arma del delitto. Giusto per ridere, Giovanni viene messo al fresco per due/tre giorni, in una cella abitata da detenuti non molto ospitali, mentre (altro…)


IN TIME

Genere: fantascienza, poliziesco, thriller. Durata: 109 min.

Diretto da Andrew Niccol. Interpreti: Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy, Vincent Kartheiser.


USA 2011 – Distribuito in Italia dal 17 febbraio 2012.

VOTO: 5,5

In un avvenire distopico, uomini progettati per smettere di invecchiare a 25 anni corrono contro il tempo. Il loro problema infatti è che potrebbero vivere più a lungo solo guadagnando altro tempo. I ricchi possidenti di risorse temporali sono in grado di prendersela comoda e vivere per sempre, mentre i più poveri devono scarpinare duro tra fabbriche che retribuiscono sempre meno e costo della vita che sale.

Will Salas (un Justin Timberlake quasi sempre verosimile e autoritario) ha ancora 24 ore. La madre (altro…)


TOWER HEIST – Colpo ad alto livello

Un film di Brett Ratner.

Con Ben Stiller, Eddie Murphy, Casey Affleck, Alan Alda, Matthew Broderick.

Titolo originale Tower Heist. Commedia/Azione, Ratings: Kids+13, durata 104 min. – USA 2011. – Universal Pictures. Uscita: venerdì 25 novembre 2011.

VOTO: 8

Ho sempre avuto un sentore misto a fascino e repulsa per il gioco degli scacchi. Infervorato dalle regole, ho creduto di poter naturalmente ambire a risultati strabilianti muovendo quegli adorabili pezzi da una casella all’altra, superando il mio avversario con sistematica abilità. E invece… non avevo fatto i conti con la complessità e gli intrecci delle mosse possibili, e ho finito per perdere pedoni in gran quantità, e poi torri, alfieri, cavalli. Una disfatta dopo l’altra. Ma, e di questo sono fiero, ho sempre difeso la Regina a spada tratta. Non l’avrei mai sacrificata, per niente al mondo. Solo adesso mi rendo conto che, per vincere (altro…)


TEKKEN

USCITA CINEMA: 05/08/2011.


REGIA: Dwight H. Little.
ATTORI: Jon Foo, Cary-Hiroyuki Tagawa, Kelly Overton, Darrin Dewitt Henson, Luke Goss.


PAESE: Giappone, USA 2011. GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura. DURATA: 92 Min.

VOTO: 5

Scritto da White Tiger.

Dopo “Mortal Kombat” e “Street Fighter”, non poteva mancare la trasposizione cinematografica di uno dei videogiochi più amati dagli appassionati del genere degli ultimi anni. “Tekken” si propone come una pellicola di budget ristretto, ma con qualche buona idea di fondo ed attori/atleti di evidenti capacità.

Completamente assente l’elaborazione delle immagini al computer, gli effetti speciali si limitano agli stuntmen, a (altro…)


DEFENDOR

REGIA e SCENEGGIATURA: Peter Stebbings.


ATTORI: Woody Harrelson, Kat Dennings, Elias Koteas, Sandra Oh, Michael Kelly, Lisa Ray.


PAESE: Canada 2009. GENERE: Commedia, Drammatico, Supereroico. DURATA: 95 Min.

VOTO: 8,5

Scritto da WhiteTiger.

Guardate questo film. Non potete perderlo.

Io l’ho visto così, per sbaglio, quasi per scommessa, e devo dire che l’ho vinta. Sì perchè “Defendor”, prima buffo, poi ironico e grottesco, in realtà è la tenera storia di un bambino che diventa volontariamente l’eroe che tutti noi abbiamo sognato di essere, almeno una volta nella vita. Poi (altro…)


CAPTAIN AMERICA – Il primo vendicatore. Visto da TheVirgo

“Captain America: The First Avenger” è un film a colori di genere azione, avventura della durata di 125 min. diretto da Joe Johnston e interpretato da Chris Evans, Hugo Weaving, Samuel L. Jackson, Tommy Lee Jones, Stanley Tucci, Natalie Dormer.


Prodotto (anche in 3D stereoscopico) nel 2011 in USA – Uscita originale: 22 luglio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da Universal Pictures il 22 luglio 2011.

VOTO: 4,5

Ci risiamo… ho perso il conto dei film estrapolati da cartoni animati, fumetti, manga e anime usciti negli ultimi tempi.

Devo dire che il personaggio di “Capitan America” non lo conoscevo; di lui non ho mai letto niente e sono rimasto perplesso quando la prima volta ho visto un cartellone (altro…)


CAPTAIN AMERICA – Il primo vendicatore. Visto da White Tiger

“Captain America: The First Avenger” è un film a colori di genere azione, avventura della durata di 125 min. diretto da Joe Johnston e interpretato da Chris Evans, Hugo Weaving, Samuel L. Jackson, Tommy Lee Jones, Stanley Tucci, Natalie Dormer.


Prodotto (anche in 3D stereoscopico) nel 2011 in USA – Uscita originale: 22 luglio 2011 (USA) – e distribuito in Italia da Universal Pictures il 22 luglio 2011.

VOTO: 7

Il giovane Steve Rogers, emaciato, sottopeso, asmatico, di fragile costituzione, non manca di forza di volontà e dedizione verso il suo paese che, nel pieno della seconda guerra mondiale, si trova a fare i conti con le forze tedesche e con una occulta forza nascente che vuole porre la sua ombra devastante sull’intero Mondo. Grazie alla sua incrollabile forza morale, Steve si fa notare ed entra così nel programma governativo (altro…)


RED (2011)

USCITA CINEMA: 11/05/2011.



REGIA: Robert Schwentke.
ATTORI: Bruce Willis, Morgan Freeman, Helen Mirren, John Malkovich, Mary-Louise Parker, Richard Dreyfuss, Ernest Borgnine, Brian Cox.




PAESE: USA 2011. GENERE: Azione, Spionaggio. DURATA: 111 Min.


VOTO: 6

Frank Moses (Bruce Willis) è uno che si alza alle 6.00 in punto, come se avvertisse i rumori dei led sulla sveglia elettronica. Prende le sue pillole quotidiane, si tiene in forma facendo ginnastica e apre la posta in attesa degli assegni pensionistici. Non c’è molto di emozionante da fare nel freddo dell’inverno di Cleveland. A parte stare con occhi e orecchie ben aperti. E in questo Frank è davvero bravo. Anche quando si unisce agli altri RED (“Ritirati ed Estremamente Dannosi”), un team di ex agenti della CIA in pensione.

