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EMOTIVI ANONIMI


Un film di Jean-Pierre Améris.

Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.

Titolo originale Les émotifs anonymes. Commedia, durata 80 min. – Francia, Belgio 2010. - Lucky Red. Uscita: venerdì 23 dicembre 2011.

VOTO: 6

Un buon cioccolato si differenzia dagli altri per la scelta degli aromi e delle gradazioni di amaro. Per questo si può dire che non tutti sono uguali. Alcuni si elevano per il loro gusto spiccato e per l’amabilità al momento di sciogliersi in bocca, altri restano piattamente inconsistenti e impersonali. “Emotivi anonimi” è una delle numerose derivazioni al cacao trasposte per il cinema, ed essenzialmente fa il pieno di svariate inespressività.

Spesso la dolcezza del prodotto è stata presa come centro catalizzatore di ammorbidimento delle coscienze, di distensioni sentimentali e rilassamenti emotivi. Il film di Jean-Pierre Améris non è da meno. Passando attraverso una descrizione non memorabile di goffaggini e di difficoltà di inserimento sociale, e non tralasciando una brevissima parentesi alla “Tutti insieme appassionatamente”, la traccia seguita da “Les émotifs anonimes” è quella della commedia sentimentale. Leggera e amabile a tutti i costi, ha avuto un enorme successo in Francia con oltre un milione di biglietti staccati al botteghino.

I due protagonisti soffrono di insicurezza patologica e cercano di guarire con sedute psicologiche o con riunioni terapeutiche di gruppo. Isabelle Carré (garbata e misurata, con in più un sorriso disarmante) è vestita coi colori dell’albero di Natale per esigenze di copione, Benoît Poelvoorde (meno incisivo del solito il suo apporto recitativo) è costretto a cambiarsi spesso la camicia per via delle intense sudorazioni provocate dalle emozioni della vita.

Fin troppo magnanimo nella sua impronta favolista, tanto da rischiare sbavature a ogni singola sequenza, la pellicola è un agglomerato di esitazioni e smanie, di rimpianti e ripensamenti istantanei, in una continua necessità di trovare il coraggio della confidenza. È questo registro che domina l’ora e 20’ scarsa della durata: un criterio ripetitivo che non consente una messa in scena ariosa e conduce lo spettatore sull’orlo di un’attesa refrigerante che tarda ad arrivare.

Onore al merito per il finale: quello sì giocato in punta di penna e sottratto a facilonerie. Per far fuori il matrimonio occorre veramente essere dei moderni antiquati.

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