Se siamo disposti a sorvolare sulla verosimiglianza di certe situazioni (esagerate ma con brio), è divertente seguire le vicende di questo gruppo di agenti segreti attempati, coraggiosi ed efficaci, introdotti con una certa temperanza e finezza. Il film, variegato rendiconto qua e là simpatico, è un pretesto per mettere in scena un pacchetto spionistico “di mischia” per il quale le regole sono cambiate. I tempi non sono più quelli degli anni ‘70: le conquiste tecnologiche satellitari e comunicative sono una condanna senza appello per chi cerca di sfuggire al controllo di Istituzioni sempre più grandi e progredite.

Distensivo, con qualche sgangherato funambolismo e trovate puramente istintive, “Red” è un insieme di cartoline colorate da proiettili, tranelli, auto in corsa dalle quali si scende impassibili, armi sempre più esagerate e sofisticate (attenti ai peluche rosa a forma di maialino!) con le quali Helen Mirren, che recita controvoglia, si trova un po’ a disagio. Nella seconda parte il gingillo mostra un po’ il fiato corto: certe imprevedibilità diventano… immaginabili, alcune alleanze inevitabili, le battute si riciclano con in sottofondo un basso elettrico che “slappa”, e il groove narrativo si aggrooviglia oltre la soglia di tolleranza, tra milioni di “pallottole su Chicago” e sconfinamenti politici inconcludenti. Dopotutto Robert Schwentke è famoso per la sua indole cinematografica un po’ vagabonda, esibita già in “Flightplan”.

In questo frenetico tour intorno agli USA, alla fine si è pensato bene di sconfinare in Moldavia, e inviare da lì l’ultima (?) cartolina. I discreti incassi ottenuti suggerirebbero un possibile (in)seguito. Se poi pensiamo che “Red” è stato perfino candidato ai Golden Globe come Miglior Film Commedia, è facile constatare come la situazione delle messinscene light sia scarsina ma apprezzata: certi giornalisti schivano le pellicole migliori che nemmeno le spie con i proiettili.


THOR 3D

Un film di Kenneth Branagh.



Con Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Colm Feore.


Azione, durata 130 min. – USA 2011. – Universal Pictures. Uscita: mercoledì 27 aprile 2011.



VOTO: 8

Scritto da M. Tiger.
PROLOGO.
Si comincia da META’.
SIGLA.
Si ricomincia dal PRIMA per poi arrivare all’ADESSO e non fermarsi più fino al FINALE.
Un classico del cinema d’avventura, ed è questa la struttura del film di Kenneth Branagh che racconta la storia del figlio di Odino, Thor, impersonato per l’occasione dallo scultoreo (è proprio il caso di dirlo) Chris Hemsworth, attore esordiente che… esordisce bene!
Eh si, perchè il nuovo “bellone” se la cava e non sfigura di certo accanto a nomi come Antony Hopkins, Rene Russo, Natalie Portman.
Il regista, già ottimo attore, conferma il suo talento anche dietro la macchina da presa, e davvero ci rincuora poter constatare che esiste ancora qualche ottimo professionista come lui (e tutto il cast e lo staff per l’occasione) in grado di girare un buon “action movie”, come si chiamano ora, erede di generi come quello di “Excalibur” e “Conan il barbaro”.
Costumi da sogno dal disegno netto e dai colori marcati sottolineano ed esaltano, aiutati da una fotografia che ne celebra luci e ombre, la derivazione fumettistica.
Il pregio maggiore però, è che Branagh non si prende troppo sul serio e firma un’opera autoironica che proprio per questo sta in piedi meglio di tanti predecessori del genere (uno su tutto il recentissimo e altrettanto pessimo “Dylan Dog”), anzi letteralmente svetta.
Non cruento, mai volgare, a volte toccante, una trama che parla di “valori”, come una moderna fiaba che attinge alle tradizioni celtiche, in una fusione tra Fantasia e Fantascienza, “Thor” è adatto davvero ad un pubblico di tutte le età, e forse in questo Branagh è un pò “gattone”, ma sicuramente il risultato è positivo.
Scenografie degne dei migliori fantasy, come dipinte, sembrano uscire direttamente dalla carta stampata e ricordano le atmosfere magiche ed irripetibili de “Il mago di Oz” del 1939.
Gli accostamenti possono sembrare azzardati, ma il film non ha certo bisogno, e si distingue come un fulmine (appunto!) a ciel sereno in un panorama di “fumettoni” generalmente triste.
Eccezion fatta per alcuni, come il “pioniere” Spiderman di Raimi ed il più recente “Iron Man” di Favreau; ed è proprio al “post-finale” (passatemi il termine) del secondo capitolo di Iron Man, che questo Thor si aggancia, aderendo alla moda in voga nelle ultime produzioni del genere, quasi a riprendere il “cross-over” tipico dei fumetti, o forse moderna versione dei “finali aperti” dei film dell’orrore, preannunciando un seguito.
Che dire?
Andatelo a vedere, e sopratutto un consiglio: attendete pazientemente in sala che siano scorsi tutti i titoli di coda, non ve ne pentirete.

IL 3D.

Dedico un paragrafo a parte al “3D”. In questa pellicola assolutamente non necessario, risulta comunque piatto, posticcio. Evidente scelta di marketing di postproduzione per raccimolare qualche (e non pochi!!!) euro in più, è evidente che la pellicola non è stata progettata e filmata nativamente per gli effetti stereoscopici. L’effetto 3D è infatti parziale; i soggetti, posti su vari piani percettivi, sono di per se piatti, ed il risultato è quello di una scatola che contiene tante figurine 2D messe a distanze diverse.
Non è certo questo il modo di girare un 3D, che in questo caso non aggiunge nè toglie nulla alla pellicola, il cui lato spettacolare si regge sull’insieme di sceneggiatura, regia e interpretazione.
Siamo distanti anni luce dal coinvolgimento emotivo instillato da “Avatar”.
Risparmiate quindi gli euro di differenza (ben 4, tra maggiorazione e occhialini) da “dirottare” su gelato e bibita.


LIMITLESS

USCITA CINEMA: 15/04/2011.


REGIA: Neil Burger. ATTORI: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel.


PAESE: USA 2011. GENERE: Thriller. DURATA: 105 Min.





VOTO: 7

Edward Morra (un affascinante e variegato Bradley Cooper) è uno scrittore trasandato che sta elaborando un romanzo di fantascienza spacciato come metafora filosofica sulla condizione umana del ventunesimo secolo. La fatica nello sviluppare lo scritto occupa giorni, settimane e poi mesi, in un pietoso crogiuolo che diventa confortevole, tanto che Lindy, la sua ragazza, decide di lasciarlo. Vagando per la città di New York, Edward incontra una vecchia conoscenza, l’ex-cognato Vernon, il quale gli propone di dargli una mano grazie a una pasticca miracolosa di nuova concezione farmacologica…

Dando una lettura basilarmente figurativa, possiamo dire che “Limitless” potrebbe essere una metafora etica sulla distruzione dell’uomo per effetto di sostanze stupefacenti; quelle droghe che, assunte per migliorare le proprie prestazioni, a un primo periodo di dolce e gentile assuefazione fanno seguire terribili momenti dissociativi. E nelle cosiddette “sostanze irresistibili” vanno senz’altro aggiunte quelle mediche normalmente prescrivibili: prendiamo l’(ab)uso comune che, negli “strange days” delle società moderne, viene fatto degli psicofarmaci o degli antidolorifici. Per mantenere un alto livello di attività motoria e vocale, molte persone sono disposte a qualsiasi cosa, a rischiare il salto nel vuoto della loro condizione esistenziale; di solito votate a posti di lavoro di estrema responsabilità e cospicuo guadagno, oltre i limiti del supereroismo.

Se ci guardiamo intorno, quella descritta in “Limitless” non è una realtà molto dissimile (è forse il romanzo di fantascienza scritto dal protagonista?), nella quale, tra gli altri, anche l’ex fidanzatina Lindy ha appena ottenuto un avanzamento di carriera e quasi tutti quelli che Edward incontra sono socialmente più in alto di lui. Ecco spiegato perchè una ricerca quasi ossessiva consacrata a una condizione frizzante, intelligente, dotata di buon senso, e con la certezza di accedere a una memoria oramai sepolta da anni di assuefazione psichica, attiri pressoché tutti (con il massimo rispetto per coloro che soffrono seriamente di problematiche depressive, qui contingenti).

Le piccole pastiglie trasparenti, che Edward continua ad assumere in dosi sempre più massicce, gli aprono una porta che conduce in una zona già conosciuta e ambita: quella dell’accumulo di denaro. All’inizio rigetta, fisiologicamente pulito, quel mondo, e precipita in un incubo a occhi aperti, nel quale non capisce più chi è, cosa fa, da chi è circondato e cosa vogliono gli altri, quelli interessati al suo stato di aliena esaltazione. Tutto ciò a cui si presta la grande attività cerebrale e la frenesia intellettiva di Eddie è riconducibile ad algoritmi finanziari, a una lettura delle cognizioni popolari come variabili impenetrabili per la comprensione delle quotazioni in borsa delle maggiori società. Il sogno di un posto come Amministratore delegato o Presidente è tutto ciò che riesce a immaginare la sua “ricetta per la grandezza”; quella banalissima poltrona all’interno di un ingranaggio che paradossalmente non riesce a decifrare, quello più facile, immediato ma anche sconosciuto, pericoloso e probabilmente, accanto al sistema politico, quello più marcio dell’intero pianeta.

La breve impronta futuristica che Neil Burger da dello stato di avanzamento della ricerca medica non empirica è da prendere in considerazione: lo studio approfondito che mira a elaborare panacee sempre migliori e meno invasive, pillole della felicità (sintomatico in tal senso il simbolo “Celestial” all’inizio del film), stimoli che agiscano sulla corteccia celebrale e migliorino la nostra capacità di concentrazione, potrebbe essere una condizione non lontana dalla realtà attuale.

Valorosamente oscillante tra il thriller, l’action e un pizzico di fantascienza, la pellicola del regista americano conserva, grazie a uno scritto accattivante, un’inconsueta stabilità. Anche se, nella scena girata in Central Park e in quella dell’intrusione nell’appartamento blindato, lo scenario si tinge di sequenze di azione improbabili che comunque non sviano da qualsiasi altro proposito che non sia quello di un mero intrattenimento a orologeria. L’intero film, se a volte può ritenersi attendibilmente debole, è girato con uno stile discretamente inventivo, schizzato in avanti a farci perdere l’equilibrio, montato spesso in modo squisitamente veloce e adeguato, fotografato senza guizzi ma con notevole senso cromatico. Se Burger e gli sceneggiatori avessero usato più del 20% del loro cervello, senza ricorrere all’NZT, osando oltre alcuni prevedibili giochini di scatole cinesi e facendo ricorso a una sana rappresentazione di stampo carpenteriano (meno capitale visivo e maggiore ingegno), adesso potremmo parlare di un lavoro più che buono.


SCOTT PILGRIM vs. THE WORLD

USCITA CINEMA: 19/11/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Edgar Wright.
ATTORI: Michael Cera, Anna Kendrick, Chris Evans, Brandon Routh, Mary Elizabeth Winstead, Jason Schwartzman, Kieran Culkin.


PAESE: Canada, USA 2010. GENERE: Azione, Commedia, Avventura. DURATA: 112 Min.




VOTO: 8


La sigla introduttiva col logo della Universal, ci mostra subito un lembo sgranato che gira su una musica a 8 bit e ci introduce a un cinecomics senza supereroi, adattato dai fumetti di Bryan Lee O’Malley. Il cambiamento di direzione sembra giovare alla freschezza di un prodotto cangiante come il colore dei capelli della protagonista, Ramona Flowers. A lei rivolge le attenzioni il bassista Scott Pilgrim, interpretato da Michael Cera, il quale cerca di sedurla in tutti i modi, tra onde sonore che sembrano uscite da “Guitar Hero” e colpi di kung-fu.

La pellicola mette in rilievo i tratti grafici che rivestono l’immagine con legende di telefoni e campanelli trillanti, o con barrette a misurare il livello di pipì (onomato”pee”) rimasto in vescica, come fossimo in un bizzarro videogame. Il tutto serve ad accompagnare uno humour spesso irresistibile che ha il pregio di non poggiarsi sempre sulla figura (di)sgraziata dello sfigato di turno. Inventivo e trascinato da effetti visivi sorprendenti, il film è ben diretto da Edgar Wright che fa della filologia una missione, e arrischia (si fa per dire, viste le strizzatine d’occhio a una certa categoria di pubblico) un’opera inusuale che ci parla attraverso convenzioni opportunamente disturbate. Il montaggio sradicante “ritorna al futuro” senza bisogno della DeLorean, mentre le velocissime panoramiche e il supporto di una traccia sonora disarmonica formano un’inconsueta intelaiatura espressiva. Preso dalla voglia di strafare, il regista lavora su immagini scisse, in un gustoso piatto alternativo a quello illustrato sui volumi cartacei, le quali non appaiono mai arbitrarie nonostante il dosaggio possa sembrare sproporzionato; semmai sono le più adatte a svelare l’allegoria del mondo adolescenziale.

Più onirico di “Inception”, più fumettistico dei “cavalieri oscuri” (grazie alla riscoperta dei vari “pow”, “krak”, “smash”), più visivamente originale dell’apatico “300” (Scott ha il contorno affascinante del bianco nevoso dell’odierna Toronto), più musical di “Moulin Rouge” (senza il bisogno di riciclare melodie), “Pilgrim” mescola gare di rock band giovanili con incursioni “fight” tipiche degli scontri alla console. Dall’elenco dei pregi, si può capire come il film possa essere risultato ostico al box office americano: quando mancano accumuli di ferraglie fracassone e dialoghi scemi, dall’altra parte dell’Oceano si irrigidiscono.

Se il fronte espressionistico di Wright avesse retto anche nell’ultima mezz’ora, invece di dar voce a un surplus di scaramucce, staremmo qui a parlare di un piccolo capolavoro. A suo modo rivoluzionario. E alla faccia del 3D.


ADELE E L’ENIGMA DEL FARAONE

USCITA CINEMA: 15/10/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Luc Besson.
ATTORI: Louise Bourgoin, Mathieu Amalric, Gilles Lellouche, Jean-Paul Rouve, Philippe Nahon.


PAESE: Francia 2010. GENERE: Azione, Avventura. DURATA: 107 Min.




VOTO: 4,5


Il 4 novembre 1911 mio nonno era nato da appena tre giorni. Purtroppo non venne alla luce a Parigi, e per questo si è perso lo spettacolo di un anziano signore un po’ bevuto il quale, muovendo dall’obelisco di Place de la Concorde, e camminando veloce per le strade della capitale, rimane abbagliato da una luce intensa che sembra provenire dalla statua di Giovanna d’Arco. E’ solo il primo degli strani fatti che velocemente si susseguono, come la schiusa di un uovo di pterodattilo e un vecchio scienziato in trance che rievoca poteri occulti.

Sfuggendo alla rigidità del clima parigino, la semi-archeologa e finta scrittrice Adèle Blanc-Sec (resa dalla “bella e basta” Louise Bourgoin) parte per una spedizione in Egitto, con l’intento di riportare alla luce una mummia-medico in grado di far tornare in vita la sorella, vittima di uno stranissimo incidente tennistico. I risultati di tanta sarabanda in salsa pop-fumettistica dovrebbero essere esilaranti per lo spettatore così come per alcune mummie, che si ritroveranno a camminare per i boulevard della capitale francese non prima di aver fatto visita al Louvre, il guaio è che tutto appare stiracchiato e retrivo. Nonostante le vicende siano state ricavate da due fumetti (e forse è proprio questa combinazione casuale e forzata a non aver trovato terreno fertile) di Jacques Tardi, il film manca di carattere.

Il regista, si sa, è un paladino della femmina intraprendente e tutta azione, basti ricordare “Nikita”, “Léon”, fino a “Giovanna d’Arco”, autocitata egregiamente con piccoli e sagaci scorci. Forse è per questo che gli uomini sono tutti un po’ scemi, e uno dei cattivi è vestito di nero come il nazista del primo “Indiana Jones”: l’individuo deforme e quasi nauseante è interpretato nientemeno che da Mathieu Amalric, il quale nascosto sotto un trucco quasi irriconoscibile, resta in scena per troppo poco tempo. Le avventure a cui partecipa Adèle sono molto simili, in quanto ad azzardo e a esagerazione, a quelle dell’archeologo cinematografico più famoso del mondo. Non sempre mitigate da un giusto nonché originale umorismo, le peripezie sono ibridi impraticabili che oscillano tra l’eroe di Spielberg e “la Mummia”, “Il fantastico mondo di Amélie” ai tempi della Belle Epoque e “Una notte al museo”.

La protagonista di Besson non mangia, non beve e non sembra essere interessata agli uomini. Bisbetica com’è, si dedica quasi esclusivamente al lavoro e alla ricerca, non disdegnando di mostrarsi nuda a una mummia sottovetro. E’ disponibile a concedersi allo scienziato sfigatello solo quando capisce che può ricavarne qualcosa per i suoi (seppur nobili) scopi. Un’ottica scontata e prevedibile, mai sorprendente, antica e postmoderna insieme, in un miscuglio poco accattivante. Impavida pulzella d’Orléans, la Blanc-Sec si spinge al limite, verso avventure ricche di immaginazione, anche se un po’ ridicole e piene solo di effetti speciali. L’ispettore di polizia Caponi è l’unico personaggio a risultare riuscito e simpatico: tra Clouseau e un Poirot dei poveri sempre affamato e assonnato, è grazioso nei suoi incontri/scontri con lo pterodattilo.

La pellicola è permeata dall’ossessione di far tornare in vita le cose e le persone inanimate, come se fosse seguita da moderni e avanzati scienziati pronti a inventare l’ultima e la più definitiva fra le cure. Un chiodo fisso che sembra aver persuaso l’autore, scialacquato nel tentativo di rinvigorire quel suo cinema fatto di azione intelligente e perspicace che oggi non esiste più, adagiato com’è su una macchinosa artificiosità pronta a vendersi a esigenze commerciali. Nella disperata e disorientante confusione mentale nel trovare qualcosa di originale, il giullare Besson affonda, stretto tra le bende e gli enigmi (ma quali?) dei faraoni, e attanagliato dal destino del Titanic.


INCEPTION

USCITA CINEMA: 24/09/2010.


REGIA e SCENEGGIATURA: Christopher Nolan.
ATTORI: Leonardo Di Caprio, Marion Cotillard, Ellen Page, Cillian Murphy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Tom Berenger, Lukas Haas, Tohoru Masamune.


PAESE: Gran Bretagna, USA 2010. GENERE: Fantascienza, Thriller, Mystery. DURATA: 148 Min.



VOTO: 4


Gigi Marzullo: “La vita è un sogno o sono i sogni che aiutano a vivere meglio?”.

Christopher Nolan: “Dipende dall’installazione del sogno e da come interagisce col subconscio. Non dimenticando la condizione onirica per la quale un sogno all’interno di un altro sogno potrebbe generare un labirinto o, chessò, un Limbo”.

Gigi Marzullo (compassionevole): “Ah”.

Squilibrato tra gangster-movie, spy-story, action, thriller, poliziesco, fantascienza d’élite, e atmosfere che attingono (ancora una volta) a piene mani dallo sguardo pesante e laborioso di Michael Mann (tanto che lui e Nolan sembrano avere consistenze di pensiero quasi inscindibili), “Inception” sta facendo… incepta di incassi un po’ in tutto il mondo. IncaSTONATO com’è tra le atmosfere urbane gelide e astratte, che stavolta si prestano a un tour gratuito di alcune delle più belle e affascinanti città del mondo, con tanto di parentesi esotica, e per giunta architettonicamente rivestibili in un modo divertente quanto risibile, il film vaga impavido e sfrontato come Berlusconi a un comizio di Forza Italia (Perché esiste ancora… Non è che me lo sto sognando, vero?).

Non mancano nemmeno le ormai inevitabili sfilate di vestiti eleganti, con quella cravatta impiegatizia (tanto per chiarire che siamo sempre al servizio di qualcuno) fatta apposta per le multinazionali con aspirazioni da Impero, o donne con l’infelice aura della pupa sfruttata, pronte a maneggiare la pistola ma che non vedono da secoli un fornello da cucina. Così stereotipato, Nolan si sente al sicuro. Si coccola per quello che riesce a fare, e se ne compiace. Come il suo personaggio principale, Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), da oggi ribattezzabile Dom Peridon, per la sua interpretazione sgargiante come un pavone in un cortile di tacchini.

Rivendicare la paternità di un sogno può essere intrigante quando quello che si fantastica è avvincente, piacevole, stuzzicante. Peccato che qui manchi la quadratura del cerchio: troppi sogni condivisi che esplodono al rallentatore rischiano di diventare un incubo. Anche per chi è a occhi aperti. Troppa retorica e moltitudini di assurde verbosità: come dimenticare “lo spazio onirico grezzo”?! Spudoratamente accademico e didascalico, il bel cinema non prevedrebbe la spiegazione delle azioni, bensì la loro semplice esposizione. Assetato di entrare nell’oLimbo dei più grandi autori di tutti i tempi, Nolan arrischia una partita affidandosi al bluff, barcamenato tra giochini masturbatori fini a se stessi.

Ecco perché “Inception” risulta un nuovo film vecchio, superficiale nella sua bizzarra pretesa di rappresentare una meditazione sulla memoria, l’amore, la sofferenza. Che l’autore si faccia pure innestare un’idea. Basta che sia buona e che non gli sbatta in faccia come un asfalto messo lì a mo’ di muro ramp(ic)ante. Al Livello dove si trova adesso sarà oppresso da un Totem gigantesco, tanto da farlo rimanere quasi senz’aria.


I MERCENARI – The Expendables

Un film di Sylvester Stallone.

Con Sylvester Stallone, Jason Statham, Jet Li, Dolph Lundgren, Eric Roberts.

Titolo originale The Expendables. Azione, durata 103 min. – USA 2010. – 01 Distribution. Uscita: mercoledì 1 settembre 2010.






VOTO: 3


Senza la definizione dei caratteri dei personaggi, e in mancanza di percorsi (anche minimi) di esplorazione personale, si va poco lontano. Al massimo su di un’isoletta sperduta a sparar… cazzate. Le battute, anche quelle più carine, sono fini a se stesse, e gli ideali sbrindellati, come i fisici di molti dei protagonisti, una specie di numeroso A-team. La “novità” è tutta qui.

L’unica scena gustosa che il film può vantare è quella del cameo offerto dall’attuale Governatore della California, insieme a Bruce Willis. Autoironia audace e godibile tra il passato bestiale di Rambo/Stallone (da non perdere la sua temeraria faccia compunta sul soliloquio afflitto di Rourke) e il presente politico di Schwarzenegger. Sly indossa gli stessi occhiali di 25 anni fa, e come allora sfida tutte le leggi della fisica aggrappandosi a un idrovolante e facendosi passare le pallottole attraverso. Dopo questa beneaugurante partenza, la pellicola si adagia subito su una serie di appellativi tipo “Pluto” e “Cenerentola”, “Bruce Lee” e “cagariso”, “gigante” e “nano”, “acaro” e via scatarrando, in un turbine di dialoghi estinti e ovvi.

Stallone, Lundgren e Rourke, qui amaramente riuniti, invece di farsi fare i tatuaggi dovrebbero mettere dei parapetti tutt’intorno ai loro volti, cadenti come i miei pettorali. Per dei mercenari maturi e di vecchia concezione, il manufatto risulta generico e superato, sempliciotto e sacrificabile, per l’appunto. Così come la forma registica tediosa di uno che, oltre a scrivere male, non ha neppure il senso del ridicolo quando si filma con dei primi piani (im)pietosi, e si glorifica in uno dei finali più sfibrati e pronosticati mai visti.

E non bastano le sparatorie al fulmicotone come nei migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) videogame; l’attacco al piccolo ormeggio dell’isola portato attraverso un’esplosione gigantesca è da incoscienza pura. Il nuovo film dell’italoamericano è sensibile solo ai trastullamenti action, al machismo a tutta birra e al testosterone, con in sottofondo un bel rock sostenuto a pompare le spiritosaggini cameratesche. La parentesi “romantica” di Statham è quanto di più esiguo si potesse pensare, per non parlare di quella di Stallone, la quale gode anche di un’appendice artistica e di un ipotetico valore spirituale. Ed è forse l’unica qualità che potrebbe giustificare, alla fine, tutte le botte, le deflagrazioni, il casino e i cocci rotti.

Ma adesso basta parlare del film con toni risentiti e negativi. Faccio la classifica dei bonazzi, d’altronde questo è stato il motivo che ha stuzzicato la visione degli “expendables”. Vince la guardia del corpo (e cosa avrebbe potuto custodire, sennò?) Steve Austin, seguito dal lanciatore di coltelli (dalla lingua tenera, per fortuna) Jason Statham. Al terzo posto menzione speciale per l’esplosivo Randy Coutore a pari merito con Terry Crews, ex giocatore di football come defensive end dei Chargers. La missione è finita, andiamo in pace.


GIUSTIZIA PRIVATA

Giustizia privata. (Law abiding citizen, 2009, Usa).

Regia: F. Gary Gray. Con: Gerard Butler, Leslie Bibb, Jamie Foxx, Josh Stewart, Regina Hall.

Genere: Thriller. Durata: 108′.

Data di uscita: 25-08-2010.





VOTO: 5


I legali americani vincenti non fanno colazione, non perdono tempo dietro ai figli, devono correre ad assistere alle esecuzioni di pericolosi criminali da loro incolpati. Poi ti squadrano e ti dicono un sacco di battute sagaci, ti strizzano l’occhio e parlano un politichese ammaliante, sempre pronti a invadere Panama con polso fermo e aria dispotica.

Nonostante la partenza tradizionale, “Giustizia privata” ha dalla sua il ritmo concitato tipico del legal thriller, poco legal e molto più action poliziesco. Intraprende un bivio disorientante, macchiato spesso dal sangue (su tutte la gratuità della scena in cella) e spreca il lavoro di bravi attori quali Jamie Foxx, Colm Meany e Viola Davis, mentre Butler è completamente sprovvisto del benché minimo ascendente e non sa cosa sia la mimica. L’unica cosa buona che ha da mostrare, in una scena abbastanza in-fondata, è il sedere. A tratti, la plausibilità della trama è da raccapriccio: il colpo di scena rivelatorio è inaccettabile con le sue illogicità fantastiche. Neppure la regia si distingue per l’estro: il montaggio in parallelo tra l’esecuzione capitale e un concerto di violoncello aspira a essere aulica, invece risulta fuori luogo e abborracciata.

Resta l’amarezza per non aver osato approfondire la sete di vendetta confrontata con le responsabilità morali proprie di avvocati, giudici e procuratori, e del sistema giudiziario in genere: si sostiene il personaggio del cattivo, ma la sceneggiatura non ha il coraggio di appoggiarlo fino in fondo. Almeno si fosse osato fino all’esagerazione, dando libero sfogo al fumettismo e a un epilogo, chessò, anche controcorrente e imprevedibile. Tutto sommato, i “parrucconi” giustizialisti non sembrano neanche provare a mettersi in discussione con il loro senso del dovere.

Il personaggio castigatore di Butler gode di una lucidità oltre ogni ragionevolezza; unita all’ingegno e al gusto per l’efferatezza, sfiora la patologia fin quasi ad abbracciarla. Alla fine qualcuno finirà tra le fiamme dell’inferno, qualcun altro vedrà l’ordine ristabilito, per una volta “libero” di concedersi il lusso del suono di violoncelli e arpe. Il Paradiso all’improvviso.


NEMICO PUBBLICO N. 1

Un film di Jean-François Richet.

Con Vincent Cassel, Cécile De France, Gérard Depardieu, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric.

Azione, durata 240 min. – Francia, Canada, Italia 2008. – Eagle Pictures – VM 14






VOTO: 7


Tu sei romantica, amica delle nuvole…” cantava Tony Dallara.

L’animo opposto dell’imprendibile Jacques Mesrine, sentimentale dissidente: fugge dalla famiglia, ingravida una donna spagnola e poi la picchia, rapina, uccide barbaramente, seduce con astuzia le prime femmes che incontra, va in prigione. Mosso da un grande ego, Mesrine fu scaltro a costruire la propria mitologia, condizionando i media e deformandosi in un Robin Hood a suo modo contro il sistema. Occhi irrequieti, attraversati con vitalità da quel cocktail di autocompiacimento e indisciplina, il superbandito protagonista della malavita tra i ’60 e i ’70 è interpretato al meglio da Vincent Cassel, il quale presta volto e corpo trasformandosi nelle molteplici identità delle quali il criminale si servì per tentare di sfuggire alla cattura.

In appoggio a questa bella performance attoriale, l’appassionante montaggio spaziato voluto dall’abile regista Richet, il quale splitta lo schermo diverse volte permettendosi anche tempi di ripresa fuori sincrono. Nel film ci sono passione e angoscia, nuance che virano verso il “polar”, esagerazioni e guasconate. Ci si trova immersi nella giungla accanto a Cassel, senza principi ne’ morale. Nemmeno nei carceri di massima sicurezza il ladruncolo “impara” il rispetto che lui stesso pretende tanto. Comunque non importa: tutto scivola sull’epidermide da elefante di Jacques. “Non, rien de rien, non je ne regrette rien…”.

Resta il fastidio del rumore di fondo delle news accostate alle vicende narrate. Qual è il senso di far comparire i comunicati dell’affare Moro alla tv, per poi riprenderne il filo sul sottofinale con l’intenzione di Jacques di andare a Milano per incontrare le Brigate Rosse? Più che di collera sovversiva, si dovrebbe parlare di odio personale. Raccontare le vicende dell’uomo più ricercato di Francia avrebbe voluto dire anche soffermarsi di più a evidenziare il tempo storico di un paese diviso tra gli imbarazzi della guerra d’Algeria e gli assetti polizieschi di 20 anni dopo.

L’ “Ennemi public n. 1” è un continuo alternarsi vorticoso dell’eterno gioco fra guardie e ladri. E allora non ci si dovrebbe prendere il disturbo a mettere in scena una storia vera, bensì a presentarla così com’è, senza filtri, senza nomi, date, riferimenti. Perché tutto è già romanzato di per se’, la storia ha i crismi per supportare una sceneggiatura visti i molteplici (e spesso simili) accadimenti: rapina ardimentosa sino al masochismo, ammazzamenti, arresto, fuga temeraria, scopata. E poi via da capo, per la modesta durata di circa 4 ore.

Sintesi, signori. Sintesi.


A-TEAM

USCITA CINEMA: 18/06/2010.


REGIA: Joe Carnahan. ATTORI: Bradley Cooper, Liam Neeson, Jessica Biel, Sharlto Copley, Patrick Wilson. MUSICHE: Alan Silvestri.


PAESE: USA 2010. GENERE: Azione, Commedia, Avventura.





VOTO: 3,5


E’ sconcertante vedere come, oramai, in circolazione non esistano più registi degni di questo nome: dopo alcune prove di una certa originalità, Joe Carnahan sembra esser diventato il primo videoclipparo preso dal marciapiede. Malfermo sulle gambe, e con una telecamera portata prevalentemente a spalla, fa il “figo” riprendendo le scene senza perdere troppo tempo (le sirene del blockbuster reclamano), e abusando in impeto e chiassosità con un montaggio appannato e inadeguato. E’ come se avesse bevuto qualche bicchiere di vino per dimenticare, ammazzando definitivamente le ricette che portarono al successo la serie televisiva: l’intesa virile mescolata al dileggio e al politically incorrect.

Allo stesso modo scribacchia su di un foglio alcune parole prese in prestito dal dizionario dei balenghi, le frulla a modino, e le mette in bocca a quattro mediocri scalcinati (a questo li ha ridotti), provenienti dalle Forze Speciali e reduci della guerra in Iraq. Insieme a qualche disegno e scarabocchio ottiene la sceneggiatura. La storia si incaglia sulla ricerca di una batteria di matrici per la falsificazione di dollari, e stanca dopo le prime tre battute. L’America non ha ancora terminato di fare i conti con il fantasma di Saddam; in questo caso con i seguaci, i cugini e i nipoti. Qualunquismo terroristico sparso a piene mani, proprio di un cinema sommario, ipocrita e banale.

Il colpevole non poteva che essere, anamnesi platonica per eccellenza (e ripetuta a oltranza durante la proiezione), uno che porta come cognome Lynch (!). Le scene con la nave al porto di Los Angeles richiamano (involontariamente si spera) quelle de “I soliti sospetti”, solo che qui al posto di Kaiser Soze abbiamo “kaiser” Sosa, una gallinella sparatutto che si fa prendere in giro prima di fare l’amore. La sigla originale, così tremendamente comunicativa, ce la fanno sentire sui titoli di coda, ma non basta. Il prodotto medio è un’utopia, e la missione all’a-matrici-ana di questo A-Team, per una volta, può considerarsi fallita.

Pollice verso o dito medio, decidete voi.


SPIDER-MAN 3

Un film di Sam Raimi.

Con Tobey Maguire, Thomas Haden Church, Topher Grace, Kirsten Dunst, James Franco.

Azione, Ratings: Kids+13, durata 140 min. – USA 2007. – Sony Pictures. Uscita: martedì 1 maggio 2007.






VOTO: 8


Molti mugugni e dissensi per questo terzo capitolo della serie sul più conosciuto tra gli “aracnidi animati”. Dubbi sulla qualità, la plausibilità, le lungaggini narrative, le troppe frecce all’arco di Raimi e del fratello.

E invece… le scene d’azione si rivelano splendide e rutilanti, accompagnate da sorprendenti effetti speciali e da una regia esaltante e puntualissima nel rimarcare gli svolazzi dell’uomo in calzamaglia, con una splendida idea di cinema di intrattenimento che strizza l’occhio a contenuti filosofici. La macchina da presa di Sam Raimi striscia rasoterra come una melma nera e cattiva, insinuante come la sabbia che, dopo un incidente di fisica nucleare, entra nel Dna del povero carcerato fuggitivo e lo rende un eroe ancor più solitario, costringendolo a rifugiarsi nei sotterranei della città. Il testo principale è sostenuto dal pregio di molteplici fette romanzesche che si uniscono senza scomporsi più di tanto.

Pur essendo costato l’iperbolica cifra di 300 milioni di dollari (comprensivi delle spese di marketing), la pellicola siffatta è intimista, accende i riflettori sulle persone invece che sulle cose, insiste sui vincoli umani. Il passato che ritorna, prepotente, e che si porta dietro storie d’amore intrise di gelosia, amicizie che recano ancora ferite profonde e morti che invocano giustizia, non è roba da poco.

Spiderman ha così a che fare con una moltitudine di rogne a causa delle quali il rosso, per una volta, diventa nero, scompone i capelli in un frangetta e da’ il via al senso di vendetta e a una sensazione di rancoroso autoritarismo, supremo  e assoluto. La “versione black” amplifica l’aggressività del Nostro, la malvagità che ne scaturisce sembra incontrollabile ma riesce anche a migliorare certi aspetti del suo carattere remissivo: finalmente Peter fa colpo sulle ragazze, è risoluto sul lavoro e si fa aumentare lo stipendio. E’ sicuro e disinvolto, cambia modo di vestire e sembra pronto per andare a ballare alla “2001 Odissey”, in una divertente strizzata d’occhio all’andatura di John Travolta.

L’ironia, dispensata in grandi dosi, trasuda in ogni scena: sia mentre i cittadini sono in pericolo o nella redazione del Daily Bugle, dove il capo Jameson deve fare i conti con la pressione alta e, sotto l’occhio vigile della segretaria, prende un sacco di pillole, mentre viene gestito da improvvise scosse date alla scrivania. Da non perdere anche la sabbia che filtra nel costumino del supereroe e la porta dell’appartamento perennemente bloccata.

La gremitissima battaglia finale è, va detto francamente, spesa un po’ male… la sceneggiatura sparisce, l’azione si prolunga, e il senso filmico viene tradito dall’urgenza di mostrare qualche superlivido. Tutto questo prima di esplodere emozionalmente in una voglia di malinconia e in un trionfo di sentimentalismo, con la figura cattiva di Sandman che si scopre tragica e afflitta.


IL CAVALIERE OSCURO

Un film di Christopher Nolan.

Con Christian Bale, Heath Ledger, Gary Oldman, Michael Caine, Aaron Eckhart.

Titolo originale The Dark Knight. Azione, Ratings: Kids+13, durata 152 min. – USA 2008. – Warner Bros Italia. Uscita: mercoledì 23 luglio 2008.






VOTO: 5,5


La voce di Batman è così bassa da farlo sembrare malato di tiroidite cronica. E anche quando smette i vestiti neri in perenne restauro, il suo tono monocorde rischia di addormentare come il suono delle Vuvuzela, grazie all’apporto indolente di Claudio Santamaria. Attento a migliorare le fattezze del nuovo costume, il Cavaliere “mascarato” è libero di muovere la testa in ogni direzione evitando fastidiosi torcicolli e si avvale di lame retrattili, deleterie per chi ha la pelle un po’ disidratata. Insomma, il Cavaliere sembra più testosteronico e combattivo che mai: le tecnologie e la fantasia di 007 gli fanno una pipa.

Ci si è sforzati di far apparire l’uomo vestito da pipistrello in una dimensione reale e attuale, indebolendo le sue certezze e il suo consenso popolare, con l’idea di renderlo antipatico fino a farlo sembrare un nemico. Ma quello che non funziona è soprattutto il dramma che vorrebbe entrare così prepotentemente nelle scene d’azione, le quali, con il Joker in ballo, dovrebbero essere un po’ più leggere, o magari emozionanti. Invece diventano una corsa, un affanno continuo in giro per Gotham City a salvare quello o quell’altro dalle minacce e dalle lune storte del criminale. Si respira aria di Michael Mann, proveniente soprattutto da “Heat”, e il dualismo tra gli ego oscuri diventa accademia.

Le apparizioni “improvvise” del Joker, infagottato in modo da apparire sporco e untuoso, col trucco pesante e slavato, con due occhi neri e una bocca rosso sangue, sono così numerose da risultare prevedibili: ora infiltrato in banca oppure travestito da infermiera è pronosticabile nella sua insospettabilità. Il caos e l’anarchia che egli predica sono all’ “ordine” del giorno, peccato non siano supportati da una buona sceneggiatura, sprecata a difendere le identità dei personaggi.

Il nemico di Batman è sostanzialmente uno psicotico, del tutto privo di coscienza, interpretato con grande senso di perspicacia da un Ledger-lingua-di-serpente che pare leccarsi le ferite del suo osceno sorriso. Il nuovo Joker, doppiato felicemente da Adriano Giannini, non è smorfioso come quello di Nicholson, bensì diabolico e scettico sulla lealtà della razza umana.

Ben si adatta a queste atmosfere fosche e decadenti lo score di Hans Zimmer. Coadiuvato da James Newton Howard, i due hanno composto una ruvida colonna sonora, spaziando dall’heavy metal a sinfonie appesantite dall’uso delle percussioni.

Memorabile la scena dei traghetti sul punto di saltare in aria, con la messa ai voti dei 600 e passa viaggiatori. E’ il punto più basso di uno script senza morale e suspense, la più risibile fra le galoppate notturne del film, ed è una delle ragioni per la quale il nuovo episodio fa venir meno l’interesse verso le vicende narrate, spesso troppo serrate e affastellate. Cosa non si fa pur di pompare la hero-mania! Le edicole si stanno trasformando in cinema (vedi le enormi quantità di DVD che escono ogni giorno) e i cinema si riducono a cappelle votive per i patiti del fumetto, sicuri di trovare soddisfazione dai colpi di pixel sparati dallo schermo.


VENDICAMI

USCITA CINEMA: 30/04/2010.


REGIA: Johnnie To.
SCENEGGIATURA: Johnnie To, Wai Ka-Fai.
ATTORI: Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong, Simon Yam, Lam Ka Tung, Lam Suet.


PAESE: Francia, Hong Kong 2009. GENERE: Noir. DURATA: 108 Min. VISTO CENSURA: VM14.



VOTO: 5


“Monsieur Costello faccia d’Hallyday” è uno che guarda sempre avanti, purtroppo. Pure di fronte alle sofferenze della figlia in ospedale non si fa troppi scrupoli e passa subito alla vie di fatto. La voglia di partire immediatamente per una vendetta annunciata è tanta, così come l’estenuante tour de force che attende chi, al cinema, ha già avuto a che fare con questo tipo di concezione. Il volto dell’attore francese è sofferto quanto basta, ma troppo consumato e austero nelle sue pose con gli occhi spalancati per poter essere credibile come vero duro.

Le implicazioni sulle famiglie degli assassini sembrerebbero elementi aggiuntivi a una vicenda già troppo risicata di per se’. Prontamente tradite da uno scritto che mette irresponsabilmente in pericolo la vita di tanti bambini con la scena dell’appiccicatura delle bandierine, e cercando di rimediare con un finale che vorrebbe essere rivolto alla libertà e a un ritrovato equilibrio ma che giunge desolante e stridente.

To cerca disperatamente di rimanere in equilibrio tra farsa e tragedia: ecco che il lancio del “piatto piattello” durante il pranzo-adunanza con i nuovi gaglioffi di turno, e messo lì tanto per fare simpatia e tenere il film su un livello leggero, è abbastanza seccante. Così come il conseguente tiro al bersaglio a una bici in movimento per tentare di farla rimanere in equilibrio. Sarebbe stato meglio volgere in burla alla Bud Spencer e Terence Hill. Tuttavia, senza la leggerezza di quei toni (qui ci stanno due bambini ammazzati con tanto di famiglia al seguito e sangue a irrigare i pavimenti del nido domestico), non può aspirare alla stessa semplicità e levità narrativa.

Quando la Vendetta diventa un rito, un’ossessione, una malattia per uomini perduti e soli, bisogna stare attenti a come la si rappresenta. Altrimenti si rischia di mettere in scena un “Giustiziere della notte” arrivato con oltre 30 anni di ritardo e col sapore delle vecchie Polaroid scattate in soccorso al pericolo costante della perdita d’identità. Si abusa senza sosta dell’estetica della moderna violenza: la sparatoria notturna nel bosco e al chiar di luna, mentre “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, che abusa di ralenti e si appoggia sugli effetti sonori è eloquente. Le nuvolette di sangue che si alzano a ogni proiettile sparato sono fastidiose come le zanzare tigre nei periodi estivi.

E il tutto è così uguale a tanto (troppo) altro cinema già visto, masticato e digerito che non c’è da meravigliarsi se il protagonista “cede” alla perdita della memoria e va avanti ad amnesie intermittenti. Imperdibile in tal senso il conflitto a fuoco che vede i protagonisti nascosti dietro a cubi rotolanti e spinti da ventilatori, giusto per arricchire il quadro scenografico e gettare un po’ di polvere negli occhi dello spettatore. Tanto di cappello per come Johnnie To muove la sua cinepresa (una regia apprezzabilissima con un invidiabile colpo d’occhio), eppure non da credibilità e forma compiuta alle sovrabbondanti e curate coreografie. Rischia di assomigliare più a un Besson che a un Leone.

I cattivi poi, dovrebbero essere definiti caratterialmente da che si permettono di spupazzare la bella di turno sul tavolo dove si mangia e davanti a tutti: se l’insieme può essere accolto e riconosciuto come una trovata arguta, allo stesso modo è ribaltabile come inutile e rinomata stronzata che non aggiunge niente alla narrazione.


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